In Attesa

Provino contest letterario Writers XFactor

di

Serena Lavezzi

L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «E’ ora di muoversi», disse.
Guardando fuori dalla finestra, dai palazzi alti e grigi si sprigionò un forte odore di masala e coriandolo, poi arrivò il profumo di carne arrostita e di ghee. Era la terza notte che passava in hotel e che si svegliava così presto, ormai si era abituata a quel vapore profumato. La prima mattina, scesa giù alla reception, aveva chiesto da dove venisse. Era un’appartamento al terzo piano del palazzo di fronte, una famiglia con otto bambini, la donna si alzava all’alba per cucinare il pranzo da asporto del marito e le colazioni dei figli.
Elena l’aveva incrociata per strada, non aveva fatto fatica a riconoscerla. Non era stato per il sari fucsia sistemato di fretta, nè per il sindoor sulla scriniatura dei capelli e neanche per le due borse di verdure che le solcavano i polsi, no, l’aveva riconosciuta per il bambino piccolo che le penzolava sulla schiena e per altri cinque che la circondavano, rallentandola.
Elena ne era rimasta colpita, si era fermata a guardarla mentre si dirigeva alla porta del palazzo, non si era spostata neanche per aiutarla ad aprirla ed entrare. Aveva avuto come l’impressione, guardandola, che quella donna non potesse più essere aiutata da nessuno, che ormai fosse troppo tardi per lei.
La notte, quando era tornata nella sua stanza, sdraiata sul letto sfondato aveva ripensato molto a quella donna e a sè stessa. Sebbene le loro vite sembrassero così diverse, lo erano davvero?
Neanche Elena sentiva di poter essere aiutata, non più ormai, forse lui avrebbe potuto farlo, forse. Sicuramente se sentiva di avere ancora una possibilità di cambiare, questa era custodita nelle mani di Jasrasj. Si era addormentata con gli occhi semi aperti, senza risposte.
Quella mattina rimase ancora per qualche istante vicino alla finestra, tardò a raggiungere il piccolo bagno. Tutto in quella stanza era tinto nelle impensabili gradazioni dell’ocra, dalla moquette alla stampa sopra il comodino, dal lenzuolo alla tenda della doccia. Elena pensò che
era come vivere in un barattolo di curry, a volte aveva la sensazione di sentirne anche l’aroma pungente.
In bagno iniziò quella che era diventata la sua routine da tre giorni, si lavò la faccia a lungo per dimenticare le impurità della notte afosa, passò lo spazzolino sui denti per tre minuti precisi come suo padre le aveva insegnato quand’era bambina, sistemò i capelli in uno chignon senza pretese, voleva solo non sentire i capelli sulla schiena.
Trovò la crema idratante nel beauty in bilico sul bordo del lavabo, ne spalmò uno strato generoso su viso, collo, spalle e braccia, l’avrebbe aiutata anche a non scottarsi.
Si guardò a lungo nello specchio crepato, per qualche istante nemmeno riuscì a riconoscersi, vide solo una ragazza di ventotto anni con le prime rughe sulla fronte e la tinta rossa sbiadita
nei capelli. Per un attimo si chiese com’era finita in quel l’hotel a Bangalore, per un lungo attimo pensò di star vivendo la vita sbagliata, come se nella trama del Destino si fosse creata
un’increspatura irreale proprio all’altezza della sua esistenza.
Scacciò i pensieri delineando la forma degli occhi con una spessa matita nera, non le sarebbe servito altro, faceva talmente caldo che il trucco si scioglieva subito, persino il rossetto, l’aveva imparato dopo il primo giorno.
La valigia era aperta per terra, piccola, comoda, pratica, Elena prese la camicetta bianca maniche corte e i pantaloni lunghi di lino, si benedì per aver portato abbastanza cambi, ogni sera quando tornava doveva portare gli abiti alla lavanderia vicino all’hotel. Infilò i sandali
bassi, prese al volo la borsa di cuoio e uscì.
Ormai conosceva a memoria la breve strada per la stazioneferroviaria di Bangalore City, lo snodo principale delle arterie regionali. Durante il tragitto aveva imparato a conoscere tutte le botteghe e i venditori ambulanti, c’era il negozio di elettronica, di stoffe, di frutta e verdura,
accalcati uno sopra l’altro. Il preferito di Elena era il venditore di dolcetti ai ceci, posizionato tra Levi’s e un parrucchiere, ci si fermò per prendere due dolcetti come d’abitudine.
Ne mangiò uno entrando dalla grande porta principale della stazione, l’atrio e la folla non le facevano più paura, lanciò solo un rapido sguardo al cartellone elettronico degli arrivi, nessuna modifica. Si diresse con passo sicuro al binario coperto numero 4, dove arrivavano i treni dalla stazione sud di Chennai, prese posto alla prima panchina disponibile e mangiò il secondo pak, preparandosi alla solita lunga attesa.
Ventidue treni previsti in arrivo su quel binario, circa ventimila persone sarebbero scese e le sarebbero passate davanti non curandosi di quella ragazza straniera seduta e sudata. Ed Elena sarebbe rimasta lì ferma, finchè il sole non avesse abbandonato gli archi della struttura, in attesa di una sola particolare persona.
Quel giorno si era portata dietro un vecchio libro, le era venuta voglia di rileggerlo, quattro bottigliette d’acqua ormai calde e degli snack preconfezionati. Iniziò ad aspettare, le mani
infilate tra le cosce in attesa del primo treno della giornata, sarebbe arrivato tra sette minuti. Poteva essere uno qualunque di quelli, si chiedeva spesso se l’avrebbe riconosciuto dopo tanti
anni passati lontani, aveva soltanto una foto recente come promemoria. Avrebbe potuto
replicarla ad occhi chiusi, tanto l’aveva guardata nell’ultima settimana: la foto di Jasrasj, suo padre.
La cantilena dall’altoparlante annunciò l’arrivo del treno, Elena vide subito il muso infilarsi sui binari con lentezza. Appena l’eco stridente dei freni scomparve, una massa umana si riversò fuori. Fu solo un attimo ed Elena vide un turbante verde spuntare in quel turbine di
pori e teste, la fugace visione di un occhio rivolto in basso, di una catenina al collo e capì che le rimaneva solo una cosa da fare.
Elena si alzò e iniziò a correre nella marea.

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