Cattivi pensieri

img016

“Le bugie hanno le gambe corte” l’ho sempre saputo, fin da bambina. Ricordo quando zia me lo ripeteva continuamente, perché, sì, ero una bambina bugiarda. La verità era che non amavo raccontare la mia vita; cosa dovevo dire? Che papà non stava mai a casa? Che mamma era morta mettendomi al mondo? Che mio fratello non mi pensava per niente? Non ho mai amato fare leva sui miei problemi e quindi dicevo ai miei compagni di classe di essere una strega, che i miei genitori erano dei sovrani e mio fratello il condottiero di un lontano pianeta della Via Lattea. Molto più interessante, no? No! Tutte queste bugie mi valsero l’appellativo di “Bugiarda” e mi facevano solo litigare con tutta la classe. Quando la zia mi riportava a casa, iniziava poi la lunga ramanzina che terminava sempre con la farse “Le bugie non si dicono”.

Lo ammetto, anche da grande racconto qualche bugia, ma sono sempre a fin di bene… il mio.

La prima bugia più grande da adulta l’ho detta quel giorno, quel magnifico, maledetto, bellissimo, disastroso giorno! Eh sì, forse era un po’ troppo grande, ma non vedevo altra strada di fronte a me e in fondo Alex era sempre stato un bastardo! Dirgli chi ero mi avrebbe fatto perdere la possibilità di entrare in squadra e io ne avevo tanto bisogno. Il destino si era, infatti, accanito contro di me ulteriormente: papà, dopo anni di assenze, era morto. Me ne accorsi solo perché dovetti sbrigare le pratiche per i funerali in quanto mio fratello fece solo la presenza il giorno della cerimonia.

Studiavo da anni, ero pronta, coraggiosa, sentivo di avere la forza necessaria per entrare nel mondo del lavoro e finalmente presi un appuntamento per il mio… decimo colloquio. Non era facile trovare un posto e fui costretta a cercarne uno in una piccola frazione di provincia. Era l’undicesimo colloquio e dovevo assolutamente avere quel lavoro. Non era quello a cui aspiravo, ma era pur sempre un inizio: segretaria di un investigatore privato. L’agenzia si chiamava A.M.G Investigation ed oltre al nome sapevo che era gestita da due fratelli. Da qui dovevo capire di chi si trattava.

Ero seduta nella sala d’aspetto, c’erano altre due ragazze ed io le guardavo di sottecchi ripetendo nella mia testa “Sarà mio!”.

Arrivò il mio turno, mi guardai in un vetro, aggiustai la coda di cavallo, misi il ciuffo dietro all’orecchio e mi sistemai il tailleur.

“Prego!” fece la segretaria prossima alla pensione. Le sorrisi ed entrai un un ufficio ampio, con tre scrivanie, due delle quali coperte da una parete. L’impiegata mi chiese di aspettare e superò il tramezzo; la sentii scambiare due parole con un uomo e la vidi uscire poco dopo invitandomi ad avanzare. Ero decisa, tranquilla, consapevole delle mie capacità.

Lo vidi seduto ad una scrivania dietro alla finestra, in giacca e cravatta, con la testa piena di capelli neri china sui curriculum. Già da qualche metro si sentiva il suo profumo, inebriante, da grande uomo d’affari: i peggiori. Ma non mi spaventai, lo avrei affrontato.

Mi avvicinai alla scrivania, alzò la testa ed incontrai un paio di occhi verde mare; il taglio era appena orientale, il naso perfetto, la bocca piena. Credo di non aver detto neanche “Buongiorno”: era lui, Alex Green. Una vecchia conoscenza, non avrei potuto definirlo altrimenti perché quando viveva a casa dei miei nonni, non mi pensava per niente: ero solo la nipote brutta e insignificante di Antonio Macgive. A quei tempi lui aveva già i suoi diciotto anni ed era amato, osannato, dalle mie cugine, dalle vicine, dalle mie amiche, dalle zie sposate… insomma se c’era una donna, l’osannava! Solo io lo avevo amato, ma di un amore sincero, di quelli che ammantano con un soave velo odor confetto il cuore delle giovincelle. Da lui ebbi solo una strigliata, anzi no, avemmo un vero litigio, proprio l’ultimo giorno prima della sua partenza. Avevo scoperto chi era la madre e non glielo avevo detto per non violare il segreto della donna, ma lui mi disse di aver taciuto per invidia perché io la mamma non l’avevo. Nacque un diverbio che secondo me non ce ne sono stati altri simili nella storia dell’uomo.

Mi guardò, lo guardai…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...