Seiji

Provino contest letterario Writers XFactor

di

Sara Filice

” L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. << E’ ora di muoversi>>, disse a coloro che la accompagnavano. Erano cinque, tutti ragazzi dai vent’anni in su, validi combattenti di un popolo che ormai non esisteva quasi più, ridotto in schiavitù su quello stesso pianeta che li aveva da sempre ospitati come sua stirpe, e che ora condivideva con loro il supplizio lento e inesorabile che lo stava consumando, riducendolo sempre più velocemente alla morte, sotto il dominio di umani spietati e senza scrupoli. Avevano consumato la Terra, il loro pianeta natale, dal quale la stirpe di Elena e del gruppo che la accompagnava era fuggita molti secoli prima che la ragazza stessa vedesse la luce dei due soli, ed avevano intrapreso quel viaggio verso nuovi mondi da distruggere, con la loro sete di potere. Elena non aveva mai scordato i racconti di sua madre su come un tempo quel pianeta fosse l’oasi sul quale gli esseri umani esausti, guidati dal professor Nathan, erano approdati per ricominciare. Innocentis I, un pianeta dove la natura non era mai stata così rigogliosa e dominante, dove gli uomini stanchi potessero ricominciare a vivere. Ma non ci volle molto a capire che l’uomo da solo non avrebbe mai potuto sperare di portare quella pace alla quale anelava tanto, non fino a quando non si sarebbe reso conto della sua natura meschina. I Terresti sbarcarono su Innocentis pochi mesi prima che il professore morisse, impossessandosi di tutto quello che la nuova società aveva faticosamente creato, riducendo la popolazione in schiavitù e segregando il professor Nath nelle sue stesse stanza interne, fino a che la morte non sopraggiunse. Nel frattempo, la finestra sempre aperta lo costringeva a guardare ogni giorno il lento sgretolarsi di tutto ciò che aveva sempre sognato, un mondo sano e libero dall’orrore di quella società che infine lo aveva nuovamente raggiunto. Da quella finestra Nathan Freedom vide i suoi concittadini tornare a soffrire sotto il giogo di quei potenti dal quale era scappato, senza poter far nulla per impedirlo. Perché in fondo, era solo un uomo vecchio, stanco e misero. Aveva continuato a guardare ogni giorno, con gli occhi lucidi e il volto basso, fino al giorno in cui quella finestra si era chiusa per sempre, imprigionando anche l’ultimo briciolo di speranza per il pianeta, e per chi ci viveva ormai da tre secoli. Elena guardò nuovamente la città grigia e imponente, che si stagliava ormai lontana in mezzo a quell’arido deserto. Un tempo, quella desolata e sterile distesa di sabbia era stata una lussureggiante foresta, e quel cielo di un azzurro velato solcato da qualche avvoltoio era stato dipinto da copiosi rovesci di pioggia, spettacolari arcobaleni e un sole talmente limpido e splendente da sembra quasi uno smeraldo intagliato in quella distesa color del mare. Ma erano bastati solo due secoli a quella società malsana per distruggere ogni traccia di quella che ormai era solo una vaga e fragile utopia. E lei li conosceva, quei maledetti assassini. Rapiti alle loro famiglie come le primizie della popolazione, lei e suo fratello Seiji erano stati scelti appena adolescenti per far parte della corte Imperiale, al servizio di Edward IV. Il monarca, giovane e arrogante, li aveva guardati con aria di sufficienza non appena li aveva visti con indosso la divisa della sue guardie personali, ma poi aveva sorriso perfidamente soddisfatto all’affronto che aveva inflitto al loro nome. Elena e Seiji Freedom erano infatti nipoti di quel benefattore che era stato costretto a morire di dolore, ed entrambi sapevano che nulla avrebbe impedito loro di fare la stessa fine. Dal giorno del loro rapimento erano trascorsi ormai dieci lunghi anni di parole non dette, insulti non resi e sottomissione senza ribellione. Fino a che, circa sei giorni fa, Seiji non era sparito nel nulla, lasciandole solo l’ordine di non cercarlo. Ma lei sapeva dove trovarlo, a chi chiedere aiuto e che se Edward IV se ne fosse accorto sarebbero morti comunque entrambi. Perdendo l’ultima sfida.

Elena entrò da sola nella piccola casa sull’albero, sorpresa che fosse rimasta ancora intatta dopo tutto questo tempo. Era lì, in mezzo all’unico pezzo di foresta rimasto e ormai ridotto ad una palude malsana e sporca, che erano cresciuti. Quella casa, era il luogo dove un tempo si rifugiavano alle intemperie della società, e vivevano insieme istanti interminabili di gioco e spensieratezza. Un tempo ormai lontano, così lontano da sembrare parte di un’altra vita.

Ma per Seiji, quello era rimasto l’unico ricordo in cui rifugiarsi, l’unico modo per sopravvivere a tutto quel dolore, e per riuscire a respirare ancora una volta aria fresca. Lo vide affacciato alla finestra, con lo sguardo rivolto ad un’alba che da lassù sembrava aver ritrovato tutto il suo splendore, e per qualche attimo anche lei rimase in silenzio ad ammirarla. << Seiji! >> lo richiamò alfine, come se avesse paura di svegliarlo. Il giovane ventunenne abbassò lo sguardo senza voltarsi, ma lei lo vide sorridere, oltre i raggi dorati che accarezzavano la sua chioma riccia e fulva << Andiamo via da qui, Seiji. >> ripetè << C’è poco tempo! >>. Per la prima volta, il giovane si voltò, e in fondo ai suoi occhi Elena lesse quella gioia, quel senso di serenità e pace interiore che non aveva mai più rivisto dal giorno del loro rapimento, sostituito da quella tristezza profonda e forte più delle catene di pesante metallo che imprigionavano il popolo ormai da secoli, costringendolo a un logorante e lento declino. A questo si era ridotta, la razza umana? << Io non me ne andrò, sorella! Mai più! >> rispose, sorridendole. Un brivido gelò il cuore della ragazza, incapace di proferir parola. << Ricordi? >> le chiese Seiji, guardandosi intorno << I nostri sogni di bambini, la nostra innocenza! Il dolore non esisteva, schiavitù e morte non sapevamo neanche cosa fossero … >> continuò, aprendo le braccia e chiudendo gli occhi, lasciandosi cullare da quella nuova e ritrovata pace, poi la felicità si dipinse nuovamente sul suo volto, e guardandola dritto negli occhi il ragazzo concluse << Quando sto qui, nulla di tutto questo è mai esistito. Qui sono ancora me stesso, Elena. Quel ragazzo che dovrei essere! >> poi si voltò nuovamente verso la finestra, dandole le spalle ancora una volta << Questa terra mi parla, e io l’ascolto e le rispondo! Parla di me, di noi, e di ciò che possiamo ancora essere! >> << Questo non è più possibile, Seiji! >> rispose atona lei, sentendosi per la prima volta lontana da quelle parole, arida dentro << Si che lo è, Elena! Lo è! >> ribattè il giovane, sempre più sereno << Morirai, se resti qui! L’ambiente velenoso ti ucciderà! >> cercò invano di ribattere lei, sempre più vacillante. Ci fu un attimo di silenzio, durante il quale alla giovane sembrò di sentire di nuovo il verso soave di un uccello selvatico. Poi, la voce di Seiji tornò calma a riempire l’atmosfera, e quella fu l’ultima volta che Elena potè udirla. Chiara, inequivocabile, incancellabile. << Se dev’essere … lascia che sia così! >> “

In Attesa

Provino contest letterario Writers XFactor

di

Serena Lavezzi

L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «E’ ora di muoversi», disse.
Guardando fuori dalla finestra, dai palazzi alti e grigi si sprigionò un forte odore di masala e coriandolo, poi arrivò il profumo di carne arrostita e di ghee. Era la terza notte che passava in hotel e che si svegliava così presto, ormai si era abituata a quel vapore profumato. La prima mattina, scesa giù alla reception, aveva chiesto da dove venisse. Era un’appartamento al terzo piano del palazzo di fronte, una famiglia con otto bambini, la donna si alzava all’alba per cucinare il pranzo da asporto del marito e le colazioni dei figli.
Elena l’aveva incrociata per strada, non aveva fatto fatica a riconoscerla. Non era stato per il sari fucsia sistemato di fretta, nè per il sindoor sulla scriniatura dei capelli e neanche per le due borse di verdure che le solcavano i polsi, no, l’aveva riconosciuta per il bambino piccolo che le penzolava sulla schiena e per altri cinque che la circondavano, rallentandola.
Elena ne era rimasta colpita, si era fermata a guardarla mentre si dirigeva alla porta del palazzo, non si era spostata neanche per aiutarla ad aprirla ed entrare. Aveva avuto come l’impressione, guardandola, che quella donna non potesse più essere aiutata da nessuno, che ormai fosse troppo tardi per lei.
La notte, quando era tornata nella sua stanza, sdraiata sul letto sfondato aveva ripensato molto a quella donna e a sè stessa. Sebbene le loro vite sembrassero così diverse, lo erano davvero?
Neanche Elena sentiva di poter essere aiutata, non più ormai, forse lui avrebbe potuto farlo, forse. Sicuramente se sentiva di avere ancora una possibilità di cambiare, questa era custodita nelle mani di Jasrasj. Si era addormentata con gli occhi semi aperti, senza risposte.
Quella mattina rimase ancora per qualche istante vicino alla finestra, tardò a raggiungere il piccolo bagno. Tutto in quella stanza era tinto nelle impensabili gradazioni dell’ocra, dalla moquette alla stampa sopra il comodino, dal lenzuolo alla tenda della doccia. Elena pensò che
era come vivere in un barattolo di curry, a volte aveva la sensazione di sentirne anche l’aroma pungente.
In bagno iniziò quella che era diventata la sua routine da tre giorni, si lavò la faccia a lungo per dimenticare le impurità della notte afosa, passò lo spazzolino sui denti per tre minuti precisi come suo padre le aveva insegnato quand’era bambina, sistemò i capelli in uno chignon senza pretese, voleva solo non sentire i capelli sulla schiena.
Trovò la crema idratante nel beauty in bilico sul bordo del lavabo, ne spalmò uno strato generoso su viso, collo, spalle e braccia, l’avrebbe aiutata anche a non scottarsi.
Si guardò a lungo nello specchio crepato, per qualche istante nemmeno riuscì a riconoscersi, vide solo una ragazza di ventotto anni con le prime rughe sulla fronte e la tinta rossa sbiadita
nei capelli. Per un attimo si chiese com’era finita in quel l’hotel a Bangalore, per un lungo attimo pensò di star vivendo la vita sbagliata, come se nella trama del Destino si fosse creata
un’increspatura irreale proprio all’altezza della sua esistenza.
Scacciò i pensieri delineando la forma degli occhi con una spessa matita nera, non le sarebbe servito altro, faceva talmente caldo che il trucco si scioglieva subito, persino il rossetto, l’aveva imparato dopo il primo giorno.
La valigia era aperta per terra, piccola, comoda, pratica, Elena prese la camicetta bianca maniche corte e i pantaloni lunghi di lino, si benedì per aver portato abbastanza cambi, ogni sera quando tornava doveva portare gli abiti alla lavanderia vicino all’hotel. Infilò i sandali
bassi, prese al volo la borsa di cuoio e uscì.
Ormai conosceva a memoria la breve strada per la stazioneferroviaria di Bangalore City, lo snodo principale delle arterie regionali. Durante il tragitto aveva imparato a conoscere tutte le botteghe e i venditori ambulanti, c’era il negozio di elettronica, di stoffe, di frutta e verdura,
accalcati uno sopra l’altro. Il preferito di Elena era il venditore di dolcetti ai ceci, posizionato tra Levi’s e un parrucchiere, ci si fermò per prendere due dolcetti come d’abitudine.
Ne mangiò uno entrando dalla grande porta principale della stazione, l’atrio e la folla non le facevano più paura, lanciò solo un rapido sguardo al cartellone elettronico degli arrivi, nessuna modifica. Si diresse con passo sicuro al binario coperto numero 4, dove arrivavano i treni dalla stazione sud di Chennai, prese posto alla prima panchina disponibile e mangiò il secondo pak, preparandosi alla solita lunga attesa.
Ventidue treni previsti in arrivo su quel binario, circa ventimila persone sarebbero scese e le sarebbero passate davanti non curandosi di quella ragazza straniera seduta e sudata. Ed Elena sarebbe rimasta lì ferma, finchè il sole non avesse abbandonato gli archi della struttura, in attesa di una sola particolare persona.
Quel giorno si era portata dietro un vecchio libro, le era venuta voglia di rileggerlo, quattro bottigliette d’acqua ormai calde e degli snack preconfezionati. Iniziò ad aspettare, le mani
infilate tra le cosce in attesa del primo treno della giornata, sarebbe arrivato tra sette minuti. Poteva essere uno qualunque di quelli, si chiedeva spesso se l’avrebbe riconosciuto dopo tanti
anni passati lontani, aveva soltanto una foto recente come promemoria. Avrebbe potuto
replicarla ad occhi chiusi, tanto l’aveva guardata nell’ultima settimana: la foto di Jasrasj, suo padre.
La cantilena dall’altoparlante annunciò l’arrivo del treno, Elena vide subito il muso infilarsi sui binari con lentezza. Appena l’eco stridente dei freni scomparve, una massa umana si riversò fuori. Fu solo un attimo ed Elena vide un turbante verde spuntare in quel turbine di
pori e teste, la fugace visione di un occhio rivolto in basso, di una catenina al collo e capì che le rimaneva solo una cosa da fare.
Elena si alzò e iniziò a correre nella marea.

Da Canta per me – Le feste di matrimonio

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Come si svolge una festa al ristorante nella mia famiglia? Il caos!

Il delirio più psichedelico che si sia mai visto.

Partiamo dalla prima cosa che avrei sicuramente evitato di filmare per il nostro video: il trenino! Ora, dovete sapere, che quando i musicisti iniziano con i latino-americani, ci sono sempre quei due o tre che conoscono a perfezione i passi e cavoli, non ne sbagliano uno. Poi ci sono quelli che li seguono fingendo di essere andati anche loro alla scuola di ballo; questi li riconosci subito perché hanno gli occhi incollati sui primi e invadono lo spazio degli altri causando incidenti a catena. È stato accertato che ogni anno ci sono più feriti per i balli nuziali che per la guida in stato di ebrezza. Tipo che vedi lo zio che senza accorgersene si ritrova a ballare in cucina. Avendo poi indossato un abito tutto bianco, accade che il cuoco gli dà ben sei piatti caldi da servire ai tavoli. Siccome lo zio è pure miope, con il fumo che gli si forma sulle lenti, non vede la lunga gonna della moglie e la calpesta rovinandola.

In più, inciampa facendo atterrare i piatti direttamente sugli abiti dei più sfigati che ballano dietro.

Questi ultimi, non essendo per niente bravi, credono di seguire i passi degli altri, mentre in realtà se ne vanno per conto proprio e sembrano o che stanno acchiappando le mosche o che stanno spazzando a terra.

Poi arriva il momento della tarantella e lì ci si sta condannando al decadimento fisico. Saltando e ballando a tempo di musica, tutte le acconciature, per cui si è stati cinque ore dal parrucchiere, vengono giù traumatizzando le signore. Alcune hanno anche la faccia tosta di dire che si tratta di una doppia pettinatura. Al pro-zio più anziano, invece, gli si gira il parrucchino e gli altri credono solo che si sia fatto la frangetta. Sempre durante la tarantella, di tutte quelle piccole accortezze che si hanno la mattina, tipo nascondere la spallina del reggiseno, se ne perde il controllo e vedi di tutto: calze sfilate, sottoveste che fuoriescono, l’etichetta che qualcuno ha dimenticato di togliere e uomini senza più le giacche con dieci centimetri di pancia in più. Arriviamo adesso alla lambada, quel ballo i cui movimenti dovrebbero essere almeno sensuali. Qui inizi a temere che stiano per cadere tutte le regole del buonsenso perché vedi formarsi coppie assurde. In poche parole, prendi sotto mano quello che ti capita per primo: la nonna con la zia, la cugina con la nipote del cognato della signora di fianco, che manco si conoscono, il pro-zio, quello del parrucchino, ormai irrimediabilmente frangettato, con la sorella dello sposo, lo sposo con uno che non conosce neanche lui e la sposa che se li deve fare tutti. A un certo punto, però, scopri che l’integrità morale è salva perché, sfasciati e sciancati dalla tarantella, che ormai ci vogliono solo due mesi di prognosi riservata al Cardarelli, ognuno balla a modo suo; altro che lambada! E vedi una coppia danzare il valzer, un’altra il tango, la più ardita il twist, la più sorda il lento. Poi senti lo zio miope che dice “Grazie della comprensione, hai capito subito che ballo piano”, ti volti a guardarlo e lo vedi attaccato alla colonna della sala. Ok, manca poco al trenino, cercate di non demordere.

Arriviamo al girotondo e qui viene coinvolta inevitabilmente anche la sposa. È l’unico momento in cui il fotografo ti ha lasciata in pace e ti accingi a mangiare quelle pietanze che il cameriere ti ha timidamente conservato sul tavolo per pietà. Arriva la dolce e piccola damigella, mandata dalla madre cattiva, e con quella vocina flebile flebile, ti dice “Vieni a ballare anche tu, è la tua festa.”. Tu, presa dalla cieca stanchezza e dal gonfiore ai piedi, causato dalle scarpe nuove che ti sembrano delle trappole di ferro, rispondi: “Ho pagato mille euro per gli animatori e tu stai qui a rompermi le scatole!?”. Lei ti fa il visino dispiaciuto e tu ti leghi al tavolo per non cedere. Ecco, allora, gli zii e i cugini che ti prendono di peso, ti piazzano al centro del girotondo e tu devi stare lì a vedere la massa, ormai informe di gente, che ti gira intorno con dei respiri da asino cardiopatico.

Detto ciò, arriva il momento clou! Nessuno mai ha capito che il trenino non è un tipo di ballo, ma bensì la tragica intenzione di continuare a ballare reggendosi pietosamente a chi si ha davanti. È per questo che ti senti quelle mani sudate sulle spalle come se volessero spingerti nei più oscuri meandri dell’inferno.

A questo punto della giornata si sono perse le basilari forme motorie: il viso si contorce in espressioni che neanche i medici hanno saputo classificare, i piedi restano permanenti a forma di “V”, a quelli più grassi la panciera è scesa alle caviglie lasciando uscire quello che tenacemente avevano nascosto e le braccia somigliano ad ancore che miseramente cercano un appiglio.

Quando finalmente i musicisti si accorgono di essere fissati in modo pericoloso e comprendono che gli invitati sono lì lì per ammazzarli, si salvano con la pietosa frase “E adesso un bel lento!”.

Link a Canta per me

Presentazione di “Canta per me”

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Mercoledì 21 maggio ci sarà la presentazione del mio libro “Canta per me”,  edito da Edizioni Arpeggio Libero.

L’evento si terrà alla libreria Marotta e Cafiero, ore 18, nel teatro Bellini di Napoli: via Conte di Ruvo, 14.

Presiederanno alla presentazione il direttore editoriale Fabio Dessole e Marta Tempra, autrice di Edizioni Arpeggio Libero.

Interverranno:

Un noto attore napoletano di teatro (Ma è una sorpresa)

Il mentalista Antonio Cacace con un interessante esperimento sulla comunicazione

Trama del libro

Caterina ha avuto poco dalla vita e dà molto ai fratelli e agli amici, ma non dimentica mai di sorridere e far sorridere e tra amiche chiacchierone e scansafatiche, superiori arroganti e snob, portieri impiccioni, cugini ossessivi, nonni con una pazienza da santi, Caterina chiede solo una cosa a Francesco, di cantare per lei. Francesco, ex cantante, famoso autore di canzoni, non riesce ad esaudire questa richiesta che sembrerebbe facile da realizzare per un cantante e invece…

Estratto

“È stato accertato che ogni anno ci sono più feriti per i balli nuziali che per la guida in stato di ebbrezza […] Arriviamo al girotondo e qui viene coinvolta inevitabilmente anche la sposa. È l’unico momento in cui il fotografo ti ha lasciata in pace e ti accingi a mangiare quelle pietanze che il cameriere ti ha timidamente conservato sul tavolo per pietà. Arriva la dolce e piccola damigella, mandata dalla madre cattiva, e con quella vocina flebile flebile, ti dice – Vieni a ballare anche tu, è la tua festa.  
Tu, presa dalla cieca stanchezza e dal gonfiore ai piedi, causato dalle scarpe nuove che ti sembrano delle trappole di ferro, rispondi: – Ho pagato mille euro per gli animatori e tu stai qui a rompermi le scatole?
Lei ti fa il visino dispiaciuto e tu ti leghi al tavolo per non cedere. Ecco, allora, gli zii e i cugini che ti prendono di peso, ti piazzano al centro del girotondo e tu devi stare lì a vedere la massa, ormai informe di gente, che ti gira intorno con dei respiri da asino cardiopatico.”

Vi aspetto

Annalisa

Il sole mi ucciderà

 

di

Tiziana Carrato

L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. <<E’ ora di muoversi>>, disse.

Iniziò a correre, aveva poco tempo, ma ne era valsa la pena. La luce del sole non le lasciava tregua, la stava inseguendo come il gatto col topo, e in quel frangente lei era la preda. Pochi metri la separavano dalla salvezza, il cuore le batteva a mille, respirava a fatica per lo sforzo, i muscoli delle gambe le bruciavano. Doveva farcela, non era questo il suo destino. I raggi solari illuminarono ogni centimetro del quartiere e Elena si catapultò in casa appena in tempo e le tenebre l’avvolsero. Ansimava piegata in due con le mani sulle ginocchia, non era abituata a scappare, era sempre molto attenta all’ora, non voleva di certo morire. Quella notte, però, qualcosa, o meglio qualcuno, l’aveva trattenuta, in realtà le aveva fatto perdere la cognizione del tempo. Quando si accorse della luce che iniziava a divorare l’oscurità era in una così totale estasi che la preoccupazione non la invase. Lui se ne era andato e lei era rimasta lì, senza parole ma con mille domande che continuavano a vorticarle per la testa anche mentre era accasciata a terra per la stanchezza. Al buoi, al sicuro.

Si svegliò urlando, era tutta sudata e sentiva che il cuore le stesse per uscire dal petto. Fece dei respiri profondi per calmarsi. Era solo un sogno, si ripeteva, solo un terribile incubo, niente di cui preoccuparsi. Si alzò dal grande letto a baldacchino po’ vintage, diceva lei, inquietante, lo definiva Mary, andò alla finestra e spostò le tende color pesca, sperando di vedere, oltre vetri oscuranti, il sole che cedeva il cielo alla Luna. Era il tramonto, aveva il tempo necessario per riprendersi dalla brutta dormita e farsi una doccia. L’acqua che cadeva dal soffione a cascata l’avvolse in un abbraccio, facendola rilassare completamente, ma il sogno continuava a tornarle in mente in scene agghiaccianti. Era sdraiata sul prato di un parco, non riusciva a riconoscerlo, le immagini era confuse, e guardava le stelle, poi improvvisamente scomparirono, come risucchiate da un buco nero, e spuntò il sole, senza il preavviso dell’alba, come se dalla mezzanotte, in un minuto, fosse già mezzogiorno. Lei cercava di muoversi per scappare, ma avevi tutti i muscoli bloccati, urlava e urlava mentre la luce le ustionava ogni centimetro del corpo fino a quando non si svegliò. Non era la prima notte che viveva quelle scene, ormai erano mesi che la tormentavano.

Uscì di casa con i suoi adorati jeans stretti, una canotta verde, il solito giubbotto di pelle e l’immancabile tracolla color cammello, non le importava l’abbinamento bizzarro di colori che era solita fare, chi l’avrebbe mai notati di notte? La sua giustificazione al suo poco gusto in campo vestiario. Una volta aveva tentato, guardando programmi alla tv sulla moda, di migliorare il suo abbigliamento, ma non era durata più di un giorno, preferiva fare dolci nel tempo libero.

Era primavera, l’aria frizzante della notte era così familiare, era diventata la sua compagna di vita. Il quartiere era illuminato da alti lampioni lungo i lati delle strade, c’era poca gente in giro, non era quel posto l’anima della città. Elena camminava con passo svelto, passando davanti ai soliti edifici, delle palazzine che avevano un aspetto macabro con quelle finestre buie, come se delle ombre si nascondessero all’interno. Perché si stava facendo prendere dalla paura? L’oscurità era la sua vita ormai, doveva smetterla di essere così paranoica, era la luce che doveva temere. Oltrepassò il supermercato all’angolo, l’unico che rimanesse fino alle nove di sera aperto, dove poteva fare tranquillamente la spesa, ma non quella sera, i suoi piani erano molto diversi, aveva un unico obiettivo, vederlo di nuovo. Sperava di rincontrarlo nel locale dove era stata la notte prima.

Era dentro L’Eclissi, la puzza di alcool, fumo e vomito era nauseante ma era così determinata a rivederlo che non ci fece molto caso. Avanzò tra la folla sulla pista a forza di spintoni e gomitate fino a quando non riuscì a raggiungere il bar. Un ragazzo tutto muscoli, con dei meravigliosi tatuaggi le sorrise da dietro il bancone, doveva ammettere che non era male con quel taglio di capelli irregolare, diciamo adatto al posto in cui lavorava. Elena gli sorrise di rimando chiedendo una birra, aveva bisogno di tranquillizzarsi, era nervosa, lui le metteva ansia, le faceva perdere il controllo della situazione e lei odiava quando le succedeva, ma aveva bisogno di risposte e lui sembrava averle tutte, anche se no era altrettanto disposto a condividerle con lei. Il motivo era questo, nient’altro, si stava ripetendo mentre il barista le porgeva una birra continuando a sorridere.

<<Cerchi qualcuno?>> le chiese mentre prendeva la birra con lo sguardo fisso sulla folla in pista.

<<Ehm…a dire il vero, sì. Sto cercando un ragazzo che era qui anche ieri notte.>>

<<Sai il suo nome? Conosco quasi tutti quelli che vengono qui, potrei aiutarti.>> le disse con un sguardo gentile.

<<Il suo nome…>> ripeté lei.

<<Sì>> confermò il ragazzo mentre serviva una ragazza dai capelli viola che si era seduta in uno sgabello del bancone.

<<Il fatto è che non ho idea di come si chiami, è alto, i capelli sono castani e ha gli occhi verdi.>> dissi con enfasi, sperando che lo riconoscesse, ma non era mica l’unico ragazzo con i capelli castani, quindi il barista mi congedò dispiaciuto di non potermi aiutare ma disponibile per qualunque altra cosa avessi avuto bisogno. Lo ringraziai e mi ributtai nella mischia cercando di raggiungere i divanetti. Era lì, accanto a due ragazze che strusciavano le loro viscide mani sulla sua camicia aperta quanto bastava per intravedere il petto scolpito. Perché doveva essere così attraente? Le dava terribilmente fastidio. Era decisa a parlargli, così gli di parò davanti urlandogli un “ehi”. Lui alzò la testa e la fissò come se cercasse di metterla a fuoco per ricordarsi chi fosse e poi sorrise, segno che l’avesse riconosciuta. Si alzò, lasciando quelle due da sole, e trascinò Elena fuori dal locale.

<<Ehi! Lasciami il braccio!>> le urlò lei.

<<Calma, calma. Volevo solo tirati fuori da quel postaccio.>> le disse indicando la porta dalla quale erano appena usciti.

<< Non mi sembra così terribile.>> ribatté lei, in tono di sfida.

<< Se vuoi tornarci, sei libera di farlo, non sarò certo io a fermarti. Ma non ti aspettare che ti segua.>>

<< Sembrava che ti stessi divertendo sul divano.>> disse Elena sarcastica.

<< Ti stavo aspettando.>> rispose lui e iniziò a camminare . << Hai intenzione di seguirmi o devo scriverti un invito?>>

<< Non sarebbe una cattiva idea.>> disse raggiungendolo.

<< Allora cosa vuoi sapere?>> Le chiese lui mentre attraversavano il parco.

<< Come ti chiami?>>

<< Non era questa la domanda che mi aspettavo…ma…James>>

<< Bene James, cosa sono io?>> le chiese lei, sostenendo il suo sguardo, con tono deciso.

<< Una creatura della notte.>> Le disse in un sussurro.

 

 

O Giovannino o la morte

MATILDE SERAO

O GIOVANNINO, O LA MORTE

(Libero da copyright essendo l’autrice morta da più di 70 anni)

I

Alle dieci e mezzo di quella domenica, il sagrestano della parrocchia dei Ss. Apostoli uscì
sulla porta dell’antica chiesa napoletana e cominciò ad agitare vivamente un grosso e stridulo
campanello di argento. Il sagrestano, appoggiato allo stipite della pesante vecchia porta di quercia,
scrollava il campanello a trilli, a distesa, continuamente: serviva per avvertire i fedeli di via
Gerolomini, del vico Grotta della Marra in Vertecoeli, della piazza Ss. Apostoli, delle Gradelle, che
fra poco sarebbe cominciata nella chiesa dei Ss. Apostoli la messa cantata, la funzione grande di
Pentecoste. Ad un tratto, il campanello si chetò: ma il sagrestano rimase accanto alla porta, ritto
sugli scalini, ripetendo ogni due minuti innanzi alla piazza deserta:
“Avanzate il piede, che ora esce la messa”.
Pure le bottegaie che passavano e ripassavano innanzi agli sportelli socchiusi delle loro
botteghe, le massaie che andavano a dare un’occhiata ancora alla cucina, dove il grosso pezzo di
carne bolliva nel sugo di pomodoro, le signore borghesi che ancora erano nelle mani della
pettinatrice, non si affrettavano ancora: perché uscisse la messa cantata, il sagrestano doveva aver
suonato tre volte. Solo qualche popolana giungeva, col nuovo vestito di percalle e la pettinessa di
argento ficcata nel lucido mezzocchio dei capelli, tirandosi dietro dei bambini. Il sagrestano, assai
sdegnoso di questa minuta gente, andava ripetendo, agli echi della piazza, monotonamente:
“Avanzate il piede, che ora esce la messa”.
Nel palazzo numero due di piazza Ss. Apostoli, in quella mattinata festiva, il movimento
si accentuava. Era un grande palazzo giallo, con un cortile largo, mal lastricato, che i cocchieri e i
mozzi di stalla della principessa di Santobuono, strigliando i cavalli, lavando le carrozze e
strofinando i finimenti, riempivano di pozze di acqua sudicia: e dalle botteghe interne spalancate
del cortile un acuto puzzo di stalla si diffondeva dappertutto. Giusto, in quell’ora, la due mantici
della principessa di Santobuono era quasi in ordine, fra un gran chiasso di cocchieri e di mozzi, fra
lo scalpitare dei cavalli che dovevano uscire di là, scendere a venti passi, per andare nella strada
San Giovanni a Carbonara, a prendere la principessa che abitava un palazzo simile a una fortezza e
condurla a messa. La scala del palazzo numero due, ai Ss. Apostoli, era assai sporca: poiché, non
essendovi portiere, la pulizia era affidata agli inquilini, piano per piano. Giusto, donna Orsolina che
abitava al primo piano, era ancora incinta, quell’anno, di cinque mesi, e i suoi altri quattro piccoli
figli non le davano un minuto di pace, non davano pace alla serva Mariagrazia: quella domenica,
specialmente, donna Orsolina non arrivava più ad abbottonarsi il vestito di lana nera, assai
consumato, orribilmente corto innanzi, e rossa, e pallida, volta a volta, con le lagrime agli occhi,
malediva il momento in cui invece di farsi monaca di casa, aveva preso un amore pazzo e stupido
per Ciccio, l’impiegato postale.
Dirimpetto, la coppia Ranaudo posatamente si preparava alla messa: donna Peppina
Ranaudo, a cinquant’anni, grossa, grassa, più larga che lunga, con un viso roseo infantile di donna
pingue che non ha avuto figliuoli, con la testa che si andava pelando, si faceva mettere le larghe
scarpe di prunella dalla serva Concetta: mentre don Alfonso Ranaudo, suo marito, commesso del
lotto e gran cacciatore avanti a Dio, di ritorno da Pomigliano d’Arco, dove era andato alle tre del
mattino in cerca di quaglie e donde era ritornato, sempre a piedi, alle dieci, si levava la giacca di
fustagno, per mettersi il soprabito di castoro nero: e i due vecchi coniugi senza figli, felici,

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tranquilli, contenti di non aver avuto figliuoli, si guardavano sorridendo con una lucentezza placida
negli occhi. Al secondo piano, a sinistra, un’altra coppia felice si preparava per andare a messa: don
Vincenzo Manetta, un vecchio secco, lungo e bianco, con un viso scarno e un naso da uccello, due
fedine sottili bianche e due gambe magre come bastoni, don Vincenzo Manetta, cancelliere di
tribunale in ritiro, rabbioso di essere in ritiro e innamorato della storia dell’antica Napoli, sino al
punto da copiarne gli interi brani da certi documenti, credendosene poi l’autore: donna Elisabetta
Manetta, buona donna che si era maritata assai tardi, a quarantacinque anni, e che aveva conservato
un viso delicato ma ingiallito di zitella matura, e che si ostinava nell’abitudine di tingersi i capelli
con la tintura Zempt, tanto che questi capelli variavano di tinte, ora color rosso cupo, ora marrone
chiaro, ora violaceo scuro e generalmente verdastri, la tinta delle cupe erbe di pantano. E metodico,
meticoloso, un po’ stizzito, don Vincenzo Manetta, col soprabito nero sino ai piedi, batteva la
mazza in terra;
“Elisa, il sagrestano ha suonato due volte”.
“Una, una” diceva pazientemente donna Elisa, infilando i mezzi guanti di reticella nera
sulle mani grassotte, ma un po’ gialle.
“Elisa, vuoi perdere la messa?”.
“Cerco il rosario”.
“Elisa, le chiavi?”
“Le ho in tasca”.
“Elisa, il gatto?”.
“È chiuso nello stanzino del carbone”.
Intanto il sagrestano aveva cominciato a scampanellare. Ora ci volevano soltanto dieci
minuti e sarebbe cominciata la messa cantata. Nell’appartamento del secondo piano a dritta, un
grande appartamento di dodici stanze, vi fu un grande sbattere di porte e un andirivieni, e una forte
voce di donna gridò:
“Chiarina, Chiarina!”.
“Chi è?” rispose una voce da una stanzetta vicina.
“É suonata la seconda volta, la messa” gridò la voce di donna Gabriella, mentre ella si
affibbiava un braccialetto d’oro, a catena, assai pesante.
“E va bene” rispose la sottil voce di Chiarina dalla sua stanza.
“Ti vuoi perdere la messa, non è vero?” gridò donna Gabriella, affibbiandosi un altro
braccialetto d’oro, ad anelli grossi, assai massiccio.”Vuoi perdere anche l’anima?”
“Ognuno pensa all’anima sua” rispose di dietro la porta la voce di Chiarina fatta stridula.
“Sentite chi ha il coraggio di parlare, sentite!” urlò donna Gabriella mentre cercava invano
di abbottonarsi i pesanti orecchini di oro, a perle e brillanti.
“Non potessi neppure parlare, adesso?” strillò la ragazza, sempre dalla sua stanza.
“Te ne dovresti vergognare, che sei innamorata di quello straccione di Giovannino,
straccione, straccione che non è altro!”.
“A voi non importa” disse Chiarina, mostrando il viso bruno e sottile da una fessura della
porta.
“Come, non m’importa? io ti sono mamma, capisci, e comando io!”.
“Niente affatto: voi non mi siete madre: e quindi non comandate” ribatté Chiarina,
mostrandosi in sottana e bustino.
Donna Gabriella, grande, grassa, con un viso rubicondo che la polvere di cipria non
arrivava a impallidire, soffocando nel suo busto di raso nero, diventò violetta.
“Te la farò vedere, se comando!”.
Chiarina si avanzò un poco e quietamente le disse:
“Voi lo sapete: o Giovannino, o la morte”.
E rientrando nella sua stanza, per finire di vestirsi, sbatté la porta. Donna Gabriella fu lì lì
per correrle dietro, ma si contenne per non farsi andare il sangue alla testa anche di più. Seduta,
agitando il cappello nero coperto di piume, nel cui nodo di velluto aveva passato un grosso anello

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di brillanti, cercava di calmarsi. Nella stanza da letto, occupata dall’ampio letto coniugale di ottone,
dove donna Gabriella dormiva i suoi vedovi sonni, dall’ampio armadio di mogano a grande
specchiera, da due cassettoni massicci di mogano coperti di marmo bianco, da una toilette larga
coperta di marmo bigio, vi era ancora il disordine mattinale delle case napoletane, la domenica in
cui tutti si levano più tardi. Sulla toilette vi erano tanti scatolini aperti, di pelle, di velluto, da cui
donna Gabriella aveva tolto i grossi gioielli di cui si era adornata: certi scatolini erano di legno
grezzo bianco, dove stavano scritte tre o quattro cifre, a caratteri d’inchiostro rosso. Donna
Gabriella, che aveva sempre caldo, tanto era forte e grassa, tanto si stringeva per assottigliare un po’
la cintura, si soffiava con un ventaglio di raso nero, assai comune, ma attaccato alla persona da un
laccetto assai doppio di oro. In questo, Carminella, la cameriera, comparve nella stanza. Carminella
aveva già inteso la messa alle sei, essa che era assai devota, che faceva la vita spirituale, vestita di
nero come una monaca, e portava il fazzoletto bianco al collo. Era una creatura pallida e silenziosa,
dallo sguardo sempre sfuggente, dalla cera contrita, che lavorava solamente per mettersi in grazia di
Dio e sospirava di compunzione quando la sgridavano.
“Questa ragazza mi farà crepare” disse donna Gabriella a Carminella, in forma di
osservazione.
“Offrite queste tribolazioni all’Eterno Padre, nella chiesa di Santa Chiara” mormorò
Carminella.
“L’Eterno Padre però mi potrebbe fare la grazia di aggiustarle la testa” borbottò donna
Gabriella,” ma mi sembra più dura del piperno”.
“Sono i peccati nostri” ripetette la pinzochera.
Chiarina era uscita dalla sua stanza, vestita, col cappello in testa, mettendosi un vecchio
guanto. Anche il vestito di lana nera era vecchio: e il cappello di castoro nero era stato portato tutto
l’inverno. Donna Gabriella squadrò la figliastra e aggrottò le sopracciglia:
“Perché ti sei messa questa vecchia roba? “.
“Non è vecchia ancora”.
“Pare a te. Potevi metterti il vestito chiaro e il cappello di mezza stagione che ti ho fatto
fare”.
“Il vestito mi va un po’ largo”.
“Non è vero. E se ti andava largo, non si poteva accomodare?”.
“Domani…”
“Va’ a metterti il vestito, Chiarina” disse donna Gabriella.
“È tardi “.
“Aspetterò, ma ti devi mettere il vestito, se no, si dice che ti mando come una stracciona.
perché sei figliastra”.
“Se si dicesse solo questo!…” mormoro Chiarina.
“E che si può dire? Che dicono queste male lingue? Non sanno quello che mi costi? Non
sanno che spendo il sangue mio per mantenerti e per vestirti come una signora di carrozza?”.
“Il sangue vostro?…” chiese ironicamente Chiarina.
“Certamente: e se non fossi un’ingrata briccona, se non fossi una stracciona sconoscente,
se non fossi di razza pezzente e superba, come era tuo padre, come doveva essere quella ridicola di
tua madre, lo diresti tu stessa “.
La ragazza di bruna si era fatta terrea per il pallore: gli occhi scintillavano e le gentili
labbra rosse tremavano di rabbia.
“Sentite, donna Gabriella ” disse a bassa voce, “che voi vogliate insultare me, sta bene,
debbo sopportare, giacché così Dio ha voluto: che vogliate insultare la buon’anima di mio padre,
bisogna pure che sopporti, giacché egli fece la bestialità di sposarsi a voi, soffrendo il purgatorio in
terra; ma che voi vogliate offendere l’anima santa di mia madre, di cui non eravate degna neppur di
baciar la terra dove metteva i piedi, questo, per quanto è vero la santa giornata di oggi, non lo
sopporto. Dite che mia madre era una pezzente? Ma era una signora, capite? I vestiti che si metteva,
erano comprati alla bottega; i gioielli che portava, erano della sua famiglia; quando usciva tutti le

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dicevano: tu possa essere benedetta! tanto era buona, capite? Voi che siete? Siete una pezzente
risalita: avete i denari della povera gente a cui prestate con interesse del centoventi per cento;
portate i vestiti che vi vendono le cameriere ladre delle principesse e i gioielli che sono impegnati
alla vostra agenzia; e quando la gente vi vede passare, bestemmia sottovoce il vostro cuore duro.
Non parlate di mia madre, donna Gabriella. Quella sta in paradiso: e il Padre Eterno ha fatto casa
del diavolo proprio per voi “.
“Per questo non ti vuoi mettere il vestito?” domandò donna Gabriella, soffocata dalla
collera, mentre fuori il sagrestano della chiesa dei Ss. Apostoli suonava per la terza volta il
campanello e Carminella, esterrefatta, continuava a farsi il segno della croce.
“Non lo debbo dire a voi” ribatté ostinatamente Chiarina.
“Ma io lo capisco” strillò la grassa impegnatrice, “perché non vuoi metterti il vestito. Te lo
avrà proibito l’innamorato”.
“Be’, e che volete?” chiese audacemente Chiarina.
“Quella faccia gialla, quella faccia verde, quel tisico in terzo grado, che dà gli ordini, che
fa il geloso!”.
“Già, già: e che volete? ” replicò ancora Chiarina, il cui tremore d’emozione cresceva.
“Che ti metti subito il vestito nuovo”.
“No”.
“Chiarina, non mi far fare la pazza”.
“Andate pure ad Aversa”.
E fece per rientrare nella sua stanza: ma donna Gabriella la raggiunse e con la grossa
mano calzata da un guanto di pelle rossa la schiaffeggiò su tutte e due le guance. Uno dei pesanti
braccialetti d’oro a catena sferzò il collo sottile di Chiarina, che si mise a piangere e a gridare
disperatamente.
“Zitta!” diceva con voce bassa e rauca donna Gabriella.
“No, no” urlava Chiarina, per farsi sentire da tutto il palazzo.
“Zitta, zitta!”.
Ma la ragazza assalita da una nervosità invincibile strillava come convulsa. Sul
pianerottolo del primo piano donna Orsolina che chiudeva la porta, menandosi innanzi la sua
schiera di figliuoli, pallida, stanca, con una pancia già assai grossa, mormorava, contando i soldi
che ci volevano per pagare le sedie in chiesa:
“Maritatevi, maritatevi, ragazze, vedrete quello che vi succede!”.
E si tormentava perché i figli attirati dagli strilli di Chiarina non volevano più andare in
chiesa. Placidamente appoggiata al braccio di suo marito, don Alfonso Ranaudo, e dall’altra parte
appoggiata a un bastone per sorreggere la sua grassezza, donna Peppina scendeva le scale,
crollando il capo, un po’ rado di capelli, su cui si ergeva un cappello perfettamente primaverile, ma
che aveva almeno sei primavere.
“Fanno sempre questo dalla mattina alla sera” disse ridacchiando.
“Il battere le ragazze fa loro bene, come alla lana” rispose don Alfonso, che era un uomo
di proverbi e di una grossa allegria.
Più lentamente, don Vincenzo Manetta, il cancelliere messo a ritiro, per forza, da un
governo persecutore, scendeva dal secondo piano, dando il braccio a sua moglie, donna Elisabetta.
“Elisa, hai preso il libro da messa?”.
“Sicuro”.
“Perché grida donna Chiarina?”.
“L’avrà bastonata la matrigna”.
“Oh gioventù, gioventù!”.
Al terzo piano, tutti gli studenti che abitavano a sinistra si erano affacciati alle finestre del
cortile; a destra il maestro d’inglese di un collegio, provvisto di cinque sorelle tutte più o meno
vecchie, era comparso dietro i cristalli, in papalina e ciabatte. E nel cortile, guardando in aria, il
cocchiere della principessa di Santobuono canticchiava:

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Papà non vuole e mammà nemmeno,
e come faremo? e come faremo?

mentre il suo mozzo, impertinente, a gola spiegata cantava:

Ce vonno i denare – e nun i tenimmo,
E comme facimmo? e comme facimmo?

Ora stravolta, cercando di tranquillizzare la propria fisionomia, donna Gabriella scendeva
a messa anche lei, seguita da Carminella che si era messa un velo nero sui capelli di nero opaco.
Scendeva fingendo di non udire il forte pianto, il singhiozzo di Chiarina che ella aveva chiusa in
casa, portandosi via la chiave. Le persone che erano alle finestre, ai balconi del cortile, che erano
per le scale, tacevano al suo passaggio: e lei fremeva di non udire più quel pianto, quel lamento che
tutti udivano. Ma ella sapeva, sì, sapeva che, malgrado i sorrisi con cui l’avevano salutata le cinque
sorelle del professore d’inglese, sorrisi obbligatorii, poiché il professore le doveva duecentoventi
lire, di cui si dissanguava per pagare gli interessi, senza poter mai diminuire il debito, malgrado
quei sorrisi forzati, le zitellone compiangevano la povera ragazza serrata in casa, piangente a terra
la sua sorte crudele: donna Gabriella sapeva che gli studenti del terzo piano, che avevano
impegnato alla sua agenzia orologi e anellini d’oro, la salutavano per ischerno: donna Gabriella,
passando per la rampa del primo piano, aveva sentito che donna Peppina Ranaudo mormorava:
povera creatura, povera creatura ; aveva sentito, più giù, donna Elisabetta Manetta dire a suo
marito: ma non ha un tutore? E il marito, uomo di legge, magistrato, come egli si diceva, non senza
aggiungere gravemente: integerrimo, il marito che rispondeva: il tutore, cara Elisa, potrebbe
intervenire…; aveva visto, donna Gabriella, il sorriso di scherno del cocchiere e del mozzo di stalla
di casa Santobuono. Sentiva che tutti costoro la disprezzavano, la odiavano: sentiva che tutti
compativano la figliastra sua, piangente a singhiozzi acuti e profondi che turbavano il silente,
quieto aere mattinale primaverile. Solo donna Orsolina, che ella incontrò sotto l’androne, cercante
invano di regolare il passo alla sua mandria di figli, solo donna Orsolina le diede un buongiorno
umile, quasi piaggiatore. A ogni suo parto donna Orsolina si era nuovamente indebitata con donna
Gabriella: tutto il suo tesorino di oggettini d’oro, di biancheria fine, di casseruole lucenti, era in
deposito all’agenzia di donna Gabriella, e costei minacciava sempre di porre tutto in vendita: donna
Orsolina, la povera, non poteva neppur pagare i rinnovi, tanto era in preda a una miseria decente.
Così, quando incontrava la forte e grassa impegnatrice, chinava il capo, impallidiva, salutava con
un tremito nella voce. Ma donna Gabriella ben sapeva che, anche in fondo a quell’umiltà, vi era un
odio sordo, indistinto, l’odio dell’oppresso rassegnato. Ah, ella fu sollevata, la impegnatrice carica
di oro, carica di gioielli, quando uscì dal portone, attraversò in venti passi la piazza, entrò in chiesa
dove già risuonava l’organo per la messa cantata. Fu felice, quando s’inginocchiò vicino all’altar
maggiore, nella bella e vecchia chiesa piena di devoti. Donna Orsolina in ginocchioni, buttata sopra
una sedia, pregava fervidamente, mentre i figli restavano stupiditi dalla musica, taciturni, un po’
vergognosi; don Vincenzo Manetta aveva messo in terra un fazzoletto di colore e vi aveva
appoggiato un ginocchio, le mani congiunte sul pomo del bastone, la testa appoggiata sulle mani, il
cappello sopra una sedia accanto a lui, e alla moglie ogni tanto:
“Elisa, il rosario delle anime del purgatorio”.
“L’ho detto”.
“Elisa, la devozione per la buona morte, a Sant’Andrea Avellino “.
“Ora la dico”.
“Elisa, i sessanta gloria, ricòrdati “.
Seduti uno accanto all’altro, donna Olimpia e don Alfonso Ranaudo sorridevano fra loro.
sorridevano agli inchini dei preti, nella messa cantata, sorridevano ai colpi d’incensiere dei chierici.
Un sibilo usciva dalle secche labbra di Carminella, la pinzochera, che pregava rapidamente,
macchinalmente; solo donna Gabriella ancora agitata, ancora calda d’ira, in collera con gli altri,
restava in chiesa, tentando invano di pregare, consolandosi solo guardando i suoi braccialetti,

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sentendo i suoi anelli sotto la pelle dei guanti, sentendo il peso degli orecchini di oro, perle e
brillanti alle grasse orecchie. Certo gli altri avevano il cuore tranquillo o invocante umilmente la
serenità, o contrito di un innocente dolore; il cuore di costei si appagava solo, nel suo cruccio, di
rassomigliare a una scintillante, brutta e crudele vetrina di gioielliere, di cui ogni gioiello sia
lagrima o sangue.
Intanto, distesa per terra, chiusa in casa, Chiarina ancora piangeva e singhiozzava. Ma
l’urto nervoso le si veniva calmando, lentamente, per quel grande sfogo che aveva fatto. Si levò da
terra, raggiustandosi, ravviandosi con le mani i capelli. Era una creatura simpatica e buona, dalla
bruna e mobile fisionomia, dai grigi occhi brillanti, dai lineamenti molto delicati; una creatura
nervosa e sensibile, pronta al pianto, pronta al sorriso, indomita di volontà. Dopo dieci minuti era
già calma, tanto che uscì sopra un terrazzino che dava sul cortile, simile in tutti i piani e al cui
pozzo attingevano anche gli inquilini dell’altro palazzo Santobuono, sporgente per una facciata
nello stesso cortile. Ella andò al pozzo come se volesse attingere acqua; ma immediatamente, alla
finestra attigua, che dava egualmente sul pozzo, un giovinotto apparve. Il terrazzino e la finestra
stavano allo stesso livello, ma avevano il pozzo in mezzo, con un garbuglio di funi, di carrucole, di
catene di ferro, di secchi: anche a distendersi, era impossibile darsi la mano ed era probabile
cascare nel pozzo. Ma si poteva benissimo fare una conversazione. Tutti vedevano, dal portone, dal
cortile sino al terzo piano: molti avrebbero potuto udire. Ma in quell’ora tutti erano a messa, e una
gran quiete, un gran silenzio era nel cortile, da cima a fondo. I due giovani si guardarono con una
tale intensità di sguardo e di silenzio che valse la parola più affettuosa. Il giovanotto biondo,
bianco, alto, parlava sottovoce, guardandosi un po’ attorno, come timoroso, mentre la ragazza bruna
lo guardava e gli sorrideva, senza parlare, vinta dall’emozione:
“Non sei andata alla messa?” disse Giovannino.
“No” fece lei.
“Perché?”.
“Non ho voluto andarci”.
“Di’ la verità: donna Gabriella ti ha maltrattata?”.
“No, no”.
“Di’ la verità, Chiarina” e la voce di lui si fece più calorosa, più insistente.
“Abbiamo litigato” mormorò lei arrossendo, incapace di mentire.
“Perché avete litigato?”.
“Perché ti voglio bene”.
“Mi vuoi veramente bene, veramente, veramente?”,
“Giovannino, tu lo sai”.
“Non so niente, io” sussurrò lui, fingendo di dubitare.
“Sai che ho detto, oggi, ancora una volta, a mia matrigna?” esclamò lei, subitamente
eccitata. “Le ho detto la centesima volta: o Giovannino, o la morte. Donna Gabriella non può udire
questa parola e mi ha schiaffeggiata”.
“Ti ha fatto male?” chiese lui, sottovoce, impallidendo.
“Un poco, ma non importa ” rispose lei orgogliosamente.
“Povera Clara, povera Clara!” disse lui, come parlando fra sé.
“Perché mi compatisci? Non mi compatire” esclamò lei, in preda a un po’ di esaltazione.
Tacquero. Una grande freschezza saliva dal pozzo aperto su cui le loro teste giovanili si
affacciavano, e un gran silenzio, sempre, li circondava. Chiarina si ergeva sopra un mucchio di funi
bagnate, quasi per accostarsi all’innamorato. Due o tre sorelle del professore erano apparse dietro i
cristalli, avevano sorriso vedendo la giovine coppia ed erano sparite, discretamente. Uno studente
fumava la pipa, crollando il capo, come se dicesse che queste cose lui le capiva e indulgeva ad esse.
“Questa vita non può durare” disse a un tratto il bel Giovannino.
“Non può durare” fece come un’eco Chiarina.
“E che fare?”.
“Potremo fuggire insieme” disse la ragazza.

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“Per far che?” domandò lui, scosso e turbato.
“Per sposarci”.
“Senza denari?”.
“Senza denari”.
“È una cosa troppo disperata” soggiunse lui, scuotendo la testa di bel giovane indolente,
che sa la vita e ne teme le violenze.
“Quando ci è l’amore ci è tutto. Tu mi vuoi bene?”.
“Assai, Clara, assai”.
“E allora non ci servono i denari. Scappiamo via”.
“Senza denari non si fa nulla”.
“Sei un vile” disse lei indignata.
“Clara bella, tu scherzi” fece lui ridendo.
“Non scherzo, no. Hai paura, hai bisogno di denaro, non sai amare, sei un vile”.
“Io ti adoro, Clara”.
“No”.
“Ti giuro sull’anima mia, Clara, che ti adoro”.
“No”.
Ma la terza negazione fu più debole. Ella guardò il giovane negli occhi e fu vinta.
“Hai ragione” disse.
“Pensiamo qualche altra cosa, perché questa vita non può durare” ripeté lui, di nuovo,
come se fosse insistentemente tormentato dal problema dell’esistenza.
“Io non so nulla, Giovannino. Questa matrigna è crudele”.
“Tanto crudele? Non sarebbe possibile di vincerla?”.
“Io non mi ci metto” diss’ella muovendo le labbra per disdegno. “Io non so umiliarmi”.
“Non ci è umiliazione; è come se fosse tua madre”.
“Dio ne guardi!” esclamò quella, segnandosi.
“Perché non hai voluto mai che ci parlassi io?” continuò lui, come proseguendo a
riflettere. “Vuoi che ci parli io?”.
“Non ne ricavi nulla”.
“Chissà!”.
“È una donna vile, non apprezza che il denaro”.
“Il denaro è una bella cosa” osservò lui, “dopo l’amore”.
“Credo che non abbia mai amato nessuno, lei ” ribatté Chiarina sempre sdegnata.
“Potrebbe amarti, se tu lo volessi”.
“Che debbo volere, se mi schiaffeggia, se mi chiude in casa? Sto chiusa dentro, come i
carcerati. E se ritorna, ora, e ci trova parlando, mi batte di nuovo, lo vedrai”.
“Allora me ne vado”.
“No, no, Giovannino” pregò lei, “non te ne andare, non te ne andare”.
La voce era tanto passionata, era tanto passionato lo sguardo, che egli impallidì d’amore.
“Non viene ancora” mormorò lei, senza staccare il suo sguardo da quello dell’innamorato,
“non viene ancora; e che importa, se viene?”.
“Dammi la mano, Chiarina” sussurrò lui magnetizzato dall’amore.
“Non posso, non ci arrivo” e si curvava stendendosi. “Non posso, non posso” esclamò di
nuovo, quasi piangendo.
“Io parlerò con tua matrigna, Clara” ricominciò a dire lui, ostinato.
“E che le dirai, se essa non ti caccia via?”.
“Vedrai che non mi caccia. Non so quello che le dirò. Le dirò la verità. Che ci amiamo…”
“E che preferiamo morire anziché lasciarci” soggiunse semplicemente lei.
“Non pensare alla morte. Le dirò che sono poveretto assai, ma che niuno può amarti di più
di me e meglio di me; che spero di vincere la mediocrità, la segreta miseria in cui mi trovo, con la
forza dell’amor tuo”.

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“È una donna cattiva ” mormorò lei turbata, “non ti crederà “.
“Proverò ” disse lui. “Io non posso più vederti soffrire; soffro troppo”.
Si guardavano, presi dal dramma del loro amor contrastato. Intanto, nella chiesa vecchia
dei Santi Apostoli, la messa cantata, in onore della Pentecoste, era finita. La prima a rientrare nel
palazzo fu la carrozza vuota della principessa di Santobuono che aveva riaccompagnato la signora
nel gran palazzo di via San Giovanni a Carbonara: la dama era uscita prima degli altri dalla chiesa.
Il cocchiere, sceso dalla cassetta, levò gli occhi in su, fece un sorrisetto vedendo i due innamorati e
svestì tranquillamente la sua livrea. Poi venne la coppia Manetta, l’ex cancelliere dava il braccio a
colei che chiamava galantemente la sua sposa. Anche essi videro i due innamorati che ora si
sorridevano, tacendo.
“Elisa?”.
“Che vuoi?”.
“Ti ricordi quando ci vedemmo a Santa Maria Capua Vetere?”.
“Mi ricordo”.
“Ti ricordi Elisa che ti dispiacque lasciar la provincia?”.
“Mi ricordo”.
“Non ti sei trovata meglio, a Napoli?”.
“Meglio”.
“Benedetto Iddio!” fece il buon cancelliere.
La coppia Ranaudo veniva più piano: la coppia sorrise maternamente e paternamente
vedendo i due innamorati.
“Gli schiaffi sono serviti a niente” osservò ridacchiando donna Peppina, sull’ampio
ballatoio che dava sul cortile.
“L’amore da lontan non si può fare” canticchiò don Alfonso, che si vantava di una voce
fenomenale.
I Manetta e i Ranaudo ascendevano le scale piano piano, mentre comparivano gli inquilini
del terzo piano, alle finestre e ai balconi. Dimentichi, i due innamorati si guardavano negli occhi.
“Devi dirmi un’ultima volta che mi vuoi bene, Chiarina”.
“Un’ultima volta? Sempre, sempre, ti voglio bene”.
“Dammi la mano, Clara”.
Ora ella ammucchiava i cerchi di fune, per farsi più alta, per arrivare a lui. In questo
compariva nel cortile la povera Orsolina, trascinandosi dietro i figliuoli e sapendo di avere alle
calcagna donna Gabriella. Levò il capo donn’Orsolina, vide gli innamorati, vide il pericolo che
correvano di esser sorpresi: e malgrado la sua felicità, diede in un forte urto di tosse, che chiamava,
che avvertiva, che cercava salvare. In quel momento trionfalmente i due giovani erano arrivati a
toccarsi un dito, innanzi a tutti, nella calda mattinata primaverile, felici di quel piccolo innocente
favore: fra i sorrisi taciturni o distratti di tutti che fingevano di non vedere. Anche donna Gabriella
aveva visto, entrando. Ma il silenzio indulgente, pietoso, di quella povera gente, o vecchia, o
infelice, o ammalata, di quella buona gente amorosa che vedeva e affettuosamente perdonava, vinse
anche lo sdegno nel duro cuore che non sapea né pregare, né perdonare.

II

Seduta in camera sua, presso il balconcino, Chiarina tentava invano ingannare
l’impazienza dell’attesa. L’anima sua era in preda a un turbamento profondo. Aveva cercato
macchinalmente di pregare, dicendo un rosario per raccomandare la sua vita alla Madonna, poiché
era quella l’ora della decisione, ma i grani della coroncina restavano immobili nelle sue mani e le
labbra si chiudevano alle sacre parole della preghiera: il rosario restava in grembo, abbandonato.
Aveva tentato, per distrarsi, di lavorare un poco, all’uncinetto, certe sue trine per i mobili di
broccato giallo-oro del salone, ma neppure aveva potuto proseguire il meccanico lavorìo. Il tempo
le pareva interminabilmente lungo, in quel pomeriggio estivo: non erano dunque due ore che

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Giovanni Affaitati si trovava in casa, nel salone insieme a donna Gabriella, per cercare di vincere la
crudeltà ostinata della matrigna? Due ore erano, certo; e Chiarina, sola nella sua stanza, non osando
entrare nel salone, non osando chiamare nessuno, sovraeccitata dalle sue fantasie, e più dal silenzio
e dalla solitudine origliava, se udisse un passo, se udisse battere una porta che si chiude. Niente. Per
molto tempo, anzi, istintivamente, con un timore vago di peggior male, ella aveva impedito a
Giovannino di parlare con la sua matrigna. Ma il giovanotto insisteva, stimando quella l’unica via di
salvezza, e un giorno, senza dirglielo, scrisse una lettera a donna Gabriella, chiedendole un
colloquio. Strano a dirsi; la matrigna acconsentì subito e anche con cortesia. Alle otto di sera le due
donne cenavano silenziosamente: i loro pasti erano sempre taciturni o interrotti da discussioni
colleriche.
“Il tuo innamorato mi ha scritto” disse a un tratto donna Gabriella.
“Ah!” fece l’altra, cercando di reprimere un moto di spavento. “E che vuole?”.
“Vuole parlarmi. Viene domani”.
Di nuovo vi fu silenzio. La matrigna aveva parlato seccamente, ma senz’ira: pareva non
volesse essere interrogata più oltre. Chiarina, fieramente, non disse altro. Ma fu una notte inquieta,
febbrile, per lei, fu un dormiveglia pieno di sogni che parevano realtà, di realtà che parevano sogni.
La fanciulla ora si gelava per un terrore inaudito, ora la speranza più dolce le infiammava le vene.
Non ebbe pace. Quando, alle tre, udì il campanello, ebbe un moto come per mandar via
Giovannino, come per dirgli di fuggire. Ma restò immobile nella sua camera, vinta dall’urto nervoso
che non le permetteva di far nulla, parendole il tempo interminabilmente lungo. Ma che diceva,
dunque, di così lungo, Giovannino, alla cocciuta matrigna? Forse costei, com’era prevedibile, non si
lasciava persuadere, e allora, forse, Giovannino la pregava, la pregava a non voler rendere infelici
due cuori che si amavano: perché la pregava quella crudele donna? Chiarina non l’avrebbe pregata,
giammai, giammai; era troppo orgogliosa, preferiva qualunque dolore alla umiliazione di una
preghiera. La fanciulla guardava nella strada, per calmare la sua agitazione, per vincere i suoi tristi
pensieri: guardava nel vicoletto delle Gratelle, dove una stiratrice stirava, sulla porta della sua
bottega, mentre ogni tanto dava maternamente un colpo di piede a un canestro di vimini, dove il
suo bimbo sonnecchiava: a quel cullamento il piccolino chiudeva gli occhi, placato, e la madre
dava dei forti colpi di ferro, sul petto di una camicia che fumava. Un odore acuto di conserva di
pomodoro veniva dai balconi di donna Peppina Ranaudo; la indolente grassona usciva ogni tanto
sul balcone, e con un mestolino rimescolava la conserva che si seccava al sole di luglio. Un gran
ronzìo di mosche: e da S. Giovanni a Carbonara, la voce del venditore di limoni che
malinconicamente raccomandava i suoi limoni freschi. A Chiarina parea di essere in un
sonnambulismo: appoggiava la fronte alla persiana di stecche verdi, senza vedere quello che
accadeva giù, nella strada, senza sentire le voci o le parole dei monelli, dei venditori, degli animali.
E bizzarramente la sua agitazione era senza speranza: non le pareva che da quel colloquio di
Giovannino con donna Gabriella dovesse uscir nulla di buono. Era in attesa ansiosa, ma di cose
cattive, di cose perfide, di nuovi tormenti inflitti al suo amore: non aspettava nulla di buono da
quella donna. Tutti i suoi rancori contro la matrigna si sollevavano rinfocolati dallo stato di
eccitamento in cui si trovavano i suoi nervi, da venti ore: ella non aveva avuto da quella donna un
solo beneficio, mai: ella le doveva tutte le sue torture, tutti i suoi pianti, tutte le ore nere della sua
esistenza: come poteva farle bene, ora? Aspettava il male, ma un male sconosciuto, un male ignoto,
un male che non aveva mai avuto. La paura aveva finito per vincere tutti gli altri suoi sentimenti:
stretta sulla sedia, col capo abbassato sul petto, con l’occhio senza sguardo, attendeva questo
pericolo sconosciuto e i minuti che trascorrevano ancora, avevano finito per sembrarle mortali. Alle
sue spalle, una voce bassa la chiamò:
“Donna Chiarina!”.
“Che volete?” chiese ella, come trasognata, a Carminella.
“La madre vostra vi desidera al salone”.
Chiarina guardò la pinzochera. Aveva la faccia più verdastra del solito e le sottilissime
labbra avevano l’aridità dell’ira. La fanciulla non rispose e non si mosse.

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“Donna Chiarina, la madre vostra vi vuole al salone”.
“Sta sola?” chiese la ragazza.
“Nossignora: sta in compagnia” rispose malignamente la pinzochera, “e vi vuole “.
“Va bene: ditele che vengo”.
Macchinalmente Chiarina toccò il rosario, baciò una piccola, pallida fotografia di sua
madre, che teneva sopra un tavolino, si guardò nello specchio senza vedersi e si avviò al salone.
Donna Gabriella, vestita di una vestaglia bianca, carica di merletti che aveva comperato dalla
cameriera della duchessa di Episcopio, stava seduta sul grande divano di broccato giallo del salone:
quella vestaglia bianca la faceva sembrare enorme, e accendeva anche di più il colorito rosso
mattone delle grosse guance. Donna Gabriella portava agli orecchi due magnifici solitari e sulle
grosse braccia nude quasi fino al gomito, sulle dita grosse, rosse, quasi gonfie, era tutto un scintillio
di braccialetti e di anelli gemmati. Una grossa catena d’oro si mescolava ai merletti della vestaglia,
sul petto: e il ventaglio, metodicamente agitato, non arrivava a mitigare quella viva tinta della
grossa faccia. Gli occhi di donna Gabriella erano luccicanti.
Seduto sopra una poltroncina gialla, modestamente vestito, ma con una naturale eleganza,
coi bei capelli biondi arricciati, pallido, ma sereno, stava Giovannino Affaitati. Ambedue parevano
tranquilli e soddisfatti, guardando Chiarina che si avanzava incerta, senza guardarli, sentendosi
palpitare il cuore sotto la gola.
“Vieni qua, Chiarina mia” disse donna Gabriella con insolita dolcezza.
Di nuovo, senza una ragione al mondo, Chiarina fu presa dal terrore e si mise a tremare.
Pure, guardandola e sorridendo, Giovannino la invitava ad accostarsi.
“Vieni qua, Chiarina” ripeté la matrigna, nuovamente, con una tenerezza nella voce.
La fanciulla si accostò, in silenzio: la piccola mano bianca e sottile che aveva il tremore
della fèbbre fu presa nelle grosse mani rosse, quasi gonfie della matrigna.
“Ti ho voluto far contenta” pronunziò lentamente donna Gabriella, “Poiché pare che ci stia
la volontà di Dio, e don Giovannino, qua, mi sembra un buon giovane. Ti voglio trattare meglio che
lo farebbe una mamma. Con l’aiuto del Signore, a suo tempo vi sposerete. Dammi un bacio”.
Sulla delicata guancia della fanciulla si posarono, schioccando, le grosse labbra della
matrigna; anche Chiarina fece l’atto di baciare. Ma le sue labbra non si mossero, e calde lagrime
silenziose le scesero sul volto, sul collo, sul busto del vestito. Giovannino, sereno, beato, guardava
la sua fidanzata.
“Chiamami mamma” disse Gabriella intenerita, alla fanciulla.
Costei non rispose, taciturnamente continuando a piangere.
“Chiamami mamma” ripetette, quasi piangendo, umilmente.
“Mamma, mamma” scoppiò a gridare, singultando disperatamente, la fanciulla.

Quando Carminella la pinzochera, con quelle sue labbra sottili e violette che si stiravano
nel discorrere, con quelle occhiate oblique e false, lo andò raccontando a tutti, nel palazzo
Santobuono, nella piazzetta dei Ss. Apostoli, nel vicolo delle Gradelle, malgrado il tono fischiante e
sarcastico della serva, malgrado le sue perfide e vaghe reticenze, vi fu un generale movimento di
soddisfazione. Lo spettacolo continuo di quel costante, invincibile amore infelice aveva intenerito il
cuore di tutti i vicini, li aveva disposti a una grandissima pietà.
“Donna Gabriella ha preso una santa decisione” disse quella benevola grassona di donna
Peppina Ranaudo, mentre contrattava, sul pianerottolo, un canestro di pesche per quella conserva
che a Napoli si chiama percocata.
“Nessuno è santo innanzi a Dio” ribatté la pinzochera, facendosi il segno della croce e
andandosene.
Ma dovunque, dovunque, malgrado le sue insinuazioni, malgrado lo stridìo della sua voce
inacetita, trovò che la gente sorrideva di questa buona ventura, di questo matrimonio in prospettiva.
“Sentite, Carminè ” rispose donn’Orsolina, che oramai non ne poteva più per il fastidio
che le dava la sua gravidanza nella estate, senza denari e senza forza per lavorare, “sentite, devo

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dirvi che mi fa piacere, come se quella fosse mia figlia. Il matrimonio è una schiavitù, sissignore,
ma tutte la dobbiamo avere…”
“Non tutte, non tutte ” ribatté acremente la serva pinzochera.
“È una combinazione” mormorò bonariamente donna Orsolina, che aveva bisogno di stare
bene con tutti, “ogni tanto… succede così…”.
Finanche le vecchie zitelle del terzo piano, le sorelle del professore, espressero la loro
soddisfazione, dietro i cristalli dei loro balconi, salutando Chiarina con aria festevole. Ella chinava
il capo e arrossiva: tutti quelli che incontrava, oramai, nelle scale, nel cortile, nella strada,
partecipavano alla sua gioia, salutandola vivacemente, dandole dei misteriosi buoni auguri,
stringendole le mani, abbracciandola, chiedendole quando si sarebbero mangiati questi confetti.
Don Vincenzo e donna Elia Manetta, un giorno, sotto l’arco del portone, mentre la matrigna era
andata innanzi, la trattennero raccontandole come era andato il loro matrimonio, un matrimonio di
vecchi, che essi narravano come un idillio, togliendosi la parola mutuamente, per dirsi degli antichi
motti dolci. Finanche il cocchiere della principessa di Santobuono, un giorno, salutandola con la
frusta, con una certa aria di galanteria cavalleresca, con un frasario pieno di complimenti, si offrì,
lui e la sua carrozza, per accompagnare alla chiesa e al municipio lo sposalizio di Chiarina e di
Giovannino; finanche il furbo sacrestano della parrocchia dei Ss. Apostoli, una domenica, sulla
soglia della chiesa, disse a Chiarina che aveva fatto fare un triduo, a sua insaputa, perché ella fosse
felice con la volontà della matrigna mettendosi in grazia di Dio; finanche la stiratrice del vicolo
delle Gratelle, una mattina che vide comparire al balconcino Chiarina, dette un gran colpo di ferro,
sopra un petto di camicia fumicante, gridando allegramente:
“Amore! Amore!”.
Chiarina sentiva intorno a sé quest’onda di tenerezza e chinava il capo commossa, ma non
volendo parere. Aveva in sé una gran confusione di felicità, amareggiata sempre, però, da un
invincibile senso di diffidenza. Pure, tutto dovea essere dolcezza, ormai, per lei. Giovannino
Affaitati, ritenuto come fidanzato ufficiale, potea scriverle quando voleva e averne sempre risposta;
veniva in casa la sera del giovedì e la sera della domenica, restandoci tre o quattro ore; se la ragazza
usciva, egli ne era avvertito e si faceva trovare nella strada, come per combinazione, si univa alle
due donne senza che donna Gabriella facesse alcuna osservazione e le accompagnava dovunque
andavano; se le due signore andavano a teatro egli era il loro cavaliere di obbligo, portando la busta
con l’occhialino, togliendo loro gli scialli e i mantelli, restando modestamente in fondo al palco. In
verità, a tutti i colloqui dei due innamorati, donna Gabriella era sempre presente, non si allontanava
un momento: ma questo è anche nel costume del paese, né i due pensavano a lagnarsene. Che
importava s’ella era presente! Stavano seduti nella stanza da pranzo, intorno a una tavola ovale: nel
mezzo vi era una lampada coperta da un gran paralume. Chiarina lavorava alacremente
all’uncinetto, anche per dare una forma al tremito nervoso che le agitava le mani: donna Gabriella,
ora in vestaglia rosa, ora in vestaglia azzurra, carica di oro, carica di grosse gemme, agitava un
grande ventaglio nero, scintillante di puntini di argento: Giovannino faceva delle sigarette che poi
fumava lentamente, taciturnamente. Erano, in vero, serate piene di dolcezza. In esse Chiarina
sentiva svanire quel senso di amara diffidenza che le guastava tutta la sua gioia: lo sguardo di
Giovannino la circondava in un ambiente carico di tenerezza, la voce di Giovannino, che ogni tanto
rompeva il silenzio, la carezzava come un soffio amato: e quando egli parlava con quel suo tono
basso, seduttore, ella involontariamente si fermava dal lavorare, le mani restavano immobili,
mentre il sangue le saliva a riscaldarle le guance. La matrigna, dal primo giorno in cui aveva dato il
gran consenso, continuava a mostrarsi insolitamente cortese. Pareva che, a un tratto, magicamente,
Giovannino Affaitati avesse fatto cessare quell’odio profondo, quel profondo rancore che le aveva
armate l’una contro l’altra, e che un fascino uguale avesse vinto la durezza del cuore dell’una, la
fierezza del cuore dell’altra. Nelle sere in cui Giovannino Affaitati non aveva il permesso di venir
su, le due donne passavano la sera insieme: ma Chiarina era sempre un po’ nervosa e donna
Gabriella sbadigliava, dimenticandosi di agitare il suo ventaglio, per far brillare le sue gemme. A

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un certo punto della serata un fischio dolce e sottile si faceva udire dalla piazzetta Ss. Apostoli.
Chiarina trasaliva.
“Eccolo” mormorava come a se stessa, la fanciulla.
“Eccolo” diceva, a voce alta, donna Gabriella.
Era Giovannino che passava a quell’ora, per andare a passare un po’ del suo tempo al caffè
di porta San Gennaro, dove era fama un tempo che si facessero i migliori gelati napoletani, e dove
accorreva una folla di borghesi, impiegati e piccoli possidenti, preti e cabalisti del lotto.
Giovannino fischiava, per farsi udire: e il fischio amorosamente significava:
“Sono qui, ti amo, non ti scordare!”.
Chiarina restava con l’animo sospeso.
“Dove andrà, ora? ” chiedeva dopo un certo tempo, la matrigna.
“Al caffè” rispondeva la fanciulla, quietamente.
“A spender denari” borbottava donna Gabriella.
Chiarina la guardava in faccia, ma senza dirle nulla. Alla fanciulla restava intiera tutta la
sua antica fierezza: e non le diceva che Giovannino non sarebbe andato a spendere denari al caffè,
se essa, la matrigna, avesse permesso che venisse su più spesso, la sera; non glielo diceva, perché
sarebbe parso un pregarla di qualche cosa, la matrigna, ed ella, proprio, non voleva pregarla di
niente. Certo la gran riconoscenza delle ore felici che passavano sul suo giovane capo aveva
domato nel cuore di Chiarina la collera fervidamente giovanile che ella avea contro la matrigna: ma
il ricordo delle pene di suo padre, il ricordo delle sue pene, ancora non si cancellava. Non voleva
domandarle nulla, ecco. Se ella aveva mal giudicato la sua matrigna, se ella era stata ingiusta verso
questa donna, la ragazza voleva ricredersi, sì; chiedere una grazia, un favore, giammai. Se ne stava
chiusa nel suo carattere sensibile, eccessivo, ostinato, pronto all’emozione, ma non facile a
dimenticare. Donna Gabriella, annoiata, picchiava col suo ventaglio sul bracciale della poltrona.
Alla fine, seccata da quel volto taciturno di Chiarina, che non si moveva di una linea, chiamava
Carminella. La serva sonnecchiava, pregando, in cucina.
“Diciamoci questo santo rosario” mormorava donna Gabriella, senza muoversi dalla sua
poltrona, dove stava sprofondata.
Allora la serva prendeva una sedia, s’inginocchiava sulla nuda terra, posava i gomiti sulla
paglia della sedia e il viso sulle mani: poi cominciava a dire il Mistero. Donna Gabriella ascoltava,
attentamente, movendo un po’ le labbra come se anch’essa dicesse le parole. Chiarina smetteva di
lavorare, posando l’uncinetto e il filo sul marmo della tavola, mettendosi una mano innanzi gli
occhi, come se si concentrasse nella preghiera.
“…fructus ventris tui, Jesu ” finiva di dire la pinzochera, con tono uniforme.
“Sancta Maria” continuavano a dire, finendo l’Ave, le due donne, donna Gabriella a voce
alta. Chiarina sottovoce.
Quando arrivavano alle bellissime litanie della Vergine, Chiarina s’inginocchiava anche
lei, appoggiandosi alla sedia come la serva Carminella. Solo donna Gabriella restava seduta.
potendo difficilmente inginocchiarsi per la sua grassezza: ma si curvava un poco, come per rispetto.
Talvolta mentre le litanie proseguivano, il fischio si udiva un’altra volta da piazza Ss. Apostoli,
dolce e sottile. Era Giovannino Affaitati che ritornava dal caffè, e prima di rientrare a casa salutava
la sua innamorata: “Sono qui, ti amo, non ti scordare! “.
Solo le spalle di Chiarina, curvata a pregare, si vedevano trasalire. Donna Gabriella si
fermava dal dire le litanie, distratta. E la serva Carminella, che intendeva tutto questo, alzava la
voce più forte, come ammonendo, irritata, pregando come se dicesse delle ingiurie, e andandosene
via alla fine del rosario, tutta incollerita, ricominciando a dirlo da sé, sola, in cucina, perché quel
primo, con tutte quelle tentazioni, non le valeva, secondo lei, né per l’anima, né per il corpo.
Fu così che Giovannino Affaitati cominciò a venire in casa di Chiarina tre volte alla
settimana, invece di due: ci venne così, naturalmente, con grande conforto della ragazza
innamorata, e senza che la matrigna se ne lagnasse. Giovannino serbava un contegno corretto:
parlava poco, a voce bassa, chiedeva sempre il permesso di fumare, aveva, specialmente con la

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matrigna, tale una cortesia di modi, che questa feroce donna grassa, bitorzoluta e coperta d’oro,
pareva incantata. Ora, ogni tanto, Giovannino si spingeva a parlare del loro avvenire, con Chiarina:
costei lo ascoltava, beata, come se la più soave musica le risuonasse all’orecchio. Prima di
rispondere, intimidita levava gli occhi sulla sua matrigna: poi rispondeva sottovoce, sempre
timidamente. Una sera parlavano di corredo, di tela, di mussola, di quanto ci vuole, per cucire a
macchina, una camicia, una sottana.
“Per una camicia, ci metto due giorni” calcolava Chiarina, trasportata dal discorso, “per
una sottana, un sol giorno”.
“Ci metti di più. ci metti di più” osservava la matrigna, intervenendo.
“Credi pure che ci vuol più tempo, Clara” soggiungeva, sorridendo, Giovannino,
scuotendo la cenere bianca della sua sigaretta.
Dolci discorsi! L’indomani, Chiarina vide portare in casa da un facchino, che faceva i
grossi servizi, due pezze grosse, una di finissima tela di Olanda, una di buona mussola. La
fanciulla, tutta felice, palpava la tela per sentirne la finezza, stropicciava la mussola per farne cader
l’amido, quando impallidì, accorgendosi di una cosa. Le pezze di tela e di mussola portavano un
timbro, un timbro curioso: ella capì subito che era dell’agenzia di pegni e spegni di sua matrigna.
Impallidì, tremò: quella roba apparteneva a della gente infelice, che l’aveva impegnata per miseria,
che non aveva mai potuto spegnarla. Una tela, una mussola di lagrime e di sangue, come i mobili
del dolore, venuti da un sequestro: come la batteria di casseruole della cucina, roba impegnata e
mai spegnata: come i vestiti di donna Gabriella: come le gemme e l’oro che portava addosso donna
Gabriella. Lacrime e sangue di povera gente, come tutte le cose. E in questo sopravvenne la
matrigna.
“Ci basterà?” chiese spiegando la tela, spiegando la mussola per guardarla contro luce.
“Credo… credo che ci basterà” mormorò la ragazza, confusa. Poi, con uno sforzo grande,
soggiunse: “Grazie!”.
“Che! dicevo che se non ci bastasse, ne ho dell’altra, tela, mussola, lino, tante pezze,
l’agenzia è piena, questi straccioni non fanno che impegnarne. Buona roba, però. Misuriamola,
dunque”.
E si misero a misurare, silenziosamente. Chiarina sentiva una fitta al cuore, inguaribile. La
sera, quando venne Giovannino, fu più silenziosa del solito: ma la matrigna, per far ammirare la
propria munificenza, fece portare la tela e la mussola, di cui una parte era già tagliata. Giovannino
ammirò la qualità, domandò il valore, poi chiese alla sua fidanzata:
“Chiarina, hai ringraziato la nostra buona mamma del regalo splendido che ci ha fatto?”.
“Ho ringraziato” mormorò la ragazza, senza levar gli occhi dal suo lavoro.
“E vi ringrazio anch’io, bella mamma nostra” disse Giovannino con la sua voce da
seduttore. Donna Gabriella si faceva vento, estasiata. Poi, chiamata, lasciò la stanza. E Chiarina
sottovoce, rapidamente, disse a Giovannino:
“Lo sai? è roba dell’agenzia”.
“Be’? e che fa? ” chiese lui meravigliato.
“Roba impegnata, ti dico” ribatté lei sgomenta.
“Capisco. E che fa?” ripetette lui, quietamente.
La fanciulla soffrì crudelmente, in quel momento: ma la matrigna rientrava e non osò dire
altro. Tutto il palazzo, il giorno seguente, parlava della generosità di donna Gabriella, che faceva
fare a Chiarina un corredo degno della figlia di una principessa. Ma la ragazza, disillusa, scorata,
non aveva potuto chiudere occhio tutta la notte. Si era addormentata male, al mattino, parendole,
nel sogno di aver addosso una fantastica camicia di lagrime, una fantastica sottana di sangue… e
che donna Gabriella e Giovannino di ciò ridessero assai, assai. Ci vollero molti giorni a vincere i
suoi scrupoli: e la delusione le restò nel cuore, dolorosa. Adesso lavorava alla macchina, anche di
sera: il ticchettio dell’ingranaggio la distraeva da certi fastidiosi pensieri. Talvolta era così assorta
nel lavoro, che la matrigna e Giovannino discorrevano insieme senza che essa se ne accorgesse
nemmeno. Egli parlava alla grossa donna, tutta leziosa nelle sue vestaglie da giovinetta, con un

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profondo rispetto che la lusingava e aveva certe arie di attenzione, nell’ascoltarla, che lusingavano
la grossa donna, rossa e tronfia. Ma come Chiarina levava gli occhi, Giovannino ricominciava a
guardare la sua fidanzata con tanta tenerezza, che ella si sentiva morire d’amore, le parlava con
tanta dolcezza, che ella smetteva di lavorare, vinta: e la macchina taceva, Ora, discorrevano spesso
della loro futura casa: cioè Giovannino faceva il disegno di una bella stanza da letto, con un grande
letto di ottone scintillante, appositamente fatto da Angelo Pesce, con un armadio di mogano, tutto
scolpito e una grande lastra di cristallo per vedersi:
“Ci vuole la toelette di mogano col marmo grigio” suggeriva maternamente donna
Gabriella.
“Anche la toelette, naturalmente, e una bella poltrona a sdraio, a piedi del letto, perché
adesso così usa” aggiungeva Giovannino.
Quando udiva questi dolci progetti Chiarina, che amava sempre più Giovannino, si
perdeva nei sogni più lieti. Il giorno del matrimonio rappresentava per lei la liberazione, tutto
l’oblio naturale del doloroso passato, il principio di una serena vita nuova, accanto al suo amore,
loro due, soli soli, tenendosi per mano, nella gioia come nel dolore: ella sarebbe libera libera,
accanto a lui, per sempre, divisi materialmente solo dalla morte, ma uniti anche di là, poiché ella
credeva. Oh venisse presto questo giorno in cui ella sarebbe uscita dalla casa dove aveva tanto
sofferto, per andarsene col suo sposo, nella loro casa, dove sarebbe stata la più felice fra le donne.
Questo sognava la pia fanciulla innamorata; ma una sera, mentre Giovannino parlava di una bella
immagine della Vergine, la Madonna di Valle di Pompei, da appendere al muro della stanza da
letto, Chiarina, smettendo di lavorare, osò domandare:
“E il salotto?”,
“Quale salotto?” intervenne a dire sorpresa la matrigna.
“Il salotto per vedere qualcuno” disse, quasi tremando, la ragazza.
“E non vi basta il mio? È bello, mi pare, tutto di broccato giallo, pare nuovo, Io, poi, non
vedo nessuno, per voi resterà sempre libero”.
“Ah!” fece la ragazza, senz’altro.
Sparito il soave sogno di libertà, di solitudine: sparito per sempre, malignamente.
Giovannino, con gli occhi bassi, taceva. La matrigna, quella sera non si mosse un momento dalla
sua poltrona. La ragazza lavorava vivacemente, un po’ nervosa, spezzando spesso il filo, spezzando
l’ago della macchina. Quando Giovannino si levò per andarsene ella si alzò, risolutamente,
seguendolo fin fuori la porta. Là fuori lo trattenne. Erano soli. La luna illuminava il pianerottolo, le
scale e il cortile.
“Hai inteso ciò che ha detto la matrigna?” domandò ella, giuocherellando col lucchetto
della porta.
“Che ha detto?” fece lui, come infastidito.
“Che non abbiamo bisogno di salotto. Abiteremo dunque con lei? “.
“Pare”.
“E perché?”.
“Perché non abbiamo denari, figliuola mia” disse lui, carezzandole i capelli, lievemente.
Ella si schivò:
“Dovremo, dunque, vivere con la sua elemosina?”.
“Che elemosina! È mamma: ha denari e non sa che farsene; ha soltanto te; ha il dovere di
darti da vivere”.
“Tu dovresti lavorare, Giovannino; tu dovresti darmi da vivere. Io voglio mangiare solo
pane. ma da te, non da lei, Giovanni”.
“E lo farò, figliuola mia, lo farò; cercherò di lavorare, di guadagnare. Per ora, capirai… è
difficile trovare. M’ingegnerò”.
“Promettimi che troverai” diss’ella, supplichevole.
“Te lo prometto. Ma pel principio, sarà difficile, bisognerà che ci accomodiamo qui…
vedrai. ci staremo bene…”.

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“Ma dopo, almeno dopo, promettimi ancora, che dopo ce ne andremo, che non vivremo
della sua elemosina ” lo scongiurò lei.
“Non dire queste parole cattive ed esagerate; sei un po’ stravagante, tu. Quando non ci
sono denari, bisogna esser ragionevoli. Ti prometto quello che vuoi, sta’ tranquilla “.
Si lasciarono turbati. Donna Gabriella stava in piedi, nella stanza da pranzo, come se
aspettasse con impazienza il ritorno della nipote.
“Hai tardato ” disse soltanto, con un lieve aggrottare di ciglia.
“Scusate, scusate ” disse l’altra, scoppiando in lagrime.
E quelle lagrime le rimasero in cuore, malgrado lo sfogo materiale. Non si poteva
acconciare all’idea di dover vivere in casa della matrigna, mangiando il pane che ella le dava per
carità. che tante volte le aveva rinfacciato di darle per carità: non poteva sopportare questa idea, per
sé, per Giovannino, per la fierezza della loro nuova famiglia. E intanto, dovunque andava, sentiva
dir bene della bontà di donna Gabriella, una santa donna, che dopo aver dato alla figliastra un
corredo da principessa, ora le preparava un appartamento bellissimo cedendole nientemeno che il
suo salotto di broccato giallo-oro. Sì: ma Chiarina non sapeva consolarsene. Tanto che ogni sera,
con una certa ansietà domandava a Giovannino se avesse cercato, se avesse fatto delle pratiche.
Egli le rispondeva, vagamente, di un posto nelle ferrovie, ma bisognava avere delle protezioni
presso il direttore generale; di un concorso nella illuminazione della città, come impiegato d’ordine,
roba municipale, ma bisognava conoscere il sindaco e l’assessore del ramo. Vagamente, ella
s’appagava per poco, ma poi intendeva che egli non cercava sul serio, che le diceva delle parole
così per consolarla e ingannarla. E insisteva, insisteva, con un certo affanno, fino a che egli si
stringeva nelle spalle, come infastidito Invece, ora, egli parlava spesso di affari con la matrigna di
Chiarina: dapprima gliene aveva domandato con cautela, come se si trattasse di cose estranee ed
essa gli aveva risposto incertamente. Ma poi, a poco a poco, ella aveva cominciato a precisare
chiaramente le sue cose e parlargli di quanto ha attinenza con l’oscuro e tetro mondo delle agenzie.
Chiarina ascoltava, sorpresa: talvolta guardava Giovannino spaurita, quasi che volesse accertarsi
esser proprio lui, non un altro, che discorreva di quelle tetre cose.
“L’ufficio” diceva donna Gabriella, quando voleva nominare l’agenzia.
“L’ufficio” ripeteva Giovannino, quando voleva nominare l’agenzia, con aria di misteriosa
compunzione.
Non osavano ancora darle il suo duro nome. Ma ormai ne parlavano ogni sera, a lungo,
malgrado l’aria di sofferenza che prendeva il volto di Chiarina, ogni volta che cominciavano questo
discorso. Donna Gabriella si lagnava amaramente che quelle streghe di femmine, quelle che
portano per conto di un terzo che si vergogna l’oggetto a impegnare, esigevano un diritto troppo
alto, una lira sopra ogni dieci lire.
“E alla fine, queste brutte scellerate che lavoro fanno?” soggiungeva donna Gabriella
quasi arrabbiandosi, “aspettano il povero vergognoso che non ha il coraggio di entrare nell’ufficio,
gli levano di mano, con buona maniera, mettiamo l’orologio, e per questa sola fatica si prendono,
per esempio, tre lire sopra trenta… “.
“Una vera camorra” approvava Giovannino, con la sua voce che aveva cadenze attraenti.
“E non ci è rimedio, capite! non ci è rimedio; dire che anche io l’ho fatto, sul principio,
questo mestiere di piccola impegnatrice risparmiando la vergogna di entrare nell’ufficio a tanta
gente, ma l’ho sempre fatto onestamente, prendendo mezza lira ogni dieci lire; con l’aiuto di Dio,
con la protezione della Vergine, facevo tanti affari che valeva lo stesso!…”.
“Siete stata sempre una gran buona donna” esclamava Giovannino commosso
guardandola, con ammirazione.
Chiarina fremeva ogni tanto, come se udisse delle cose insopportabili, ma poi la mente le
si confondeva e non udiva più, sentendo il rumor vago delle parole sentendo come un dolore senza
puntura, un dolor sordo ma continuo. Una sera, per spiegare meglio a Giovannino certe cose, donna
Gabriella andò a prendere di là, i registri dell’agenzia. I fidanzati rimasero soli:

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“Perché fai questo, Giovannino, perché lo fai?” domandò affannosamente la ragazza, tutta
smarrita.
“Tutto è buono a sapersi” disse lui, quietamente, buttando la sigaretta. Ella non replicò.
Egli aveva su di lei un potere assoluto, lo adorava come un Dio, ma come un Dio che la poteva
egualmente far piangere e far ridere. Soffriva per lui, ma non replicava, obbediente, domata. Tutta
la sera, piegati sui grossi libri sudici, donna Gabriella e Giovannino stettero a studiare il crudele
ingranaggio per cui l’impegnatore è sempre perfettamente al sicuro del suo capitale, per cui esige un
interesse realmente crudele, e finisce per confiscare un oggetto che ha il triplo del valore del
capitale esposto: il crudele ingranaggio per cui è quasi sempre impossibile che colui che ha
impegnato un oggetto, lo ricuperi mai.
“Ottanta volte sopra cento, a conti fatti, l’oggetto resta a noi” finì trionfalmente donna
Gabriella, richiudendo il suo grosso e sudicio libro.
“È bellissimo, bellissimo” mormorò Giovannino meditabondo.
E malgrado le supplichevoli occhiate della sua fidanzata, egli chiese a donna Gabriella di
prestargli quei libri, solo pel giorno seguente, che era domenica e non le servivano: ei voleva farvi
sopra uno studio, vedeva delle cose nuove, lui, chissà che non potesse darle qualche miglior
consiglio. Quando, uscendo, andò a stringere la mano della sua fidanzata, la trovò gelida.
“Che hai, Chiarina?” le chiese sottovoce.
“Soffro, mi fai soffrire” rispose ella quasi svenendo.
“Non far la sciocca, lasciami fare, vedrai”.
Ma d’allora in poi, i loro dialoghi d’amore furono brevissimi. Tutta la serata, – Giovannino
veniva adesso ogni sera, senza che gli si facesse nessuna osservazione dalla matrigna – era passata
nel parlare dell’agenzia dei pegni, dell’interesse, della cartella, dello scatolino, per cui si pagava un
altro diritto, insomma di tutto il negro corteo di negre parole che circonda questo strazio della
povera gente. Giovannino ne parlava senza ribrezzo, con disinvoltura: aveva capito subito tutto, si
faceva esperto, dava dei consigli pratici; donna Gabriella lo guardava con l’occhio intenerito. E,
nascostamente, un giorno, Giovannino verso le dieci si recò all’agenzia, dove troneggiava donna
Gabriella, e vi restò sino alle dodici. Finì per andarvi ogni giorno, ma di nascosto da quella povera
innocente di Chiarina: e diventava, lui, Giovannino dallo sguardo ammaliatore, dalla voce così
soave, diventava lui così aspro al guadagno, così sottile e rapace accumulatore di soldi, di mezze
lire, di lire, che donna Gabriella era in uno stato di beatitudine. Ora, per andare all’agenzia, la grassa
impegnatrice si acconciava coi migliori vestiti, coi cappelli più pomposi: stretta nel busto in modo
da soffocare, portando sempre addosso quattro o cinquemila lire di gioie, e aveva comprato del
Rossetter, per tingersi. Chiarina la vedeva uscire, ogni mattina, e la seguiva con lo sguardo, presa
da un involontario tremito di paura: talvolta nervosa, agitata, senza sapere il perché, l’aspettava alla
finestra, alle due del pomerIggio, fremendo d’impazienza. Infatti, un giorno, dal balcone del salotto
che aveva sulla piazza, la vide tornare accompagnata da Giovannino. Ella si ritrasse indietro,
colpita, ma inconscia ancora.
La matrigna salì, sola: “Ho incontrato Giovannino” disse subito, “e mi son fatta
accompagnare un poco “.
“Ah!” fece l’altra.
Ma la sera, il segreto del lavoro di Giovannino all’agenzia fu scoperto: poiché, ridendo, la
grossa e grassa impegnatrice disse al fidanzato della sua figliastra:
“Vi ricordate, eh, Giovannino, quel tale che voleva impegnare l’orologio di nichelle?”.
“Se non ci ero io, ve la faceva” rispose Giovannino, senza sgomentarsi ma senza voltarsi
verso Chiarina.
“È vero, ho visto che siete assai astuto, siete proprio nato per fare l’impegnatore”.
La ragazza si alzò, improvvisamente, e uscì dalla stanza. I due rimasero un po’ in silenzio,
guardandosi. Il primo a parlare, con disinvoltura, fu Giovannino; ma ogni tanto come un tremito gli
passava nella voce. Chiarina non ricompariva.
“Carminella, che fa Chiarina?” chiese donna Gabriella alla serva che aveva chiamata.

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“Sta dicendo le divozioni ” rispose seccamente la pinzochera avvolgendo i due in una sola
bieca occhiata: e se ne andò.
Pure, poco dopo. Chiarina ricomparve. Si fermò, ritta sulla soglia:
“Madre!” disse, con voce assai tramutata, “madre!”.
“Che è?”.
“Permettete che io dica due parole a Giovannino?”.
“Dille pure”.
“Deve essere in segreto, scusate. Vorrei che venisse di qua”.
“Non puoi dirle davanti a lei?” disse Giovannino, cercando di schivare il colloquio
“Non posso, scusa, Giovannino; scusate, madre, ma debbo parlare in segreto” affermò, un
po’ commossa nella voce, Chiarina
“Andate andate, Giovannino, contentatela” fece donna Gabriella con la sua aria di
protezione materna.
“Per ubbidirvi” fece lui, con un inchino.
Chiarina lo prese per la mano e lo menò fuori il terrazzino, fuori quel terrazzino dal pozzo
aperto dove avevano tenuto tanti deliziosi colloqui, quando il loro amore era così contrastato. Era
notte oscura, una gran freschezza saliva dal pozzo aperto: eran lì fra quelle funi molli che
ingombravano il terreno. Giù, sul terrazzo del primo piano, la serva della bella grassona, donna
Peppina Ranaudo, tirava su faticosamente un secchio d’acqua, al lume di una fioca candela,
canticchiando. Chiarina stringeva ancora convulsamente la mano del suo fidanzato:
“Come hai cuore di far ciò?” chiese affannosamente.
“Che cuore di che?”.
“Come puoi fare, anche tu, anche tu, amor mio, un mestiere così svergognato, così
crudele?”.
“Non esagerare, Chiarina”.
“Non sai che è un mestiere di lagrime e di sangue? Non sai che tutti ci odiano, per questo:
e che queste maledizioni della povera gente ci colpiscono?”.
“Non esagerare”.
“Non sai che io ne morrò, per la pena?”.
“Non si muore per così poco” mormorò lui, sorridendo, nell’ombra.
“O amor mio, amor mio” gridò ella, torcendosi le braccia, “come potete voi far questo
amandomi?”.
“Calmati, Clara calmati” fece lui spaventato.
E le prese le mani, nell’ombra, gliele carezzò, le disse sottovoce delle parole vaghe, quasi
per stordirla nel suo dolore. Ella ascoltava, ancora fremente, chetandosi a poco a poco; egli
arrivava, adesso, a dei discorsi più pratici, più positivi.
“Figliuola mia, tu stessa mi hai pregato di trovare del lavoro, per non campar di elemosina
della matrigna. Ho cercato, hai visto, ho cercato assai, non ho trovato niente: tutto è questione di
fortuna, di protezione. D’altronde tant’altra gente in merito, più di me, sta sul lastrico. Io non ho
trovato nulla. Allora ho pensato di rendermi utile alla matrigna. Ti credi che non mi sia costato? Ho
sofferto, ma ho sopportato, per amor tuo, per non farti vivere di elemosina…”.
Ella singhiozzò nell’ombra.
“Non piangere, Clara, non c’è da piangere. Certo, non è un bel mestiere; ma per te, farei
tutto Anche la matrigna. credilo, è una buona donna. Con noi si è condotta benissimo. Di che ti
puoi lagnare? E i suoi interessi, capisci, figliuola mia, i suoi interessi sono nostri. Capiscilo una
volta, cara, stupida mia, noi dobbiamo ereditare da lei. E d’altronde poi, se vi è della gente che ha
bisogno d’impegnare quanto possiede, qualcheduno glielo deve pure impegnare, nevvero?’
“Non dir così” mormorò lei, esausta.
“Non lo dico. Ma quello di badare ai nostri interessi, cuor mio, non me lo puoi
rimproverare. Sai qual è la mia sola paura? È che la tua matrigna si rimariti. Allora staremmo
freschi!”.

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Ella lo guardò nell’ombra.
“Ma non lo farà, credo” soggiunse subito lui, per temperare l’effetto delle sue parole. “È
già di età, è una buona donna, bisogna pigliarla per il suo verso. Sei calma, ora?”
“Sì”.
“Mi vuoi bene?”.
“…Sì”.
“Credi che io te ne voglio, tanto tanto?”
“…Sì “.
“Mi dai un bacio?”.
Era la prima volta che lo chiedeva. Ella fece un passo indietro, appoggiandosi allo
sportello del pozzo e disse:
“No!”.
“Sei cattiva: me lo darai un’altra volta” disse lui, ridendo un poco, per celare il suo
imbarazzo.
Rientrarono, senz’altro. Ma la fanciulla disse che era stanca e che voleva andare a letto. In
verità, da quella sera non trovò più sonno: il suo eccitabile temperamento, esaltato dal dolore e
dall’amore, non le faceva aver pace. La notte riaccendeva il lume, passeggiava per la stanza,
scriveva, poi lacerava le lettere piene di strazio che le uscivano dalla penna, dirette a Giovannino.
Metteva la testa nella catinella dell’acqua fredda, per calmarsi: un brivido gelato la colpiva.
Talvolta, dietro la porta, sentiva un lieve passo. Era Carminella che dormiva poco discosto e che
veniva, a piedi scalzi, a origliare.
“Signorina?”.
“Che?”.
“Vi sentite male?”.
“No: ma non posso dormire”.
“Ditevi le orazioni”.
“Le ho dette”.
“Ditele un’altra volta”.
“Niente ci può, Carminella, niente ci può”.
“Raccomandatevi alla Madonna”.
“Si è scordata di me”.
“Non parlate così”.
“Buona notte”.
“Buona notte. Dio vi guardi”.
Anche il giorno Carminella le era sempre intorno, con certe premure che non le aveva mai
fatte. E le erano intorno, quando usciva, tutti gli inquilini del palazzo Santobuono, che la
chiamavano la sposa: ella sorrideva, la fanciulla, come una febbricitante che ha i gricciori addosso,
a cui domandano notizia della sua febbre. Talvolta, quando era Carminella che l’accompagnava, la
serva rispondeva lei, con la famigliarità abituale napoletana:
“Con la volontà di Dio, il matrimonio si farà”.
Ora, Carminella cercava di attrarre spesso in chiesa la ragazza; e costei che non aveva
pace, in nessun’ora del giorno, vi andava volentieri. Il gelo della chiesa le calmava l’ardore del
cervello e la preghiera rannodava le fila confuse del suo pensiero. Sì, andava spesso in chiesa, alla
mattina e alla sera, al vespro specialmente. Carminella si teneva sempre accanto a lei, come se
volesse dirle qualche cosa, sempre: ma la fanciulla la guardava con cèra così smarrita, che quella
faceva un atto come trangugiasse le parole e taceva. Andavano a vespro ogni sera: l’ora era dolce e i
canti delle donne malinconici. Tanto che spesso la fanciulla, intenerita, si metteva a piangere. La
sua fibra ormai cedeva, stanca, innanzi alla delusione profonda, innanzi alla profonda amarezza che
l’aveva colpita, in pieno amore. Una sera, fra le altre, si sentì così male, che fu sul punto di svenire.
Si fece bianca bianca.
“Andiamo via” disse a Carminella.

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“La funzione non è finita” rispose la serva spaurita.
“Se resto un altro minuto, vengo meno”.
A malincuore la pinzochera si levò e lentamente seguiva la padrona, quasi volesse
costringerla a rallentare il passo. Ma costei, impaziente, nervosa, tornò indietro:
“Hai la chiave?” chiese.
“Non so…”
“Devi averla, dammela”.
Macchinalmente la serva gliela dette e la fanciulla si mise a correre, innanzi, ansiosa di
essere a casa sua, per buttarsi sul letto, come morta. La serva, come trasognata, non sapeva
affrettare il passo per raggiungerla. La fanciulla aprì rapidamente la porta di casa, ma
dall’anticamera un rumore di voci la colpì, un rumore di voci che le fecero livido il pallido volto.
Ebbe la forza per avanzarsi, di scostare pian piano le tende di broccato giallo, di vedere il suo
fidanzato che baciava dolcemente sulle labbra la sua matrigna. Un grido acutissimo, terribile, che
nulla aveva di umano, attraversò l’appartamento, fu inteso dappertutto, chiamò i pacifici abitatori
del palazzo di Santobuono, un grido che essi non dimenticheranno mai più. Poi fu intesa una corsa
furiosa di gente attraverso l’appartamento, uno sbatter di porte, un chiamar supplichevole, disperato,
di due voci: la porta del terrazzino, schiusa violentemente, fece cadere un cristallo rotto e nella sera
un’ombra apparve sull’orlo del pozzo.
Alle grida, tutte le finestre, tutti i pianerottoli s’illuminarono: donna Gabriella urlava dalla
terrazzetta urlava:
“S’è buttata nel pozzo, s’è buttata nel pozzo! ”
Il pozzaro arrivò soltanto dopo dieci minuti. Carminella era andata a cercarlo, dormiva
ancora, perché lavorava dalla mezzanotte in poi sotto terra. Era un uomo alto e forte, in camicia e
calzoni, scalzo, con certi occhi che ammiccavano. Nel cortile i cocchieri e i mozzi gli legarono una
grossa corda intorno ai fianchi, ed egli incominciò la discesa. Silenzio grandissimo. Carminella sul
pianerottolo del secondo piano, inginocchiata pregava fervidamente e forse tutti gli altri pregavano.
La matrigna aveva abbassato la testa sul gelido ferro della ringhiera, mentre Giovannino guardava
giù, fissamente.
“Mollate” disse dal profondo, una voce fioca ai cocchieri.
Il pozzaro era giunto. Dopo tre o quattro minuti diede una stratta forte: e i cocchieri e i
mozzi cominciarono a tirare. Pesava. Egli portava il corpo. A un certo punto, donna Peppina
Ranaudo che singhiozzava gridò:
“Morta o viva?”.
“Morta!” fece una voce fioca e affannosa.
E da tutte le parti, da su fino giù, nella via, nei vicoli fu un gemito, un pianto, un
singhiozzo
“Morta, morta, morta!”

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Il segreto – La fiction di canale 5

Eh sì, lo so, il titolo non vi è nuovo; e già, perché Il segreto, soap opera spagnola, sta spopolando anche in Italia. Ogni giorno migliaia di televisori si sintonizzano su Mediaset per seguire le avventure dei protagonisti… Ma è proprio così?

Dopo aver più volte udito il titolo di questa fiction, mi sono chiesta perché è così popolare, ma dai risultati ottenuti, ho qualche dubbio.

Per questo articolo ho intervistato alcune spettatrici il cui target di età è vario. Attraverso delle domande, ho riscontrato che la fascia dai venti anni in su ha un discreto apprezzamento, ma non da seguirlo assiduamente; le under 20 rispondono quasi tutte di non seguirlo. Sopra i venti e fino ai 50 anni l’interesse aumenta, ma sono le donne over 50 che seguono più assiduamente.

Prima d leggere le risposte, diamo un’occhiata alla trama.

Logo (il Segreto) - osteria

Ambientata nella Spagna d’inizio ventesimo secolo, la soap Il segreto narra la storia d’amore di una giovane levatrice, Pepa (Megan Montaner), e diTristan (Alex Gadea).

Pepa ha dovuto abbandonare la sua casa dopo aver commesso un peccato d’amore e si trasferisce nel villaggio di Puente Viejo dove eserciterà il suo mestiere di levatrice nella tenuta della nobildonna Francisca Montenegro. 
Qui Pepa incontra Tristan, un uomo molto bello e affabile, ma la loro storia d’amore è travagliata fin dall’inizio in quanto Tristan è già sposato.

 

Ed ecco le domande

Come hai conosciuto questa soap?

Antonella: conosciuta facendo zapping

Antonietta: vedendo la pubblicità in tv

Giusy: guardando la tv alle 16 nel pomeriggio, mi ha poi presa, diciamo così

Clementina: Non c’era altro da seguire, in tv (Davvero, eh)

Grazia: per caso, guardando la tv

 

Cosa ti ha spinto a seguirla?

Antonella: l’amore tra Pepa e Tristan

Antonietta: la storia di Pepa e Tristan

Giusy: come la domanda numero 1

Clementina: la noia

Grazia: l’abitudine

 

Cosa ti piace della soap?

Antonella: gli intrighi

Antonietta: la scenografia

Giusy: il periodo in cu si svolge… e la sceneggiatura, molto bella

Clementina: alcuni dialoghi

Grazia: i colpi di scena e le diverse vicende

 

Qual è il tuo personaggio preferito?

Antonella: Pepa e Tristan

Antonietta: Tristan e Ippolito

Giusy: Pepa, però anche Emilia non scherza.

Clementina: Francisca Montenegro

Grazia: nessuno in particolare

 

Su 13 persone a cui è stata rivolta la domanda “Segui Il segreto”, in cinque hanno risposto di sì.

Da queste risposte ne deduco che effettivamente è un buon share, ma penso che il motivo per cui è tanto seguita, sia la fascia oraria, adatta per chi sta in casa.

 

Grazie per aver letto l’articolo e se volete commentare, accomodatevi pure.

Una serena giornata

Annalisa