Commenti su Canta per me

Maria Zuccarini

Dopo “L’inverno e la primavera”, Annalisa Caravante ci regala un’ altra delicata e appassionante avventura, “Cantami una canzone”. Un romanzo che fa scivolar giù qualche lacrima e molti sorrisi, con la freschezza di una prosa semplice ma profonda, romantica senza essere scontata, che va diritta al cuore.
Al centro la storia di Caterina, giovane donna forte e fragile che vive coraggiosamente la non facile realtà della perdita dei genitori, con la responsabilità di tre fratelli da crescere. Come nelle favole più belle anche lei riuscirà a riscattarsi dalle tante delusioni e da una quotidianità opaca e faticosa.
Ma non aspettatevi nulla di prevedibile… Caterina, attraverso la simpatia, la dolcezza e l’ironia tutta partenopea della scrittrice riuscirà a sorprendervi e farvi stringere il cuore.

Loredana Pietrantoni

E’ una bellissima storia romantica dove l’amore vero trionfa, contro non pochi ostacoli. Caterina mi piace, è un bel personaggio, dotata di un forte carattere, combattiva, ironica, di una simpatia travolgente e di una capacità di provvedere agli altri, prima che a se stessa. Potrebbe essere la protagonista di una serie televisiva a puntate, la vedrei perfetta!! Brava Annalisa come sempre meriti tanti complimenti, avanti così, sai inchiodarmi molto piacevolmente ogni volta con le tue storie.

 

Marta Tempra

“Canta per me” è una commedia romantica con tutti i crismi: una protagonista simpatica e un po’ sfortunata, un ambiente di lavoro popolato da alleati, rivali, uomini interessanti e/o interessati che si alterneranno in un vorticoso carosello fino alla fine del romanzo.

Scendiamo nello specifico. Caterina ha 26 anni, un ex fedifrago alle spalle, tre fratelli minori a carico: i genitori, infatti, sono morti improvvisamente in un incidente e da allora è lei, insieme al nonno Francesco e al fin troppo protettivo cugino Mattia ad occuparsi della famiglia. Nel frattempo lavora come receptionist alla Sirena Experimental, una casa discografica situata nei pressi di Caserta, e popolata da una vasta varietà umana: le due amiche Nadia e Manuela, le segretarie dei piani alti, Fabiana e Roberta, incapaci e altezzose, Fabio, il galante superiore con un debole per lei…un universo caotico ma tutto sommato stabile, almeno fino al giorno in cui arriva lui. Francesco Monni, il nuovo autore milanese, un metro e sessanta di arroganza, presunzione, talento e… fascino, ahimé. Perché da sempre il mistero affascina, e attorno alla figura di Francesco, che insieme al Festival e ad un’imminente fusione turberà la quiete della casa discografica, ce n’è molto, di mistero: perché infatti il giovane autore ha abbandonato il palcoscenico? Cosa lo ha spinto ad affidare a ragazzette viziate e prive di talento i suoi magnifici testi? Perché, insomma, ha smesso di cantare?

Questa a grandi linee la trama. Alla storia principale, però, se ne aggiungono molte altre, in un tessuto fittissimo di vicende e personaggi che arricchisce e riempie uno spunto che potrebbe essere un filino prevedibile.
Abbiamo le vicende di Lucia, la sorella minore alle prese con le prime trasgressioni, il gruppo di Roby, un giovane cantante che tenterà le selezioni per il festival, la pazza famiglia di Caterina, tra matrimoni e rimpatriate in occasioni più o meno felici, in cui spicca la piccola ma saggia Bo.
Il maggior pregio dell’autrice, a mio avviso, è quello di essere riuscita a gestire una così vasta varietà umana senza spaesare il lettore e dando più o meno a tutti una caratterizzazione ben definita, tale che alla fine lo spirito vivace e brioso del romanzo e dei suoi personaggi resta incollato addosso per un po’. Notevole lo spirito comico, specie quando l’autrice partenopea attinge al proprio contesto territoriale e ci consegna delle vere e proprie perle di spirito locale, come nel caso spassosissimo di un matrimonio (eh sì, ce n’è più d’uno!) o delle sporadiche ma significative espressioni in dialetto. Per non parlare dell’incontro-scontro tra le diverse realtà di Milano e Napoli che avviene tramite i due protagonisti.
Un appunto che mi sento di fare è quello della lunghezza, eccessiva per una commedia e forse mal distribuita: a una prima parte magari fin troppo accurata segue una chiusura densissima di eventi, intensi ed inaspettati, che avrebbe meritato più ampio spazio.
Inoltre – ma questo forse è gusto personale – ho trovato un po’ destabilizzante, in certe scene, il riferirsi al “tu lettore”, specialmente considerando che il romanzo è scritto in prima persona.

Insomma, definirei “Canta per me” un esperimento riuscito: una commedia gradevole, leggera senza essere frivola, in cui molte di noi potranno rivedersi e sognare un po’ ad occhi aperti. Consigliata alle amanti del genere! 🙂

 

In un momento

Provino contest letterario Writers XFactor

di

Alessandra Bertini

L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «E’ ora di muoversi», disse.

Vicino a lei, Boris, drizzò le orecchie e agitò la coda, poi guardò fisso la padrona negli occhi e imboccò il sentiero verso casa.

«Stamani, Boris, non c’è molto tempo».

Alle 7.00 Elena doveva essere in ospedale.

Intanto, al cospetto dell’armadio, vestirsi le sembrò impresa assai ardua.

“Dovrei forse indossare qualcosa in particolare? Ci sono forse degli abiti che si confanno a questo assurdo momento?”

Pur con qualche dubbio optò per la soluzione più comoda: jeans larghi, snackers, e il suo caro maglione di lana d’angora verde. In bagno, davanti allo specchio, non aveva potuto evitare una smorfia di disappunto nel constatare i segni profondi che la notte passata in bianco aveva lasciato sul suo viso. Tirò fuori dal cassetto il fondotinta, ma al momento di passarlo sulle grigie occhiaie, pensò che fosse inutile, ancor peggio stupido, voler nascondere il segno di un dolore che mai, nessuna effimera maschera, avrebbe potuto alleviare.

“Che saranno mai questi occhi stanchi rispetto ad un cuore che si è spento?”

L’interruttore l’aveva premuto Elena stessa, straziandosi l’anima, nel momento in cui aveva deciso di interrompere la gravidanza.

“Non sono sicura di riuscire davvero ad essere la madre di mio figlio, e questo non potrei sopportarlo”.

Era il tarlo che rodeva la mente di Elena, perché non c’è cosa peggiore che sentirsi inadatte, specie per una madre e per il suo senso di responsabilità. Del resto lo sapeva benissimo cosa voleva dire, lei che un figlio lo aveva già partorito, 16 anni prima. Ricordava perfettamente tutte le gioie, ma anche tutti gli errori commessi, anzi adesso si sforzava di ricordare soprattutto quelli, nel tentativo di dare una giustificazione inconfutabile alla sua scelta.

Il giorno che anche le analisi del sangue avevano confermato il risultato del test, Elena aveva provato una rabbia pazzesca, verso se stessa e la sua imperdonabile disattenzione, essere incinta a 45 anni, non doveva succedere. Non quando una persona pensa di avere ormai alle spalle i faticosi anni dell’accumulo, destinati a fare, imparare, crescere, dimostrare e affermare il proprio valore. Non è in quel momento che si può ricominciare tutto dall’inizio, proprio quando si è appena iniziato a rilassarsi.

“Le poppate ogni tre ore, i pannolini da cambiare, le coliche, e poi quando inizierà a camminare stargli dietro che non scappi o non si faccia male. Più avanti la scuola, i compiti a casa, le prime uscite con gli amici, il portami di qui e portami di là, fino ai 18 anni e la patente, e quando lui avrà solo 18 anni io ne avrò già 63 e sarò vecchia per essere in grado di dargli il supporto che una madre deve dare ad un figlio. E se non ce la faccio? E se dovrò dirgli di no solo perché potrei essere sua nonna piuttosto che sua madre?”

Intanto era pronta per partire, Boris aveva sufficiente mangiare nella ciotola, suo figlio era a dormire da un compagno di classe, e suo marito doveva ancora rientrare dal turno di notte, loro non sapevano niente, né della gravidanza, né dell’aborto; Elena non aveva avuto il coraggio di parlargliene, soprattutto non aveva voluto dividere il dolore con nessuno, un modo per punire la sua codardia e il suo egoismo, perché in fondo era così che Elena si sentiva: codarda ed egoista.

“Carlo, che per anni mi ha chiesto un secondo figlio, sarebbe così felice che, sono sicura, non riuscirebbe, a capire i miei timori figuriamoci la mia scelta finale, perché dovrei far sopportare anche a lui questo strazio? Dario poi, trovarsi a 16 anni con un nanerottolo urlante per casa ad assorbire quotidianamente le attenzioni di tutti, senza dubbio ne soffrirebbe, proprio ora che è in una fase delicata della vita. Come se poi di momenti difficili non ne avesse già passati”.

Il viaggio in metro, da casa al policlinico, sarebbe durato non meno di venti minuti, fermata intermedia compresa. A quell’ora, binari e vagoni, erano ancora semi deserti e le non molte persone presenti o sembravano intenzionate a proseguire il sonno da poco interrotto, oppure, probabilmente in ritardo, correvano senza fare attenzione al resto del mondo che gli passava accanto. Eppure ad Elena sembrava che quella gente, fosse lì per lei, per farle sentire addosso tutta la loro disapprovazione.

“Cosa ne sapete voi di me e del mio dolore, avrò pure il diritto di scegliere, non tutti siamo coraggiosi alla stessa maniera. Credete che non lo sappia che potrebbe avere i miei occhi, magari i capelli biondi di suo padre, e lo stesso caldo sorriso di Dario… e se io non riuscirò ad essere all’altezza di tutta questa bellezza?”

Alla fermata del policlino le porte della metro si aprirono, ma prima che Elena potesse scendere un numero imprecisato di bambini, urlanti, in grembiule rosa o blu, si accalcarono all’ingresso ricacciandola indietro. Facevano davvero un gran baccano, ognuno che, spingendo l’altro, cercava di salire prima. Ad un tratto Elena vide un grembiule rosa perdere l’equilibrio e finire a terra, ai suoi piedi, poi sentì un forte singhiozzare.

«Ti sei fatta male?»

Due occhioni carichi di lacrime la fissarono. Elena aiutò la bambina a rialzarsi, continuava a piangere, pensò di confortarla abbracciandola, il gesto le uscì fuori un po’ goffo, ma sincero, e la piccola ricambiò gettandogli le braccia al collo. Fu il calore di un momento, la bambina si divincolò e tornò tra i suoi compagni, Elena rimase immobile, sul treno che ripartiva.

Si dice che in un’intera vita ci siano 5, al massimo 6 momenti in grado di cambiare un’esistenza, Elena, guardando la stazione allontanarsi, fece un rapido calcolo e capì che i conti tornavano.