I morti bevono inchiostro – racconto fra i dieci vincitori del concorso letterario internazionale Love.jpg immagini d’amore

A Gennaio inizio un nuovo romanzo, parla d’amore; ultimamente non riesco a scrivere altro, mi sento portata per questo genere. I miei amici dicono che sono dolce e romantica e in effetti così mi sento. La nuova storia mi piace, mi prende, mi trascina e scrivo per tutto il mese ininterrottamente.

A febbraio ho un blocco, ma è dovuto a piccoli problemi di salute e mentre aspetto il mio turno per le varie visite, penso e ripenso a come continuare. Ogni idea mi sembra quella buona, ogni idea è un passo avanti. Sono sempre più convinta che sarà un capolavoro e che il mio editore dirà subito di sì alla sua pubblicazione. Forse è presto per pensare a questo, ma nella mia testa è già tutto pianificato.

A marzo riprendo, mi dedico alla descrizione dei personaggi: lui, lei e la rivale. La mia intenzione è quella di scrivere una storia classica, di quelle dove l’amore è tormentato dal terzo incomodo. Voglio provare, voglio cimentarmi.

Verso la metà del mese m’innamoro di lui: il protagonista, bello, alto, spalle grandi, sguardo Imageacceso, occhi penetranti. Penso già di dedicarmi per tutta la vita alla sua storia, di percorrerla come se seguissi la linea del suo tempo. Un unico personaggio che vive mille storie, mille avventure: un eroe di altri tempi, un principe, un cavaliere, un misterioso alieno venuto a salvarci dal cattivo. Lo vedo con quel suo sorriso sgargiante, mi guarda e anche lui s’innamora di me.

Sento il cinguettare degli uccelli, vedo il prato fiorito di fronte a casa mia; è primavera e il proverbio dice “Ad aprile non ti scoprire”. Io, però, ho una gran voglia di nuotare; voglio correre al lago vicino e tuffarmici, ma il romanzo mi aspetta. Mi siedo, osservo per un po’ dalla finestra i rami carichi di fiori colorati. Prendo la penna, ricomincio… Mi annoia parlare di lei e continuo solo perché altrimenti la storia non va avanti. Mi viene un’idea, li descrivo a letto, quando il loro amore vola oltre ogni regola etica, oltre le considerazioni, oltre lo sdegno della gente. Mi emoziono, mi sento viva.

A maggio la mia mano tende a fermarsi tutte le volte che in scena c’è solo lei; comincio a odiarla, la faccio soffrire e l’allontano da lui. “Merita qualcuna che lo ami veramente!” dico segnando una croce sul foglio. La storia ha un cambio di scena, non m’interessa, la faccio morire e descrivo solo un breve momento in cui lui piange.

Dopo qualche giorno mi fermo e penso “Sta soffrendo per colpa mia”. Devo assolutamente trovare una soluzione; faccio in modo che s’innamori di un’altra, ma ho sonno e mi addormento con la testa sul foglio.

A giugno non ho voglia di scrivere, preferisco stare sulla spiaggia e a chi mi chiede come prosegue il romanzo, rispondo che va avanti. Non mi soffermo troppo, mi dà fastidio parlarne.

Lo immagino, sì, è qui a prendere il sole; ha fatto una nuotata e adesso è davanti a me che mi sorride ancora. Se raccontassi le fantasie della mia mente alle mie amiche, mi prenderebbero per matta. Meglio evitare, meglio tenere tutto per me… meglio tenerlo tutto per me.

A luglio sono sola a casa e ci resterò per molto tempo. Osservo il giardino e noto che oggi la temperatura è un po’ bassa.

Bussano alla porta, penso al postino: “Sarà il mio editore.” mi dico recandomi ad aprire. Apro e resto sconvolta da quanto vedo. Lui mi dice “Mi si è fermata l’auto, mi farebbe fare una telefonata?”; ho solo la forza di annuire con la testa. Prende la cornetta e mi sorride per ringraziarmi. Mi appoggio all’intelaiatura della porta in soggiorno e lo fisso. Non voglio controllarlo, ma non riesco a togliergli gli occhi da dosso.

Quella telefonata è troppo breve, mi sembra sia passato un solo secondo. Mi ringrazia ancora, mi saluta e se ne va. Non so cosa fare, vorrei corrergli dietro, ma il mio cuore ha accelerato i battiti, se mi lascio andare a questo desiderio, potrei morire, ma anche se non lo rivedo più. So già che i suoi occhi resteranno nei miei ricordi, la sua voce sarà per sempre una musica che col tempo diventerà un lontano sibilo.

Fino al giorno dopo mi dico di essere una stupida; mi agito, mentre il romanzo è abbandonato a sé stesso. Osservo la luce della strada, dentro è più buio di quella serata. Mi sento sola, neanche i miei personaggi mi fanno più compagnia.

Verso le ventuno, quando ormai mi sono decisa a guardare un po’ di televisione, bussano di nuovo alla porta. Non ci penso a chi può essere, ho la testa nella domanda del quiz. Apro e lui è di nuovo davanti a me. Porta con sé un bouquet di rose rosa, lo guardo e non ho fiato per parlare. “Sono venuto a ringraziarla per ieri.” mi dice. Mento spudoratamente: “Ma non doveva!”. Lo faccio entrare e gli verso una bibita fresca; “Che caldo, vero?” esclama e io gliene do conferma per quanto non lo senta tanto.

Chiacchieriamo per buona parte della serata, poi se ne va, poi ritorna il giorno dopo e così per tutto luglio e agosto.

 

◊◊◊

 

È il trentuno; siamo in giardino, passeggiamo l’uno accanto all’altra. Mi si fa più vicino, ha occhi dolci come una torta di fragole e panna. La sua mano mi sfila i lacci del top, resto nuda, ci baciamo e facciamo l’amore. Che emozione, che dolce estasi, che soavi gesti d’amore. Sono felice e il romanzo è solo in un angolo della mia scrivania. Una mattina lo sorprendo a leggerlo, mi guarda e mi chiede “Perché l’hai fatta morire!”. Mi giustifico dicendo che volevo scrivere qualcosa di nuovo, che non m’interessano le storie d’amore e che cerco il brivido e la paura. Scherzando afferma che sono cattiva ed io gli ripeto le parole dei miei amici. “Non sono cattiva, sono dolce e romantica, altrimenti tu non staresti qui.” mi dico.

A settembre la nostra storia è nel suo pieno: feste, passeggiate, week end insieme. Lo presento ai miei amici con orgoglio e sono contenta. Lui mi ama, mi apprezza, mi protegge. Dice che sono la sua principessa, il suo centro e ripete sempre che ringrazia la sua auto fermatasi a pochi metri da casa mia.

A ottobre ho un ritardo, non voglio fare il test, ho paura che sia un falso allarme: preferisco godere finché posso che presto sarò anche io madre.

La vita è bella, la vita vale la pena di essere vissuta, penso guardando allo specchio quella pancia che spero diventerà sempre più grande. Anche lui è felice e la sera sul divano pensiamo ai probabili nomi. Su questo non andiamo tanto d’accordo, lui ha dei gusti orribili. “Meglio se decido io!” dico prendendolo in giro. Il suo sorriso è sempre lo stesso, non è mai cambiato.

A novembre la gravidanza è confermata, ma non voglio andare dal dottore: la mia vita è perfetta e lo sarà anche il nostro bambino. È un mese ricco di emozioni, di trasformazioni, il mio corpo si adatta ad accogliere la nuova vita, il frutto del nostro amore. Adesso siamo andati oltre il nome, tinteggiamo la stanza di un colore che andrà bene sia per una femminuccia che per un maschietto. Compriamo le prime cose per il corredino e in qualsiasi negozio vada, tutti mi guardano. Penso che m’invidino, vorrebbero stare al mio posto.

Il primo dicembre lui parte, deve sbrigare un affare e mi promette che per Natale sarà a casa. Mi mancherà, ma penso di riprendere il mio romanzo; è giusto che anche i miei personaggi siano felici. Afferro i fogli e mi dico “Sono buona. Sono molto buona.”. Finalmente scrivo quanto pensato alcuni mesi prima: il protagonista incontra un’altra donna e s’innamora.

Verso la fine di dicembre, quando per le strade si odono i canti natalizi, lui si sposa e io sono più che soddisfatta di quanto ho scritto.

Siamo al 23 e mentre vedo la mia pancia leggermente più grande, lui non è ancora ritornato. Provo a telefonarlo, ma nessuno sembra conoscerlo. Ho una crisi di nervi, i miei amici mi dicono che devo ricoverarmi, che non sto bene, ma io rispondo che anche loro starebbero male a trascorre il Natale da soli. Il 25 sono sola, non voglio vedere nessuno. Il 26 non mi alzo neanche dal letto. Non mangio da giorni, non esco dall’inizio del mese e accanto a me ho solo il telefono nella speranza di una sua chiamata. Sento il mondo precipitarmi addosso; la mia casa è troppo silenziosa, vuota.

Il 27 mi alzo, corro nella stanza del bambino e butto secchiate di colori sulle pareti. Sono arrabbiata con lui, mi ha abbandonata nel mese di Natale, anzi, ci ha abbandonati. La sua era solo una maschera, ha mentito, mi ha usata. Sono stata un gioco, un passatempo.

Il 29 la mia casa è piena di gente e dicono cose che io non capisco. Mi mentono, mi hanno presa per matta, ma come possono dire una cosa del genere? Sono cattivi, per loro è facile parlare così, non s’immedesimano nel mio problema, sono felici nella loro vita perfetta.

Il 30 sono ancora tutti qui e c’è sempre qualcuno che mi sorveglia; pensano che voglia suicidarmi. Sbagliano, non farei mai del male al mio bambino per quanto sia il figlio di un bastardo. Ormai così lo chiamo. Vogliono farmi mangiare, ma io rifiuto il cibo; deperisco e non penso che questo può ledere mio figlio. Dico e mi dico che ho la nausea, che non ce la faccio.

Il 31 sono in ospedale, sento il boato dei fuochi che anticipano il nuovo anno. Non parlo con nessuno dei ricoverati nella mia stanza; sono strani, fanno cose senza senso. Urlo più volte di voler ritornare a casa, ma non mi ascoltano.

Poco prima della mezzanotte vedo entrare in camera due uomini, uno è in camice e accanto a loro c’è una bambina. Mi guardano, ma io non so chi siano. Sento quello in camice dire “Gravidanza isterica!”. L’altro annuisce e lo vedo dispiaciuto. Il medico riprende “Sembra che il suo stato abbia cancellato ogni cosa. Non ricorda nulla.”.

La bambina si avvicina a me, mi guarda ed esclama “Mamma.”. Ho un sussulto, cosa vuole da me?

Giro la testa verso la finestra, non voglio sentirla, non voglio vederla. “Sei arrabbiata perché a Natale non ci hanno fatto ritornare? C’era lo sciopero, hanno cancellato tutti i voli per tre giorni.”.

Vai via,” grido “no voglio sentirti. Vai via!”. La bambina piange, ma io non ho pietà.

◊◊◊

È gennaio, fa freddo, ma sono a casa mia, al caldo sotto le coperte del mio letto. Mi giro verso destra e vedo sul comodino il mio romanzo. Lo prendo e inizio a leggerlo. Arrivo alla parte in cui lei muore e sotto c’è una data: 31/05/2011.

A giugno, è iniziato tutto a giugno.” affermo. Chiamo l’uomo che mi ha riportata a casa e gli dico che sono pronta a sentire. Lui sospira e mi racconta che dopo la nostra separazione, ad Aprile, ho iniziato a dare segni di squilibrio. A luglio mi hanno tolto l’affidamento di nostra figlia e lei è partita per stare col papà. Nei mesi successivi perdevo sempre più il senno e per Natale mi conferma lo sciopero degli aerei.

Non ricordo nulla e gli chiedo, gentilmente, di fare silenzio. “È un bastardo, “ dico nella mia testa “è venuto qui per farmi soffrire come io ho fatto soffrire lui e se n’è andato quando gli ho fatto ritrovare l’amore.”. Spalanco gli occhi, mi alzo di scatto restando seduta. “Cosa c’è?” mi chiede mio marito o almeno il mio ex. Lo guardo e rispondo “No, sono io la cattiva!… Quando ci siamo lasciati, ho distrutto anche l’amore dei miei protagonisti. Ho portato in loro la mia sofferenza!. Poi quando ho creduto di ritrovare l’amore, ho ripreso a scrivere dando la felicità anche a lui… Sono io la cattiva, ho giocato con lui in base al mio stato. Non sono dolce e buona.”.

Mi alzo e vado alla finestra: “La bastarda sono io!”

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