Primo capitolo del romanzo “L’inverno e la primavera” – edito da CoreBook

1° capitolo Nuvole e orizzonti

1944

Sebastiano camminava per una buia strada, andava lento e cercava di nascondersi dietro agli alberi o a qualche edificio che incontrava lungo il percorso; indossava un lungo e nero cappotto con il quale cercava di coprire una borsa di pelle scura tenendola strettamente al petto. Aiutato dalle tenebre di quella fredda notte, si avvicinò alla porta di una piccola costruzione in pietra e diede tre tocchi secchi. Un ragazzo alto, dai capelli castani e ricci, aprì e lo fece entrare subito quasi tirandolo. Era una casa vecchia e malandata, circondata da un rado giardino e con finestre cadenti, ma nel camino ardeva una viva fiamma. Mara, una bella e bionda giovane, stava seduta accanto al fuoco e strofinava le mani per riscaldarle; vedendo l’uomo entrare, si alzò e si avvicinò dicendo:

– Allora?

Sebastiano aprì il cappotto e mise la borsa di pelle su un tavolo al centro della stanza, poi guardò i due ragazzi davanti a sé e rispose:

– Il nostro lavoro c’imporrebbe di restare e capire meglio cosa

sta accadendo, ma sapete come me che la situazione è molto

pericolosa.

– E cosa dovremmo fare, abbandonarli? – chiese Mara.

– Se i tedeschi ci beccano, siamo morti!

Cristian, il giovane che aveva aperto la porta, prese la borsa e si mise a guardare le foto che conteneva; le immagini riprendevano delle persone, fra cui anche bambini, costrette sotto la minaccia delle armi a seguire i soldati in un campo circondato dal filo spinato. Il ragazzo guardò Sebastiano e disse:

– Tu porta questo materiale in salvo.

– Ma perché, cosa vuoi fare? – domandò il collega accigliando lo sguardo.

– Capire… capire cosa succede in quel posto.

– È pericoloso!

– Lo so, ma è anche il nostro lavoro.

Mara osservò Cristian negli occhi e lui, avvicinandosi alla giovane, riprese:

– Se vuoi andare in Italia con Sebastiano, va’ pure, so quanto sia frustrante e pericolosa tutta questa situazione.

– Ho visto delle cose assurde in quell’ospedale, bambini ridotti in condizioni disumane e uomini diventare prima scheletri e poi morire. È orrendo tutto questo, ma noi dobbiamo testimoniarlo. Io sono con te, Cristian.

– Ma potremmo finire anche noi in quelle condizioni, hai visto, non risparmiano neanche i bambini.

– Abbiamo iniziato insieme questa cosa e insieme la portiamo al termine!

– Va bene!… Allora, Sebastiano, tu va’ dove ti ho indicato l’altra volta e domani sera torna qui, alla stessa ora. Ti daremo altro materiale e dopodomani riparti per l’Italia e pubblicherai tutto quello che abbiamo trovato. Noi, invece, resteremo per capire meglio la situazione di quei poveri disgraziati.

– Come vuoi, ma voi fate attenzione, mi raccomando!… Adomani.

Sebastiano riprese la borsa e la nascose di nuovo sotto il cappotto; lasciando la casa, scomparve nel buio della notte. Cristian si portò davanti al camino e provò a scaldarsi le mani, Mara lo seguì e guardando la fiamma, che si rifletteva nei suoi occhi verdi, disse:

– Vorrei uscire salva da questa situazione, ma per raccontare alla gente gli orrori perpetuati in questi posti.

– Se tuo padre sapesse che sei qui…

– Mio padre deve capire, non ce ne possiamo stare lì a guardare!

Il ragazzo sospirò e si mise anche lui a fissare il fuoco, Mara andò a sedersi su un vecchio divano e alzò la testa verso il soffitto:

– Poveri bambini, non ho mai visto tanta crudeltà! – esclamò atterrita.

Cristian le si sedette accanto e cominciò ad accarezzarle i capelli; leggeva sul suo volto molta tristezza e nel frattempo provava per lei un’infinita ammirazione perché nonostante avesse solo 19 anni e poteva vivere nel lusso della sua casa italiana, aveva preferito partire per testimoniare la crudeltà di quella guerra.

– Tuo padre comprende bene la situazione, lo conosco da molto tempo e so che è un bravissimo uomo, ma devi capire che da padre, ti vorrebbe sapere sempre in salvo. – le disse il giovane continuando ad accarezzarla.

– Lo so… Se ci prendono, potremmo anche non esserci più domani.

– Hai paura?

– No.

Cristian le sorrise e avvicinandosi al suo viso, le diede un bacio sulla guancia, lei lo guardò negli occhi e sorrise a sua volta:

– Ti va di fare l’amore? – gli chiese.

– Saremmo dei colleghi di lavoro… ma va bene lo stesso!

. . .

Io non avevo paura della guerra, anche se avevo solo 14 anni; non avrei mai lasciato Napoli come invece volle fare mio padre per sfuggire ai bombardamenti. Lui, però, era quello che comandava, che decideva e noi dovevamo obbedire senza fiatare. Mamma, se solo sentiva parlare di bombe, tremava tutta e in campagna si sentiva più protetta. A mio fratello Guido non importava nulla se io e nostra sorella Federica trascorrevamo tutta la giornata fra pecore e mucche, tanto lui scendeva per lavoro in città quasi tutte le mattine insieme a nostro padre. Si metteva la sua bella giacca lunga, la cravatta consumata e andava via per tornare a tarda sera. Federica, invece, dove la mettevi, là la trovavi, non muoveva opposizione a nulla, faceva tutto quello che dicevano i nostri genitori e trascorreva le giornate a sbucciare i fagioli, a pelare le patate, a dar da mangiare alle galline.

– Che barba! – esclamavo sempre quando la vedevo; non c’era cosa più noiosa che sbucciare fagioli, soprattutto quando qualcuno cadeva a terra e la cuoca, Giuseppina, con il suo grosso mestolo di legno c’intimava di corrergli dietro per riacciuffarlo. Non amavo stare in cucina, non amavo fare i lavori di casa, così, appena potevo, scappavo via e me ne andavo nel campo di grano, mi stendevo a terra a pancia in su e osservavo le nuvole che cambiavano forma. Oggi non ricordo se era la mia fantasia o se era il vento a divertirsi, ma quelle soffici nuvole prendevano magicamente le sembianze di oggetti, animali e di tante altre cose. La figura che vedevo più spesso era il telefono forse perché mi affascinava molto; non ne avevo mai visto uno prima di andare in campagna dalla zia. Che bella invenzione il telefono, pensavo, riusciva a far sentire la voce di una persona anche se era lontana. Ricordo che una mattina ero molto attratta da una nuvola sulla vetta di una collina, aveva la forma di un’enorme torta e il mio stomaco non faceva che brontolare: era così scarso il cibo che avevo sempre fame. Mamma ci faceva mangiare delle disgustose zuppe: fave, piselli, farro, orzo. Le odiavo! Io sognavo la carne, la mozzarella, i dolci ma in quel paese non c’era neanche il pane bianco. Quando papà ne portava un pezzo da Napoli, per ringraziare la zia della sua ospitalità, ne dava un po’ anche a lei ed io mi arrabbiavo perché era già poco. La zia poi era ricca, aveva una casa grande e tanti magazzini pieni di scorte di cibo, però lei fingeva di non avere nulla. Allora perché, mi chiedevo, usciva sempre con qualche sacco pieno, quando con soldi alla mano i vicini quasi la supplicavano di vendere loro qualcosa? Me ne sarai andata molto volentieri via da lì. 

Insomma, ritornando a quella mattina, ricordo che all’improvviso sentii un pesante rumore di passi sulla strada vicino al campo di grano e delle voci maschili che cantavano “Fratelli d’Italia”. Mi alzai e restai seduta fra il granoturco da dove sbirciavo senza farmi vedere: avevo paura di quelle divise e di quelle armi sotto al braccio, anche se erano italiani. Mio fratello diceva sempre che dovevamo guardarci dai tedeschi perché dopo l’armistizio di Cassibile, con cui l’Italia era passata dalla parte degli alleati, essi ce l’avevano con noi, ma io avevo paura di tutti i soldati. Prima gli inglesi, poi gli americani e adesso i tedeschi, tutti ci facevano e ci avevano fatto guerra. 

Il vento smuoveva i miei capelli, io cercavo di toglierli dal viso, ma era inutile, ritornavano sempre nello stesso punto e per rinchiuderli in una coda, non mi accorsi che un soldato stava venendo proprio verso di me.

– Oh ragazzina, cosa ci fai fra le spighe? – mi domandò con uno strano accento.

– Guardo. – risposi.

– Guardi?… E guardi cosa?

– Il cielo, le nuvole… le colline…

– Sei napoletana?

– Sì, e tu perché parli così strano?

– Sono di Firenze.

– Firenze!

– La conosci?

– No.

– Ma tu cosa fai… guardi solo? Non vai a scuola?

– Scuola?… Ci andavo tanto tempo fa.

– Quanti anni hai?

– Quattordici.

Il soldato, guardandomi, aprì il suo zaino e prese un libro, me lo porse e chiese:

– Lo vuoi? È una bella storia, tanto io l’ho già finito.

– Lo vorrei, ma non so leggere. – risposi, mentre il mio stomaco continuava a brontolare.

– Ho capito!

Il ragazzo, allora, prese dalla tasca della sua giacca un panino e sorridendo, mi disse:

– Prendi!

Sorrisi anche io e afferrai il panino. Riaprendo la borsa, il giovane soldato stava per il riporre il libro, ma l’osservai curiosa ed egli, accorgendosene, esclamò:

– Oh bimbetta, vuoi anche questo?

Accennai un “Sì” con la testa.

– E va bene, io te lo do, ma solo se tu mi prometti che imparerai a leggere e a scrivere.

Feci un sorriso ancora più grande e lui mi diede il libro, salutandomi come fanno i militari, se ne andò raggiungendo i suoi compagni.

– Chissà cosa c’è scritto? – mi chiesi guardando la luccicante copertina.

Osservando il cielo, vidi che non c’era neanche più una nuvola, allora, mi alzai e con passo lento mi avviai verso casa.

Da quando avevamo lasciato Napoli, ero sempre molto triste e quando qualcuno lo notava, Federica mi prendeva in giro dicendo che era perché non potevo vedere Cristian. Forse, però, non aveva torto, lui era così bello, simpatico… almeno per me perché i miei lo chiamavano il “forestiero” e non lo sopportavano. Cristian era il figlio dei signori Cirillo che abitavano al quarto piano nel nostro stesso palazzo di Napoli; era un ragazzo molto intelligente, aveva diciannove anni e frequentava l’università. Io non sapevo neanche cosa fosse l’università, sapevo solo che quando parlavo di lui, mio padre mi mollava sempre un ceffone: – Sei troppo piccola per pensare ai ragazzi! – gridava. Eh sì, ero piccola, ma perché non potevo neanche parlarne? In fondo, non dicevo nulla di male, io pensavo solo alla sua istruzione, una cosa che sognavo, ma che per me era molto lontana. Certo, Cristian mi piaceva e molto, solo che ad una ragazzina, come ero allora, non era permesso fare degli apprezzamenti e così, qualsiasi cosa pensassi che agli altri appariva scabrosa, me la tenevo per me. Avrei parlato sempre bene di Cristian, avrei trascorso ore a guardarlo e gli avrei detto – Sei bellissimo! – ma lui era chissà dove ed era cinque anni più grande di me. Se avessi potuto esprimere i miei pensieri, avrei fatto tanti bei commenti anche su Francesco Magai, il figlio di un’altra famiglia sfollata. “Occhi di cerbiatto” lo chiamavo, sempre nella mia mente! E com’era bello quel suo sguardo misto di timidezza e sicurezza. È vero, anche io lo vedevo fare il “pagliaccio”, come diceva mia madre, con le ragazze della cascina, ma per me era adorabile perché ad osservarlo bene, si notava che in realtà era molto chiuso e faceva una guerra con sé stesso per apparire disinvolto e socievole. Non era alto come Cristian, ma in compenso aveva delle fossette sulle guance, quando rideva, veramente adorabili, mentre i suoi bruni capelli corti splendevano come il castano iride dei suoi occhi. Come mi piaceva, come era bello, avrei fatto di tutto per farmi notare da lui, solo che puntualmente facevo sempre brutte figure. Era ormai molto tempo che la famiglia Magai abitava nella tenuta della zia e da tutto quel tempo io mi struggevo d’amore per Francesco. Quando i miei genitori dicevano che ero troppo piccola per pensare a certe cose, io rispondevo, nella mia testa però: – E vallo a dire al mio cuore!

. . .

Cristian stava nascosto fra i cespugli e scriveva rapidamente ogni cosa che vedeva, Mara, accanto a lui, aveva una cinepresa e riprendeva tutto ciò che avveniva in quel campo. La ragazza faceva una gran fatica a non piangere, cercava di restare fredda perché doveva e voleva documentare lo strazio che si presentava davanti ai suoi occhi. C’erano uomini ridotti in pelle e ossa, costretti a delle fatiche assurde, donne con la testa rasata che dovevano ripulire il campo da un enorme cumulo di abiti e da una ciminiera fuoriusciva un insopportabile odore come di carne bruciata. In fondo c’era un enorme edificio dove si vedevano entrare uomini nudi e Mara, senza smettere di riprendere, chiese:

– Che cosa faranno là dentro?

– Ho sentito che quando li spogliano, significa che stanno per ucciderli. – rispose Cristian.

– Come, come li uccidono?

– Questo non lo so.

Poco più distante dai due ragazzi, si fermava un convoglio da dove scendevano uomini e bambini che per tutto il viaggio erano stati assiepati nelle carrozze destinate agli animali; Cristian guardò verso quella direzione e impallidendo, esclamò:

– Fra i prigionieri ci sono anche dei soldati, soldati italiani!

Mara tolse gli occhi dalla cinepresa e guardò anche lei; c’erano dei ragazzi molto giovani, ancora in divisa, che camminavano in fila in mezzo agli altri deportati. Tenevano la testa bassa, ma lo sguardo fiero di chi non aveva voluto tradire la propria nazione.

– Registra, registra! – disse Cristian e Mara cercò subito di riprendere la scena, ma la sua mano tremava.

I due giornalisti erano impegnati ad immortalare quelle immagini e non si accorsero che era appena giunto qualcuno alle loro spalle: era un giovane militare tedesco con un mitra sulle spalle. Con uno stentato italiano, egli chiese – Cosa fare voi qui? Cristian e Mara si voltarono e come lo videro, impallidirono, pensarono subito che per loro era finita. Il soldato impugnò l’arma e la puntò verso di loro, con voce autoritaria esclamò:

– Andate subito via, stanno arrivando, è pericoloso per voi stare

qui!

– Come? – domandò Cristian.

– Non fare domande, scappate!

I due ragazzi si guardarono e provarono ad alzarsi, ma in quel momento arrivò un tenente tedesco che disse: – Bravo camerata, hai beccato due spie. Portateli via!

Altri due militari li afferrarono con violenza e sequestrarono tutto il materiale che avevano registrato; tenendoli per le braccia, li portarono verso i binari ferroviari e lì li separarono. Cristian urlava ripetutamente il nome di Mara e lei faceva altrettanto, mentre gli occhi di tutti, anche quelli dei deportati, erano puntati su di loro. I soldati li picchiarono per farli stare zitti. 

Cristian fu messo sul convoglio e legato perché non scappasse, Mara fu portata all’interno del campo.

.  .  .

 

Una mattina, mentre impastavo le pagnotte da mettere nel forno, Francesco entrò in cucina e sorridendo ironico, iniziò a prendere in giro Giuseppina per i suoi 120 chili; lei non gli dava retta, non lo ascoltava neanche perché era presa dal suo lavoro, ma io m’incantavo a vedere le sue fossette. Ricordo ancora oggi il gran da fare della cuoca in quel giorno, andava avanti e indietro, dava ordini a destra e a sinistra e sbraitava come un uomo quando qualcuno non faceva come diceva lei. – Comanda lei la baracca! – ripeteva sempre ridendo il padrone di casa. Io, invece, non volevo fare niente, ma mamma, con la scusa di dover ripagare l’ospitalità, mi costringeva a lavorare.

Era il compleanno della primogenita degli zii, si doveva festeggiare la sua maggiore età e sembrava l’evento dell’anno. Antonia, mia zia, aveva dato a Giuseppina il compito di rendere tutto perfetto e lei aveva intenzione di ubbidire rompendo le scatole a noi!

Mentre tutto intorno a me era un continuo vociare, un continuo commentare la giornata da parte dell’intera servitù, io stavo con le mani nell’impasto. Dalla bianca cuffia, che mettevo per coprire i capelli, usciva una ciocca ribelle, nera come i miei occhi, e come quella mattina nel campo di grano, la toglievo dal viso, ma tornava sempre allo stesso punto. Si fermava proprio accanto al naso e mi faceva starnutire. E quanta farina si alzava! Spesso finiva anche addosso agli altri. Mia madre mi richiamava in continuazione e io la guardavo come a dirle che non me ne fregava nulla. Nel frattempo, cercando di non farlo notare a nessuno, guardavo sottocchio Francesco che giocava con Federica; mi faceva rabbia, lei era più grande e quindi nessuno le diceva nulla perché era in età da marito, mentre io ero la bambina di casa che non importava a nessuno. Fingendo di annoiarmi, sbuffavo per distrarli.

– Giuseppina, ma perché non state più calma, sembrate una tarantola oggi! – esclamò Francesco, mentre in cucina saliva il vapore del grosso pentolone dove bolliva l’acqua.

– Ragazzo mio, – rispose lei – vedi di starci alla larga oggi, non abbiamo tempo di pensare anche a te!

– Oh… ma guarda un po’, eppure quando vengo qui e ci sediamo tutti insieme accanto al camino per leggere le poesie, vi fa piacere la mia compagnia.

– Per me puoi anche startene nella stalla. Se accetto la tua presenza è perché me l’ha imposta il padrone, ma se mi rompi le scatole, vado direttamente da lui.

– Uffa, e come stiamo oggi!… È proprio antipatica quando fa così! – disse Francesco guardandomi.

Il mio sangue si gelò improvvisamente. Mi trovai, sorpresa, i suoi occhi da cerbiatto proprio rivolti a me e come una scema non risposi, mentre lui già ritornava accanto a Federica. Innervosita dal mio comportamento stupido e imbarazzante, presi le pagnotte dal tavolo infarinato, anche se ero più io infarinata, e mi avviai verso il piano accanto al forno; non ho proprio idea di come feci, ma inciampai e caddi a terra facendo sparpagliare le pagnotte sul pavimento.

– Martina, ma che cavolo fai? – gridò la cuoca con la sua grossa voce.

Provai a mettermi in ginocchio, ma mi faceva male il piede e restai per un po’ distesa.

– Giuseppina, non la sgridate, è una bambina! – esclamò Francesco venendo vicino a me per aiutarmi.

Io, agitata, feci un rapido scatto e mi alzai, non volevo essere toccata. Senza badare alle pagnotte a terra, scappai via dalla cucina, avevo fatto una pessima figura e già le lacrime mi bagnavano il viso. Nelle orecchie mi rimbombava quell’odiosa frase: “È una bambina”. Me la sentivo dire sempre, quasi tutti i giorni, dai miei genitori, dagli zii, dalla servitù e così, innervosita, me ne andai, zoppicante, nel fienile ad osservare i campi dalla finestra. Sbuffando ancora, mi tolsi la cuffia e i miei capelli lunghi scesero tutti insieme fino a coprirmi le spalle. Guardandomi in un vetro abbandonato, mi dicevo di non essere una bambina, di valere più di quanto pensassero gli altri.

Era sempre per colpa degli altri che spesso mi perdevo nei miei pensieri perché non potevo parlare con nessuno. – Perché una ragazza della mia età non può dire cose serie, cose importanti? – mi chiedevo.

Ad un tratto sentii la porta del fienile aprirsi e vidi Giovanni entrare, mentre con rabbia diceva:

– Mi sento frustrato… anzi, furioso!

– Allora, mettiti in fila! – risposi.

– Anche tu lo sei?

– Ti dovresti sorprendere quando non lo sono!… Allora, cosa ti è successo?

– Papà vorrebbe che facessi anche io l’allevatore di polli.

– E a te non piace? – gli domandai scherzando perché conoscevo la sua passione per la recitazione.

– Eee…sì sì, prendimi in giro. Intanto oggi ci siamo fatti un’altra litigata. Continuo sempre più a pensare che se voglio diventare un attore, devo scappare di casa.

– E dove andresti?

– A Napoli!

– Da solo?

– Magari con te e la tua famiglia.

– Sì, certo, così mi chiudono in convento!

Mi voltai di nuovo verso la finestra e osservai i contadini al lavoro che mietevano il grano. Giovanni parlava a raffica e già sapevo come sarebbe finita quella conversazione, o per meglio dire, monologo, perché faceva sempre così, chiacchierava senza mai respirare: alla fine lui mi avrebbe mostrato un saggio della sua bravura. A dir la verità, era bravo, ma lo vedevo più come comico perché mi faceva ridere quando recitava.

Ridendo come al solito ad una delle sue interpretazioni, lui mi guardò e, ad un tratto serio, mi disse:

– È bello farti ridere, Martina.

– Sono una musona, vero? – chiesi.

– Perché non facciamo una cosa, scappiamo tutti e due, andiamo in città a fare carriera.

– Sei matto, io scappare di casa? Con un ragazzo per giunta!

– Ma perché scusa, anche tu ti scocci di stare qui, invece in città possiamo vedere di trovare qualcosa di meglio.

– E cosa possiamo fare in città da soli tutti e due? Siamo così piccoli!- Piccoli? Io ho quindici anni.

– Tu, ma io quattordici e sono una femmina.

– Va be’, ma sembri più grande… Tu farai la cuoca, per cominciare… per guadagnare qualcosa di soldi, poi, appena trovo uno che ci scritturi, farai l’attrice.

– Ma smettila, chi ci scrittura a noi? Tu fantastichi peggio di me!

– E arrendiamoci così, restiamo in questa cavolo di cascina a fare i contadini.

Giovanni voleva troppo da me, io non potevo andare via e neanche lui, eravamo ancora minorenni e soprattutto non avevamo dove andare; forse avrei potuto veramente farlo venire con noi a Napoli una volta finita la guerra, se mai fosse finita.

Il mio amico mi guardò con aria scocciata, ma poi sentii qualcuno chiamarmi, mi voltai verso l’ingresso del fienile e vidi lui, “Occhi da cerbiatto”; feci uno sguardo che mostrava tutta la mia sorpresa e mi dissi emozionata: – Ricorda il mio nome.

Francesco, con le mani in tasca, si avvicinò e chiese a Giovanni:

– Puoi lasciarci soli, per favore?

– Certo!… Ma tu sei scemo?

– Dai che non voglio farle niente.

– Non mi fido.

– E allora aspetta fuori, vicino alla porta.

– Si però guarda che porto il forcone con me e se le fai qualcosa, t’infilzo!

– Va bene!

Giovanni uscì fuori e restò accanto alla porta, mentre io, tremante come una foglia, mi chiedevo cosa mai volesse da me, poi lui mi guardò e mi domandò:

– Perché sei scappata via?

Abbassai la testa perché arrossii così tanto che mi vergognavo anche solo di farmi guardare in viso.

– Martina, – riprese – perché sei scappata?

– Perché ho fatto una brutta figura.

– Ma può capitare a chiunque di cadere.

– Eh sì, lo so, ma capitano tutte a me!- Dai che non è vero.

– Sì che è vero.

– Beh… comunque volevo dirti che per me non hai fatto nessuna brutta figura… Anche io ero convinto, quando avevo la tua età, che capitassero tutte a me, ma crescendo mi sono reso conto che non è così. Bisogna solo essere più sicuri di sé.

– E tu parli così perché sei uomo, sei grande.

– Credi veramente che ad un uomo non accadano cose imbarazzanti?… Allora, senti questa. Ieri sera ero a cena con i tuoi zii, per contorno portarono delle olive e cercai di prenderne una con la forchetta ma l’oliva scivolò dal mio piatto e finì proprio nel decolté della signora!

– Oh cielo, veramente?

– Eh sì, non immagini l’imbarazzo.

– Ma com’è che a voi vi fanno mangiare con loro? A noi mai!

– Beh, perché non siamo ricchi, ma stiamo alquanto bene e i padroni cercano sempre di appioppare quelle figlie a qualcuno.

– E… a te… piacciono?

– Le figlie dei padroni?

– Sì.

– Non possono mai aspirare alla bellezza delle cugine napoletane.

Cos’altro poteva dire Francesco per farmi arrossire? Diventai un peperone e per cambiare discorso, gli domandai:

– Hai fratelli, sorelle?

– No, i miei genitori non possono avere figli.

– Come… e tu?

– Io sono adottato, mi vennero a prendere dalle suore quando avevo due anni.

– E ti trovi bene?

– Beh è un po’ come quando nasci in una famiglia, non hai scelto tu i tuoi genitori, ma ci devi stare.

– Non ti trovi bene?

– Sì certo, ma mio padre vuole farmi fare il dottore come lui.

– E a te non piace fare il dottore?

– Io vorrei scrivere, creare poesie e pubblicarle, ma lo studio mi porta via tanto tempo.- Ne hai già scritta qualcuna?

– Sì!… Beh, adesso è meglio che vada, altrimenti il tuo amico m’infilza!

– Un giorno mi farai leggere una tua poesia?

– Va bene.

Francesco sorrise, si voltò e se ne andò; aveva l’aria sconsolata e io non capivo come si poteva essere tristi, quando si aveva la possibilità di studiare e vivere in una famiglia in cui non mancava nulla. Però ero contenta che fosse venuto a parlare con me.

. . .

– Ah maledette mosche! – si lamentava mio padre, mentre mia madre cercava di ucciderne quante più poteva, ma a pochi metri c’era il vigneto e di quei fastidiosi insetti ce n’erano veramente troppi.

– Sono stanco, non lo sopporto più, – riprese papà riferendosi al marito della zia e allacciandosi il panciotto – lo ha dimenticato che io vado a Napoli per lavorare e non per fare piaceri a lui?

– Luigi, – esclamò mamma – ma cosa dici, lui è tuo cognato. Anzi, ringrazia il Signore che ha accettato di ospitarci.

– Questo non significa che deve sfruttarci! Anche Antonia vi fa lavorare come delle serve. Stasera festeggiano il compleanno della figlia, credi che ci abbiano invitati? No! Ha detto chiaramente che dobbiamo stare alla larga dalla casa e sai perché? Perché siamo dei disgraziati, loro sono i signori e noi i pezzenti!

– Ma che te ne importa di stare in casa con loro? Te ne stai qui nella tenuta a giocare con Salvatore e Giuseppe.

– Ah Maria, tu non capisci!

– No, sei tu che non vuoi capire qual è il nostro posto qui… Vedrai che quando finirà la guerra, anche i tuoi affari andranno meglio e poi, allora, voglio vedere quella come fa senza vendere il cibo alla borsa nera.

Mio fratello se ne stava seduto sul davanzale della finestra, sentiva la conversazione dei nostri genitori e masticava un filo d’erba aguzzando la vista per vedere oltre il campo di grano.

Quella stanza, nell’edificio destinato alla servitù, era tutto ciò che gli zii ci avevano dato e lì dormivamo e mangiavamo.Guido passava tante ore a pensare, pensava dalla mattina alla sera, anche quando lavorava ed infatti nella cascina tutti lo chiamavano il pensatore. Molti gli ridevano anche dietro perché Mariangela, la figlia della lavandaia, la più bella ragazza della tenuta, non aveva occhi che per mio fratello e lui non ci faceva neanche caso. Io penso che se n’era accorto, ma non gli interessava.  Qualcuno diceva addirittura che gli piacevano gli uomini, ma non l’ho mai creduto. “Taciturno” ecco cos’era e pensava più a come migliorare le nostre condizioni di vita che all’amore. Per questo Guido e mio padre si ostinavano ad aprire la bottega tutte le mattine anche se erano poche le persone che compravano stoffa. Purtroppo diminuivano progressivamente quelli che potevano farsi cucire un vestito dal sarto e tutto ciò che si riusciva a vendere, erano piccoli pezzi di stoffa per rattoppare abiti ormai consumati dal tempo. Si ricavavano solo poche lire. Erano rari i giorni in cui mio padre portava a casa una mozzarella, una fettina di carne, un po’ di pasta; tutto ciò che potevamo avere, era pesato e si doveva fare una fila interminabile per poter comprare qualcosa. Guido pensava a come sarebbe cresciuta la nostra piccola attività, se non ci fosse stata quella maledetta guerra e, invece, si arricchivano solo quelli che fabbricavano armi e i contadini che andavano a vendere i loro prodotti in città. E così, mentre noi poveri piangevamo per la vita che non potevamo avere, dalla casa degli zii si vedevano tutte le luci accese e si udiva il suono di un’orchestra. Quella sera tutti i lavoratori della cascina e noi sfollati stavamo nel cortile, i maschi giocavano a carte e le donne chiacchieravano sedute in cerchio sulle vecchie sedie di paglia. Io, mia sorella e le altre ragazze della tenuta stavamo con le ginocchia  a terra e con la testa fra le ringhiere del cancello laterale per vedere gli abiti delle invitate alla festa: che eleganza quei capelli raccolti in alto o i tagli corti, i guanti e le borsette. Io osservavo le giovani fanciulle dell’alta società e sognavo d’indossare uno di quei vestiti, ma non era tanto per i vestiti, ma perché credevo che in tutto quello c’era la libertà. Fra gli invitati vedemmo una bella ragazza dai capelli lunghi e neri come i miei, indossava un abito ricamato a mano, stretto in vita e che scendeva fin giù.

– Mmm…. – disse Carolina, un’aiutante della cuoca e nostra amica – saranno anche dei ricconi, ma di moda non se ne intendono proprio!

– Sono nobili, devono vestire così. – replicò Federica.

– Ma cosa ne sai tu di nobiltà?!

– Quando vado da mia cugina, lei mi dice sempre tante cose.

– Quella ne sa meno di te, credimi. E non è neanche nobile, i tuoi zii sono solo degli arricchiti.

– Degli arricchiti che però ti fanno lavorare.

– Eh sì, difendili tu, intanto a voi, che siete i parenti, vi fanno vivere come servi.

– Che cosa guardate eh? – ci chiese Giuseppe, il fattore, avvicinandosi al cancello e osservando l’ingresso principale della casa.

– Come si vestono le nobildonne. – risposi alzando il viso verso di lui.

Giuseppe mi accarezzò la testa e disse:

– Ricordate bambine, hanno solo una cosa in più, i soldi, ma per grazia e bellezza voi valete di più. 

Io sorrisi, mentre Carolina e Federica se ne lamentavano. Dopo qualche secondo abbassai la testa in avanti, mentre con le mani mi tenevo ancora al cancello; chissà cosa pensavo, so solo che ero una grande sognatrice.

Giuseppina con i suoi gesti decisi, ma non aggressivi, ci fece alzare e disse a tutte noi che dovevamo pensare ad altro, così ci accompagnò fino al tavolo al centro del cortile a ci fece sedere. Io, come al solito, me ne stavo in silenzio ad osservare gli altri, le mie amiche invece si lamentavano perché volevano entrare nella casa del padrone, ma questa volta però, per vedere i bei ragazzi che avevano intravisto dal cancello.

Ad un tratto sentii Giovanni che mi chiamava, mi voltai e lui mi fece segno di seguirlo; mi alzai e gli andai dietro e come al solito tutti commentarono dicendo che noi due eravamo destinati a sposarci. Nessuno capiva che fra me e lui c’era solo una reale amicizia, anche perché la sua testa stava sempre a pensare al teatro.Seguendo Giovanni nell’aia, arrivammo fino a casa sua dove il mio amico prese un abito femminile da festa e me lo mostrò.

– È bellissimo! – esclamai restando incantata.

– Indossalo, così vai alla festa. – mi disse sorridendo.

– Cosa?

– Si dai, io ho questo. – rispose lui prendendo dalla stessa cesta un vestito da uomo.

– Ma cosa hai in mente e dove hai preso questi abiti?

– Il tuo è di mia cugina e questo del fidanzato. Dai, vai in camera tua e preparati.

– Tu sei pazzo, non possiamo entrare in casa dei signori e poi ci riconoscerebbero, almeno a me.

– Ma dai, Martina, non ci riconosceranno! Secondo te i padroni conoscono tutti i loro lavoratori? A te poi non ci faranno caso con tutti gli invitati che ci sono.

Presi l’abito fra le mie mie mani e cominciai a guardarlo, lo volevo indossare, ma avevo paura: in mezzo a tanti signori cosa ci avrei mai fatto?

– E se poi se ne accorgono e ti licenziano? – chiesi preoccupata.

– Vuol dire che è la volta buona che ce ne andiamo in città.

– Oh, e va bene! Vienimi a prendere, però, io da sola non ci entro.

– Va bene!

Cercando di nascondermi agli occhi degli altri, mentre un canto popolare si elevava fra gli alberi che coprivano la luna, mi avviai verso casa; nel tragitto sentivo le donne cantare e vedevo mio padre osservare le vigne.

Mi chiusi in camera e iniziai a cambiarmi, andavo di fretta e non sapevo neanche il perché, ma ad un tratto qualcuno bussò alla porta ed io mi gelai.

– Martina, cosa stai facendo? – mi domandò Federica.

– Niente… mi preparo per la notte. – risposi un po’ tremante.

– Già vai a dormire?

– Eh… ho tanto sonno.

– Dai fammi entrare, ti devo raccontare una cosa.

– Facciamo domani, adesso ho troppo sonno.

Mia sorella non rispose subito e io aspettavo trepidante un suo cenno, poi lei disse:

– Eh va bene, ciao!

A quel saluto sospirai come chissà cosa stessi facendo. Appena vestita, mi guardai allo specchio e cercai di pettinarmi come meglio potevo; presi un fiore da un vaso e lo misi sul fiocco che mi teneva i capelli. Com’ero bella vestita da signora! Facevo tante smorfie per vedere come stavo e pensai che Giuseppe aveva ragione: a noi ragazze della cascina mancavano solo i soldi.

Qualche minuto dopo, Giovanni cominciò a chiamarmi, mi affacciai alla finestra e gli dissi di fare silenzio, poi, verificando prima che in casa non ci fosse nessuno, scesi le scale e me ne andai. In realtà non avevo visto bene, perché nella sala da pranzo, buia, sempre seduto su un davanzale, c’era Guido. Sgattaiolando via insieme a Giovanni, ci avvicinammo ad una delle grandi finestre della casa degli zii, ci affacciammo e vedemmo tante persone eleganti, ricche e nobili: c’era il sindaco di quel piccolo paese, alcuni amministratori comunali e degli uomini che sinceramente non saprei neanche dire chi fossero. Girando intorno alle mura della villa, trovammo un ingresso secondario ed entrammo nella sala da pranzo che per fortuna era vuota; spalancando gli occhi, mi fermai ad osservare le belle cose che c’erano in quella casa, statue, tende con merletti, vasi, ceramiche e quadri: tutti oggetti che non avevo mai visto. Senza far rumore, ci avviammo verso la sala di ricevimento da dove proveniva la musica e il vociare degli invitati.

– Ho il cuore in gola! – esclamai fermandomi.

– Dai, Martina, nessuno farà caso a noi. Passeremo per i figli di qualche invitato, così ci divertiamo un po’. – rispose Giovanni sorridendo.

Non finì neanche di replicare che mi tirò in sala e mi ritrovai in mezzo a tutta quella gente che odorava di confetto; la prima cosa che pensai, fu che avrei fatto sicuramente un’altra figuraccia!

– Fai la disinvolta. – mi diceva il mio amico.

Ma come potevo? Non ero per nulla elegante, ero goffa e impacciata.

La sala era immensa ed era circondata su due lati da enormi finestre abbellite con tende rosa; in un angolo c’era l’orchestra, al centro delle persone che ballavano e in fondo un uomo con un grosso pancione che beveva insieme ai suoi invitati.

– Ecco, Martina, quello è il padrone. – mi disse Giovanni indicando la stessa persona che guardavo io.

– Allora, è lo zio?… Ma mia cugina? – chiesi un po’ perplessa.

– Non lo so, non l’ho mai vista.

Mentre giravo su me stessa per ammirare gli invitati, m’immaginavo figlia di un conte, a parlare con altre ragazze nobili dei grandi fatti della vita. Mi vedevo bella, con i boccoli che scendevano sulle spalle, con le mani inguantate e con una scia di delicato profumo dietro di me. Mi girava la testa a vedere quelle persone ballare, ma Carolina aveva torto, non tutte indossavano i pomposi abiti fuori moda, molte portavano dei vestiti lunghi e stretti in vita, eleganti e raffinati, soprattutto le giovani. Il mio aveva le spalle scoperte, era un rosa chiaro e aveva la gonna appena appena larga e molto lunga. Ad un certo punto il maggiordomo annunciò l’ingresso di Rosalia Poerio Bassi, mia cugina, e fu allora che anche io mi chiesi com’era possibile che dei nostri stretti parenti potessero tenerci così alla larga solo perché eravamo poveri. 

– Andiamo al buffet? – mi chiese Giovanni fregandosene che bisognava aspettare la festeggiata. 

– Non credo che si possa in questo momento, forse è meglio andar via. – risposi mentre gli invitati davano gli auguri a Rosalia. 

La confusione, la musica e quell’ansia che avevano gli invitati nel voler assolutamente salutare la famiglia Poerio mi mettevano una grande agitazione.

Mezza intontita, mi avviai verso l’uscita e per farlo cercai di superare tutte quelle persone che si accalcavano, ma ad un tratto  Giovanni mi prese la mano e credo disse: – L’uscita è di qua!

Lo seguii senza battere ciglio e ci ritrovammo su un terrazzo che dava in giardino, ci fermammo e ci guardammo: non era il mio amico.

– Allora, piccola principessa, cosa ci fai qui? – mi chiese Francesco sorridendo.

Volevo sprofondare! Quei suoi occhi, che mi fissavano, m’imbarazzavano tremendamente. Cosa potevo rispondergli? Avevo addosso qualcosa non mio, ero fuori luogo ed ero un’imbranata nata.

– Allora, cosa ci fai qui? – riprese lui non distogliendo neanche un attimo lo sguardo da me.

– Gioco! – risposi cercando di mostrarmi tranquilla e a mio agio. 

– Giochi?… Ho un’idea!

– Cosa?

– Vieni con me.

Francesco mi prese la mano e cominciò a tirarmi per farmi camminare, io gli chiedevo cosa avesse in mente perché un po’  avevo paura; poi scendemmo gli scalini che portavano in giardino e attraversammo un arco che conduceva nel parco privato della famiglia Poerio. Non sapevo cosa pensare e quella volta anche io mi ripetevo di essere piccola, ma lui continuava a dirmi di stare tranquilla. Dopo poco entrammo nella cucina, dove la mattina avevo fatto cadere le pagnotte e Francesco mi lasciò la mano; preoccupata feci un passo indietro e lui mi guardò chiedendomi: 

– Hai paura?

– No! – risposi fingendo disinvoltura.

– Voglio solo farti divertire veramente.

– Come?

– Siediti!

Mi sedetti, perplessa, su una sedia accanto alla finestra, Francesco prese un foglio di carta e si accomodò anche lui. Osservandomi ogni tanto, si mise a scrivere qualcosa.

– Cosa scrivi? – gli chiesi.

– Dopo ti faccio leggere, ma non dire nulla adesso. 

Se mamma avesse saputo che ero in una stanza da sola con un uomo, mi avrebbe picchiata sicuramente, ma io cominciavo a sorridere e Francesco mi disse di essere brava. Brava per cosa? Stavo solo ferma immobile! Mentre vedevo la luna riflessa nei suoi occhi, lui scriveva alla fioca luce di una lampada e sorridendo si formarono sulle guance le sue dolci fossette. Io avevo il cuore che batteva molto forte e per poco non mi saliva in gola.

Poi Francesco si fermò, alzò la testa dal foglio e disse:

– Vuoi leggere?

– Sì. – risposi.

Lui si avvicinò a me, mi diede il foglio e si mise al mio fianco; io fingevo di leggere: mi vergognavo troppo a dire di non saperlo fare. Avevo gli occhi incollati sulla sua elegante grafia, sulle “a” tondeggianti, sulle artistiche “i” ed erano le uniche lettere che conoscevo.

– Ti piace? – mi domandò.

– Sì. – risposi imbarazzata.

– Che ne pensi?

– Beh… posso dirti che a me piace molto, ma darti un giudizio…

– Ma ti piace?

– Sì, sì… molto!

– Bene!

– Come la chiamerai?

– Beh… visto che sei tu la mia musa ispiratrice, la chiamerò Martina.

Feci un sorriso istintivo, era la cosa più bella che mi avessero mai detto. Non credevo a quello che stava accadendo, stavamo là io e lui con una sua poesia dedicata a me e questo confermava quello che pensavo di lui: era dolce e timido. Poi Francesco poggiò la mano sulla mia spalla e mi spiegò il significato di alcune parole, ma in quel momento si accesero anche le altre lampade e io sentii la voce di mia madre gridare – Disgraziato!

Come una tempesta improvvisa entrarono in cucina mio padre e altri lavoratori della cascina che si avventarono su Francesco bloccandolo.

– Disgraziato, cosa volevi fare a mia figlia? – chiese arrabbiato mio padre.

– Ma papà, stavamo leggendo una poesia. – risposi. 

– Stai zitta tu, svergognata! Maria, portala a casa. 

Francesco cercava di giustificarsi, ma uno dei contadini gli teneva un fucile puntato contro, papà sbraitava come un cane e mentre io gridavo che non mi aveva fatto nulla, mia madre mi spingeva stringendomi il braccio. Mi faceva male, ma sinceramente soffrivo più per quello che stavano facendo a lui. Gli dicevano brutte parole, lo chiamavano maniaco e lo intimavano di lasciare la cascina. Qualcuno gli diede anche un pugno e infatti l’ultima immagine che ebbi di lui, fu il suo bel viso pieno di sangue.

– Non ti preoccupare Martina, – mi gridava – riuscirò a pubblicarla e tu mi troverai!

– Che cosa sei, eh?… Una puttana? – mi strillava mia madre nel cortile verso casa.

– Voi siete pazza! – rispondevo io. 

– Ah, io sono pazza, e tu vestita così? Mo vedrai!

Gli altri lavoratori e le ragazze della tenuta stavano impalate ad osservare la scena, io cercavo di difendermi da quelle ingiuste  accuse ma tutti credevano a ben altro.

E fu così che la famiglia di Francesco dovette andare via, mentre io fui costretta a restare in camera per molti giorni. Piangevo perché avevo paura di non rivederlo più.

Nei giorni seguenti Giovanni continuava a chiedermi scusa, ma io non ce l’avevo con lui, tutta quella storia aveva fatto allontanare Francesco da me, ma mi aveva regalato anche un dolce momento che non avrei mai dimenticato.

. . .

1945

Oltre il filo spinato si vedevano i carri armati avanzare verso il campo, quest’ultimo sembrava desolato, mentre usciva ancora del nero fumo da una ciminiera dove i tedeschi avevano bruciato tutti i prigionieri che non erano riusciti a scappare. Il silenzio che regnava in quel posto, così inverosimile dopo le grida e i pianti che si erano susseguiti nel corso degli ultimi anni, lasciava rimbombare nell’aria il rumore dei grossi mezzi che si avvicinavano. Alcuni uomini, che poco prima stavano nascosti come meglio potevano, cominciarono ad uscire fuori e a guardarsi intorno; si osservavano in silenzio negli occhi con uno sguardo misto di disperazione e rassegnazione.

Lucio, un ragazzino ebreo di circa dieci anni, nascosto sotto uncarro rovesciato, guardava da una fessura quelli che venivano allo scoperto e i carri armati in lontananza, poi si voltò verso il suo compagno che stava dietro di lui, anch’egli fisso ad osservare il campo, e chiese:

– Usciamo?

– No, – rispose Cristian – aspettiamo ancora un po’.

I carri armati arrivarono nel campo, i superstiti si avvicinarono speranzosi, ma un soldato venne fuori dal mezzo e con una mitraglia sparò su tutti; Lucio strinse gli occhi per la paura e Cristian gli posò una mano sul capo per calmarlo. Alcuni ufficiali tedeschi davano un’ultima occhiata in giro, cercavano negli edifici, dietro ogni oggetto che potesse nascondere un uomo e controllavano in mezzo ai corpi ammassati a terra. Un soldato, invece, si avvicinò al carro rovesciato e Lucio ebbe un sussulto, poi il militare si abbassò e vide il bambino; portandosi un dito alla bocca, fece segno al piccolo di stare zitto. Dopo qualche minuto i tedeschi se ne andarono.

I corpi degli uomini che poco prima si erano salvati dalla furia finale, adesso stavano a terra privi di vita e fu la prima cosa che Cristian vide appena uscito dal rifugio. Con il bambino per mano, il giovane diede un’occhiata in giro e poi si avviò verso la strada.

– Cristian! – esclamò un ragazzo sbucato da un cespuglio.

– Bernardino, ce l’hai fatta anche tu?

– Sì… anche tu e il nostro piccolo amico, vedo con gioia.

– Sì, adesso però, sarà meglio andare.

Cristian era visibilmente dimagrito, il viso era scarno, dalle spalle quasi uscivano le ossa di fuori e così era anche per i suoi due compagni; tutti e tre erano gli unici superstiti di quel campo.

Qualche minuto più tardi, camminando sulla strada che portava alla stazione, essi videro delle persone ridere e festeggiare e con loro c’era un plotone di militari americani che avevano arrestato i soldati tedeschi. In quello stesso momento si vide sfilare un gruppo di superstiti di altri campi e Cristian, guardando fra quelle povere persone, scrutava i volti delle donne e nella sua mente ripeteva il nome di Mara. Chiedendo a Bernardino di badare a Lucio, s’infilò nel lungo corteo e a tutti domandava se avessero visto o conosciuto una ragazza di nome Mara Caporosso; il giovane la descriveva con la speranza che qualcuno gli sapesse dire qualcosa. Mentre chiedeva e ancora sperava, un uomo lo riconobbe e avvicinandosi, esclamò il suo nome; Cristian si voltò e vide Sebastiano andargli incontro a braccia aperte. I due amici si abbracciarono più forte che potevano. Erano entrambi ridotti a pelle e ossa, avevano i segni della sofferenza sul viso, ma erano felici di vedersi e di essere ancora vivi. 

– Quando ti hanno preso? – chiese Cristian a Sebastiano.

– L’ultima sera che ci siamo visti.

– Ma… quindi non sei riuscito a mettere in salvo nulla?

– No, è stato tutto bruciato.

– Accidenti!

– Cristian, dai andiamo, gli americani ci accompagnano a casa.

– Comincia ad andare tu.

– Cosa? Perché tu che devi fare?

– Devo cercare Mara.

– Ma non sta più qui.

– Come lo sai? Non eri con noi.

– È stata per un breve tempo nel campo dove ero io, poi sembra

che l’abbiano trasferita in Italia.

– Dici la verità?

– E perché dovrei mentirti? Mara è anche amica mia!

Cristian abbassò la testa, si portò le mani ai fianchi e si ripromise che una volta in Italia avrebbe fatto di tutto per trovarla.

– Dai, forse sta già a casa. – esclamò Sebastiano.

– Speriamo che sia così!

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4 thoughts on “Primo capitolo del romanzo “L’inverno e la primavera” – edito da CoreBook

  1. Recensione a cura dell’editore

    Mara vuole raccontare al mondo le atrocità dei campi di concentramento nazisti. Lei è una giornalista e una donna e non può chiudere gli occhi difronte alla pazzia dell’uomo capace di ridurre i suoi simili in ombre private perfino della propria dignità.

    Martina è troppo piccola per capire la guerra, troppo ingenua per difendersi dalle brutture del mondo, troppo libera per restare imprigionata nell’ipocrisia e nelle convenzioni. Lei sogna di imparare a leggere e a scrivere, sogna una vita diversa, sogna l’Amore.

    Mara e Martina, due donne e un solo uomo a cui entrambe, attraverso percorsi diversi, sono legate da un amore profondo e indissolubile.

    La Napoli del dopoguerra raccontata attraverso una storia d’amore e di sofferenza nella quale i destini di gente diversa si incontrano e si intrecciano, dando vita ad un romanzo avvincente che tocca le corde del sentimento in un continuo alternarsi di sfumature: amore, amicizia, perdita, dolore ma sempre e comunque speranza. In un continuo alternarsi di inverno e di primavera.

  2. Recensione a cura di Maria Zuccarini – blogger, consulente d’immagine, fashion designer

    L’orrore della guerra, la difficoltà e la bellezza di essere donna, la famiglia, l’amicizia, la speranza nel loro continuo alternarsi, come quello delle stagioni…

    “L’inverno e la primavera” è il secondo romanzo di Annalisa Caravante, un intenso e appassionato affresco che unisce il Nord e il Sud dell’Italia del dopoguerra con i suoi protagonisti.
    La prosa fresca della scrittrice ci fa innamorare di Martina e dei suoi sogni rincorsi caparbiamente, di Francesco, che le regala una poesia che lei non riesce a leggere e la speranza di una nuova vita, di Cristian, intraprendente, coraggioso e innamorato, che non rinuncerà mai alla ricerca della verità.
    L’intrecciarsi dei loro destini si stempera in vent’anni di storia italiana, dall’esperienza atroce dei campi di concentramento alla ricostruzione di una nuova vita.
    Il senso dell’esperienza narrativa è forse sintetizzabile in questa frase dedicata all’Italia, di allora e di oggi: “ …finché c’è chi non l’amerà veramente, non ci sarà mai né l’estate né l’autunno, ma solo un continuo alternarsi di inverni e primavere.”

    Annalisa Caravante si conferma scrittrice sensibile e versatile; la sua scrittura appassionata, che con l’uso della lingua napoletana riesce a rendere palpabili le atmosfere e le emozioni, avvicina e rende partecipi a tempi, luoghi, situazioni e personaggi che grazie alla sua prosa divengono immediatamente familiari.

  3. E’ una storia avvincente, ti tiene con il fiato sospeso, è un susseguirsi di scoperte amare e non. Ti cattura fin da subito, tanto che non riuscivo a staccarmi, dalla curiosità di sapere come finisse la storia. C’è di tutto, amore, gelosia, tradimenti veri e falsi, sorprese inattese. I miei complimenti più sinceri per Annalisa, ho trovato che con questo romanzo, ci sia stata da parte sua una maturazione nel modo di narrare e di far presa sul lettore.

  4. Sguardi, pensieri e desideri d’affetto che si giocano tra gli eventi più drammatici dell’umanità. Tracce che introducono in una storia di emozioni in cui si avverte che si dovranno attraversare tutte le pieghe della vita che il nostro cuore ha imparato a conoscere. Storie di ragazze e ragazzi che devono vivere e sopravvivere tra le vicende della guerra. Non sembra però che la subiscano in modo totalmente passivo perché già dalle prime righe si intuiscono gesti di eroismo di chi l’amore non l’ho intende solo nei fatti privati degli amanti ma anche nella intuizione di appartenere alla vita e di doverne difendere la dignità contro ogni follia. Complimenti.

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