Pain – Sara Filice

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Il bicchiere le scivolò dalle mani insaponate e tremanti, frantumandosi nel lavandino; il rosso del poco sangue che scorse, lavato via dal getto dell’acqua corrente, le rivelò in un attimo quello che aveva sempre faticosamente cercato di comprendere. Un’immagine in particolare le balenò subito alla memoria, richiamata dal suo subconscio: sempre la stessa, di quella volta in cui durante uno dei suoi giochi da bambina aveva lasciato che un grosso specchio le cadesse accidentalmente addosso. Una piccola scheggia si era conficcata nel palmo della sua manina destra, lasciandole una piccola ma profonda cicatrice. Di schegge era fatto il pavimento sul quale si era ritrovata a camminare, e piccoli pezzi di vetro colorato erano rimasti impigliati nei suoi boccoli biondi. Aveva quattro anni e non aveva avuto paura. Nove anni dopo la sua prima certezza si era frantumata come quello specchio, lasciandola agonizzante e in lacrime tra le braccia di sua madre. Aveva sofferto troppo, quando aveva lasciato la sua casa natia, il trauma del trasferimento era diventato per lei una voragine sconfinata e profonda nel bel mezzo del suo piccolo cuore. Da allora altri specchi erano esplosi. Schegge di dolore, di rabbia, come quegli sguardi atoni e indifferenti di chi è capace di uccidere usando solo le parole ed è convinto di non aver mai commesso alcun crimine. Non aveva mai potuto scordarli, perché gli si erano piantati dritti nelle ossa fino al più profondo dei suoi pensieri, sconvolgendola. Ogni giorno che passava, quelle schegge entravano ancor più in profondità, il dolore non si fermava e l’emorragia interna peggiorava sempre di più. Chiese aiuto, sapeva di doverlo fare, ma nessuno riuscì a comprenderla, e venne tradita. Un’altra raffica violenta di schegge esplose in un boato assordante; quella bimba dentro di lei cadde in ginocchio coprendosi la ferita con le piccole mani candide e nel frattempo altre schegge veloci e scintillanti volarono sibilando sulla sua testa, mentre si chiedeva singhiozzando quale reato avesse mai potuto commettere. La sua innocenza moriva pian piano. La bambina dentro di lei sanguinava, ormai morente, e la ragazza che era diventata si chiudeva nel silenzio e nell’indifferenza. C’era chi la disprezzava per il suo presunto orgoglio, e ancora una volta senza pietà sguardi e sorrisi gelidi e taglienti sibilavano intorno a lei, colpendola in pieno petto. – Basta! – mormorava quella bimba innocente dentro di lei – Per pietà, basta! – ma nessuno poteva vederla, nessuno voleva farlo. Rabbia. Il suo cuore era diventato di pietra ed ora cominciava a sgretolarsi. Parlava poco, sorrideva come se la vita non avesse più alcun senso e nessuno si accorgeva di nulla. Solo Dio sapeva, solo lui e quella sua giovane e forte creatura potevano vedere quella bambina dentro di lei che chiedeva aiuto, che non riusciva ormai neanche più a respirare, mentre quelle schegge continuavano a volare incessanti su quel corpicino ormai esausto. Adesso era la sua calma a scheggiarsi, la sua immensa e innocente fragilità. E dopo tutto quel dolore, alla fine anche l’ultimo dei suoi sogni, il più bello e il più vero, cadde con un rombo assordante al suolo. Faceva ancora rumore il crollo di quel magnifico castello di cristallo, l’unico appiglio al quale si era aggrappata per sfuggire a quell’incolmabile vuoto in mezzo al suo cuore. Ricordò il suo scintillio al sole d’estate, sul mare calmo di un cuore immacolato. Poi in un lungo e terribile attimo lo rivide sfracellarsi sopra quei riccioli biondi, risentì il dolore ed il terrore più cupo, gli ultimi singhiozzi prima di smettere di credere nei sogni. Era tutto scritto su quelle pagine ingiallite, messe a riposare in un cassetto, e quando lei aveva cercato di regalarle al mondo, in un attimo il buio di quel vuoto l’aveva avvolta, l’aria si era riempita di una miriade di piccole schegge scintillanti e sibilanti, e lei non ce l’aveva più fatta. Non c’era stato abbraccio né carezza o parola gentile che potesse guarirla, perché il buio era troppo fitto e lei aveva paura.

Tornò con gli occhi al presente, lavò con rabbia il sangue dal dito e in un impeto d’ira amara gettò violentemente a terra ciò che restava del bicchiere, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime calde, che nessuno avrebbe mai visto, perché nessuno mai avrebbe voluto vederle. Il bicchiere si frantumò in mille pezzi, che scintillarono nel sole di mezzogiorno, spargendosi sul pavimento in ceramica del colore del mare. Si guardò intorno cercando di controllare il respiro, solo per rendersi conto che nessuno l’aveva vista. A volte si sentiva così sola, nonostante fosse sempre circondata da amici e persone che le dimostravano il loro affetto. Ma non era facile vederle, con tutto quel dolore, con quella rabbia in corpo. Non era facile vivere con un vuoto incolmabile in pieno petto in mezzo al quale una bambina dai bei riccioli biondi giaceva ferita a morte dalle mille schegge di cattiveria, lanciatele dalle persone di cui si era voluta fidare. Non era facile e a nessuno piaceva consolare un cuore di pietra, anche se c’era chi amava continuare a trafiggerlo. Aveva scoperto di soffrire di depressione ma adesso, a distanza di qualche mese, stava cominciando a riprendere coscienza di sé. Aveva avuto la fortuna di nascere in una famiglia stupenda, che aveva reso ogni attimo della sua vita meraviglioso. Ma perché non dimenticare, allora? Solo ora, dopo quel lungo percorso interiore che si era costretta a fare, aveva iniziato a capire, e si era resa conto che … non sarebbe più stata la stessa, mai più. Amarezza, paura e oppressione erano i sentimenti che si alternavano come un’orribile altalena dentro di lei ed era come se dovesse imparare di nuovo a vivere. Ma lei ce l’avrebbe fatta, perché era forte. Fissò atona quei vetri per qualche minuto, finché le balenò in testa un’idea. Lentamente si chinò e mentre il dito continuava a sanguinare, prese con la stessa mano una manciata di frammenti e li osservò seguendo un pensiero. Scintillanti nella sua mano, letali e gelidi, trasparenti proprio come lei avrebbe voluto non essere. Socchiuse il pugno, sempre di più, ma proprio quando stava per stringerlo ancora più forte, lo schermo del suo cellulare s’illuminò con un nuovo messaggio da parte di una delle poche amiche fidate di cui si era circondata per non morire,

Piccola, come stai? Allora proviamo a ricomporle, tutte quelle schegge?

Improvvisamente, la ragione accorse a salvarla, di nuovo.

Si pentì di averci provato e dopo aver gettato inorridita le schegge nel cassonetto, con la testa tra le mani iniziò a piangere. E quella bimba dai biondi riccioli riaprì finalmente gli occhi.

– Non ho il coraggio! – pensò lei.

La bimba sorrise

– Si che ce l’hai … sono proprio qui! –

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Una luce nuova – Viviana Cardone

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Un altro incubo. L’ennesimo. Un’altra sbornia, questa volta più pesante, le annebbiava la vista. Ancora un’altra volta quell’insopportabile disgusto per se stessa e per un’altra notte trascorsa in un letto freddo ed estraneo. Un letto che apparteneva a nessuno eppure a tutti: a tutti quelli che vi si erano rifugiati, per rubare alla vita qualche ora lontana dal rumore del mondo, magari in compagnia di un amore proibito, di un amore incompreso o semplicemente di un amore. Quel letto adesso ospitava Ania che, tra candide lenzuola di pizzo, aveva venduto il suo corpo e il suo spirito, di certo non per amore. Per compiacere invece uomini, come quello che l’aveva appena lasciata sola e a cui aveva permesso di violarla ancora. Uomini che bramavano solo appagare la perversione dei loro animi, frustrati ed incapaci di amare. Quegli uomini che avevano calpestato senza scrupoli, con piedi pesanti e sporchi il suo cuore acerbo di adolescente smarrita. Non era più sicura Ania, come lo era stata diversi mesi prima, di poter controllare tutto. Aveva tristemente scoperto che non era vero che avrebbe potuto fermarsi quando voleva. L’adrenalinica sensazione di sentirsi forte, importante, capace di dominare e piegare un uomo, anche solo per una notte, era svanita. Non aveva più alcun valore adesso, tutto quel denaro ch’ella aveva creduto capace di renderla sicura e di sotterrare quella fragilità, che per anni, l’aveva fatta sentire inadeguata tra i banchi di scuola. Un senso di vuoto adesso dilaniava la sua anima. Odiava se stessa e quelle persone che avevano distrutto i suoi sogni, rendendola cinica, disillusa e arida. Non ricordava nemmeno più come fosse cominciata quella repentina discesa verso l’inferno. Ne sentiva però, tutta la fatica nelle gambe esili e brune, che aveva concesso di profanare, nelle braccia lisce con cui sapeva avvolgere i suoi carnefici. E ancora nella testa che pulsava di dolore e nel cuore indurito dal peccato. Il pensiero di farla finita era ossessivo e la tentava da un po’ di tempo. Si fermò ad osservare i calici di cristallo sul comodino, con i quali durante la trascorsa notte aveva affondato nell’alcool i residui di dignità che ancora provava. Aveva bevuto champagne di altissima qualità offertole dal cliente per “festeggiare” la sua promozione, in realtà per rendere più accettabile, a se stesso e alla ragazza, l’oltraggio che di lì a poco si sarebbe consumato. Ania afferrò furiosamente quei bicchieri e con tutto l’odio e il disprezzo che nutriva per la sua vita, li scagliò contro il pavimento frantumandoli in mille pezzi, come se distruggerli avesse significato cancellare le tracce di ciò che era successo. Stette, ancora un altro lungo minuto, ferma a guardare quelle schegge di cristallo sparse a terra, che curiosamente somigliavano a delle stelle. Come stelle splendevano, ma non di luce propria. Candidi raggi di sole filtrati dalla finestra precipitavano su quei frammenti come fulmini, e si rifrangevano, scomponendo la luce in mille colori che accendevano la stanza. Ania allora, pensò al cielo e si domandò dove sarebbe andata, dopo la morte. Cosa avrebbe dovuto aspettarsi una volta giunta al cospetto del Creatore? Costui l’avrebbe punita? Perdonata? Biasimata? O magari non c’era proprio nulla dopo la morte. Chi poteva dirlo con certezza? Tuttavia, ciò che le premeva adesso era sparire, smettere di vivere, soffocare quell’esistenza senza gioie, corrotta, macchiata e inutile. Si diresse verso la finestra e si affacciò. Il suo sguardo si perse nel vuoto. Per lunghi istanti tutto, intorno a sé, sembrò tacere. Solo il silenzio: l’assordante silenzio della sua anima. Il cuore ansimava per uscire dal petto. “Solo un salto”, pensò. “E sarà finita, per sempre”. Le mani madide di un sudore pesante come il piombo facevano fatica a stringere il parapetto. Una spinta, poi un tonfo. Due, tre minuti di agonia prima della fine. Immaginava, programmava, simulava. Nella sua mente la scena si ripeteva a rallentatore in un realismo tale da farle credere di averlo già fatto. Intanto era ancora lì, affacciata alla ringhiera. Poi una voce riuscì a distoglierla dalla sua catalessi. Dalla strada, un bambino richiamò la sua attenzione, le faceva cenni con la manina e le rivolgeva sorrisi carichi di gioia e purezza. Quella purezza che credeva di aver perduto irreversibilmente e che per riaverla avrebbe dato la vita, appunto. Il sole incandescente di agosto che illuminava il suo viso, ricoperto dal rimmel sciolto che scorreva ancora sugli zigomi, le impediva di tenere aperti gli occhi ancora arrossati dal pianto. E quando riuscì a riaprirli, fissò il cielo e l’intenso pigmento nocciola dei suoi occhi rifletté quei raggi che per un attimo li colorarono di giallo grano. Quello scontro provocò una luce nuova, una luce rigenerante. Ania avvertì infatti, una sensazione dì conforto pervaderle la schiena. Quei raggi, chissà perché, adesso le infondevano rassicurazione, coraggio, perdono. Cominciò a desiderare di risalire in superficie, farsi trasportare da quei raggi di speranza e raggiungere il sole. Iniziò a maturare la consapevolezza che morire non sarebbe stata la soluzione, sarebbe stata invece un’altra dimostrazione della sua fragilità, della sua inadeguatezza. Un altro fallimento, questa volta irrimediabile. Forse invece, la sorte avrebbe potuto riservarle qualcosa di bello, di puro, come il sorriso di quel bambino. In fondo aveva tutta una vita davanti a sé. Perché non crederci? Sapeva che sarebbe stato difficile dimenticare, e ritornare a sorridere. La vergogna che provava per se stessa non sarebbe svanita così presto, così come l’odio e la diffidenza verso gli uomini. Ma avrebbe ricominciato tutto daccapo. Rientrò in camera e calpestò coi piedi nudi le schegge splendenti. Notò che non facevano poi così male. “Schegge di luce” pensò, ritrovandosi a far sbocciare un timido sorriso. E splendendo, insieme alle sue schegge di luce, prese il telefono. Le dita tremanti composero in fretta un numero, conosciuto a memoria, ma non digitato da tempo. Tre squilli. Un minuto in silenzio, poi un respiro di sollievo. Infine, con la voce rotta dalla commozione e con la voglia di rinascere che le pulsava nelle vene, riuscì finalmente a rispondere “Mamma…?”.

Io sottoscritta, Viviana Cardone dichiaro che l’opera in concorso “Schegge di luce per Ania” è frutto del mio ingegno e, contestualmente, autorizzo al trattamento dei dati personali ai sensi del D. Lg.n° 196/2003 per la tutela dello stesso. Autorizzo altresì, gli organizzatori del contest all’uso dell’elaborato per lo svolgimento dello stesso.

18/07/14

Il pianto del baobab – Serena Lavezzi

Serena

Le persone mi guardano in modo strano, so che è per colpa di quelle schegge che mi sono entrate nel cervello tanto tempo fa. Alzano le sopracciglia quando mi vedono e se mi riconoscono, le alzano ancor di più. Questo è un quartiere piccolo, pochi corpi, tante lingue e tutti sanno cosa è successo nove anni e mezzo fa.

Da ragazzina vivevo in una grande villa, poco fuori le mura. Avevamo cinque persone che lavoravano per noi, cani scorrazzavano nel cortile. Vivevo lì con i miei genitori, i miei fratelli, i miei nonni, gli zii e un bisnonno centenario. Qui da noi le tradizioni sono molto importanti e sebbene facesse quasi fatica a parlare, era ancora lui il capofamiglia e prendeva le decisioni rilevanti per tutti.

Adesso non ho più nessuno che mi dica quali sono le scelte migliori per me e per il mio futuro, l’unica scelta me l’ha data il Destino e io ho dovuto accettarla. Da qualche anno vivo all’ultimo piano di uno stabile lasciato a metà dall’impresa edilizia, che d’improvviso ha abbandonato tutto. Le scale sono molto pericolose, bisogna sempre tenersi legati con una corda ad un corrimano di fortuna, che hanno costruito gli inquilini con pezzi di legno e colla. Per questo motivo rimango in casa.

Spesso non faccio neanche la spesa, il ragazzino della famiglia che vive all’ultimo piano con me, esce e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Io accetto volentieri, penso siano le uniche persone ad essere gentili con me.

L’appartamento è composto da una grossa stanza, c’è il lavello, il fornello che funziona soltanto in alcune ore della giornata, un materasso buttato a terra, un tavolino basso. Un bagno, l’unica fortuna di tutto quello che mi circonda, anche se devo pulire il water con il secchio. C’è un balconcino pericolante che dà sul deserto, forse volevano farci un cortile ma c’è ancora la sabbia.

A volte, in certi giorni, i ricordi mi sfuggono e vedo solo delle ombre. Resta tutto a galleggiare sull’orlo della mia memoria, come un liquido bianco e viscoso, ma non riesco ad afferrare i dettagli. L’unica cosa che non dimentico mai, è quel giorno.

Mia nonna diceva sempre “Non si esce di casa quando il baobab piange” e forse, se quella mattina lo avessi ricordato, la mia vita sarebbe andata diversamente.

Ero uscita all’alba, dovevo prendere l’autobus per Abuja, per andare a portare dei pacchi ad una zia ricoverata in ospedale. C’era un forte vento che alzava polvere gialla e muoveva i rami dei baobab, l’aria, passandoci attraverso, creava un suono simile ad un lungo lamento.

Quando arrivò il bus, eravamo in trenta ad aspettarlo, quasi tutte donne, nessun bambino e qualche anziano. Un uomo portava una gabbia con dei pappagallini arancioni, non potrò mai scordarmi degli striduli acuti che avrebbero emesso di lì a poco.

Io presi posto nella prima metà della corriera, posai i pacchi sul sedile accanto al mio sperando che nessuno m’importunasse; avevo solo vent’anni ed ero uscita da sola poche volte: avevo paura di tutto. Questo mio atteggiamento remissivo e timido aveva convinto mio padre, e prima di tutti il bisnonno, a lasciarmi andare da sola fino ad Abuja.

Il viaggio sarebbe dovuto durare tredici ore, destino volle che dopo cinque l’autista ebbe un colpo di sonno. Viaggiavamo in mezzo a zone diroccate di un vecchio villaggio abbandonato, l’autobus iniziò a slittare sulla stretta strada di sabbia, il muso urtò a destra contro un enorme albero e venne sbalzato a sinistra. Girò su sé stesso cinque, forse sei volte e poi si schiantò contro un vecchio condominio diroccato che non resistette all’urto. Dei mattoni ci precipitarono addosso e una nuvola di fumo avvolse tutto, l’autobus venne schiacciato e ci fu solo buio, per tutti. Io vidi il cielo diventare nero e il tetto della corriera che mi veniva incontro, poi mi risvegliai in ospedale, ad Abuja.

Appena aprii gli occhi pensai che era proprio il posto dov’ero diretta, alla fine ci ero arrivata, non riuscivo a pensare ad altro che a mia zia. La sera venne un dottore e indicò il mio viso, ricordo bene il suo polpastrello, era nero come l’ebano e puntava al mio lato sinistro.

Mi disse che ero l’unica sopravvissuta, grazie ad Allah aggiunse, ma che purtroppo avevano dovuto intervenire chirurgicamente al cervello per via di grandi schegge che si erano infilate durante l’urto dalla guancia sino a metà cranio. Alla fine il tettuccio mi aveva raggiunto e squarciato a metà il viso, una linea diabolicamente perfetta mi aveva diviso.

A destra la pelle liscia, l’occhio scuro, le labbra carnose ancora s’innalzavano con un certo orgoglio; pensai alla prima volta che mi diedero uno specchio. Il lato sinistro era un’altra storia, potrei dire rattrappito, ma era qualcosa di più, la mia pelle appariva come la carta in cui avvolgono il pane gli ambulanti. Quando arrivi a casa, tiri fuori la pagnotta, accartocci l’involucro e lo butti via: la mia faccia era così, accartocciata, ma non avrei potuto disfarmene così facilmente.

Da quel giorno decisi che non mi sarei più guardata allo specchio e fu più facile del previsto. Rimanendo sola dovetti fare molta economia e non avrei potuto buttare via i soldi per un oggetto così inutile, né lo volevo.

Per il cervello, il dottore disse che avrei potuto avere sbalzi di memoria, ma che nel complesso non avrei avuto problemi. Ci penso spesso a quel giorno, credo sia normale, anche ora che sono seduta per terra sul balcone. Fumo un mozzicone di sigaretta e guardo il cielo, non c’è una nuvola.

Non so dire se sono stata troppo sfortunata o tanto fortunata, in fondo sono ancora viva. Ho una vita semplice, pochi pensieri, poche preoccupazioni, tutto ruota intorno a poche cose, il recipiente di latta colmo di latte fresco, una pagnotta calda, una banana fritta, un giornale nuovo. Mi va bene così, finché posso guardare l’orizzonte e sognare ad occhi aperti, scrutando il deserto.

Solo ogni tanto, inspiro dalla narice buona e mi sembra ancora di sentire il profumo di quando mia madre rovesciava il miele caldo sul riso.

Non farsi male – Oriana Tardo

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Martellava come un tamburo la penna, priva d’inchiostro, che Dalia stringeva fra le dita, agitandola contro il tavolo. Solo quel suono ritmato rimbombava nella stanza, come un’eco nel silenzio, come un muro o un foglio quando è bianco. Dalia restava lì, nella sua baita di montagna, in cerca di parole che non si confondessero con la neve. Venivano giù come cristalli e, come neve, si scioglievano al contatto con la carta. Parole invisibili, parole a dissolversi. Intanto, fuori dalla finestra gli alberi, ombre nel biancore, apparivano a Dalia come macchie d’inchiostro indistinte. Il paesaggio fuori e lo scrittoio dentro la stanza venivano a confondersi, giungendo come visioni distorte alla percezione di Dalia. I confini tra dentro e fuori, tra pensiero e materia, tra sogno e lucidità si offuscavano. Dalia rimaneva lì, nella sua baita, tre mesi d’inverno, in cerca di calma, in cerca di calore. Ogni anno, il giorno del suo compleanno, a novembre, si trasferiva in quel luogo di pace e di leggerezza, rimanendovi per tre mesi. Da nove anni ormai il suo compagno si premurava di accompagnarla, in auto, fino alla baita. La salutava sull’uscio, sfiorandole le labbra con una carezza e le raccomandava di non farsi male, di prendersi cura di sé, più d’una volta le sussurrava all’orecchio: “stai attenta… non farti male”.

Dalia amava isolarsi per qualche periodo, cullarsi tra sè e sè, era l’unico modo per sentirsi al sicuro. La solitudine era l’unico luogo in cui si sentiva protetta dai pericoli esterni. Si sentiva fragile, e lo era davvero. Viveva con la paura di sgretolarsi, di rompersi come vetro. Non poteva concedersi alcuna distrazione, sempre attenta ad evitare un gesto sbagliato, un movimento istintivo delle mani, delle braccia o delle gambe, che potesse urtare contro qualcosa, lì fuori. Un mondo fatto di oggetti pericolosi, invisibili poiché innumerevoli. Un mondo acuminato, ogni cosa appariva a Dalia come una lama pronta a infilzarsi nel suo involucro fragile. Per tenersi lontana dalla paura aveva bisogno di isolarsi, anche solo per un po’, evitando il contatto con tutto ciò che potesse colpire le sue ossa. Ossa di carta. E sulla carta amava costruire e ricostruire altre vite, narrare di altri in carne ed ossa, mentre guardava la sua vita in uno specchio scheggiato, i cui frammenti restano ancora uniti, come un mosaico o un puzzle che si scompone e ricompone. Fratture nei giochi d’infanzia, caviglie fasciate per danzare, giorni passati su un letto d’ospedale ed altri vissuti tentando di non farsi male.

La baita era un rifugio dove riusciva a non farsi male. Ogni cosa era rivestita di spugna affinchè quel piccolo mondo esterno fosse morbido e sicuro, c’erano cuscini in ogni angolo della stanza, l’intero pavimento era coperto di tappeti. Lo scrittoio in legno era l’unico oggetto non rivestito di spugna e potenzialmente pericoloso, cui Dalia faceva però molta attenzione. Lì scriveva, sedendo su una comoda poltrona.

Stringeva la penna fra le dita, in attesa di parole da ordinare, da intrecciare in una trama leggera e scorrevole, una trama che non si spezzasse, come le sue ossa, solo perché via via si consumava l’inchiostro. Le parole sulla carta divenivano invisibili, dalla penna non scorreva più inchiostro, ma lei continuava a scrivere, senza vederle continuava a inciderle sulla carta. Via via premeva più forte sul foglio, fino a traforarlo, le parole si scolpirono sul legno, oltrepassando la carta. Solo allora, quando il foglio fu ridotto a brandelli, Dalia si rese conto di aver inciso parole sul tavolo.

D’istinto gettò carta e penna, come se qualcosa, una voce interiore, le suggerisse chiaramente cosa fare, l’incisione sullo scrittoio la destò e fu come illuminata dalla presa di coscienza. Pensò di scolpire le storie che amava inventare. Anzi, nemmeno più storie pensava di narrare, ma scolpire frammenti, brevi pensieri, aperti ad ogni libera interpretazione. Non doveva più nascondersi dietro altre storie, altre vite sognate, era giunto il momento di ricostruire la sua vita, nè carta nè penna potevano esserne gli strumenti. Come rune, i suoi frammenti di vita erano simboli da scolpire su altrettanti frammenti, sassi, schegge di vetro come di osso, di quarzo, come cristalli.

La runa bianca del destino, la runa della protezione, la runa del tasso a rappresentare la resistenza, la runa del ghiaccio o dell’ isolamento, le rune dell’acqua e del sole, energie vitali, la runa del risveglio.

Dalia cominciava a scontrarsi coi propri ricordi senza farsi male, ricostruendo le sue fratture come simboli della sua malattia, una rara malattia genetica, chiamata osteogenesi imperfetta, che rendeva le sue ossa fragili, pronte a rompersi come schegge. Dalia venne al mondo con fratture spontanee alle braccia, non le fu concessa la cosa più preziosa dell’infanzia… giocare non era affatto una cosa semplice e spontanea, giocare, come tutti gli altri bambini, le provocava ripetute fratture. Eppure, non volle mai isolarsi in una campana di vetro, ma restare nel mondo, il mondo delle cose, come uno specchio scheggiato che non cede, mai cade. Pezzi disgiunti e ricongiunti per rimanere in piedi, accogliendo la vita. Solo più tardi, in età adulta, Dalia cominciò a nutrire un più forte bisogno di sentirsi al sicuro, di cercare una baita tutta per sé per evitare di farsi male, per la paura di invecchiare ed essere sempre più fragile.

Lo specchio scheggiato era lì, appeso ad una parete, Dalia lo colpì, lanciandogli contro un pestello di marmo, e le schegge esplosero nell’aria prima di cadere a suon di fata. Raccolse poi i frammenti dal pavimento, ordinandoli l’uno accanto all’altro, e con una lama cominciò ad incidere su ogni scheggia un simbolo, un numero o una lettera dell’alfabeto che rappresentassero i momenti vissuti con gioia, quando per un attimo dimenticava le sue ossa fragili e si teneva stretta in un abbraccio sicuro. Solo allora, riordinando quei frammenti, comprese che il mondo fuori non era solo il mondo delle cose, fatto di pericoli, c’era anche un altro mondo che non era riuscita a vedere prima, qualcosa che non si lasciava rompere. Un luogo sicuro dove non farsi male non era più la solitudine ma l’amore… l’amore che riceveva dagli altri e quello che sapeva donare loro, senza mai esserne consapevole. L’amore non è mai stato fragile come le sue ossa, è un flusso di schegge d’infinito che congiungono alla vita.

Frammenti di vita – Cosima Sciannimanico

Mina

Una leggera brezza soffiava sul suo volto.

Non ricordava esattamente cosa fosse accaduto: a dire il vero ricordava a malapena il suo nome.

Non riusciva a percepire nemmeno il suo stesso corpo, e sebbene non provasse alcun dolore, si sentiva incredibilmente inquieta.
Cosa stava accadendo?

Piano, provò ad aprire gli occhi sbattendo più volte le palpebre per abituarli alla luce, ma subito li richiuse. La luce che la circondava era così intensa da farli quasi lacrimare. Probabilmente era morta … Oh sì, lo era sicuramente, pensò tra sé.

  • Avanti, pigrona, apri gli occhioni belli. Non credi di aver dormito abbastanza? – disse una voce maledettamente familiare al suo fianco.

  • Io… non ci riesco. – sussurrò lei con un filo di voce.

  • Suvvia, l’unica a decidere di riuscirci o meno sei tu, quindi apri gli occhi e guardami.

Sapeva benissimo che la sua presenza al suo fianco poteva significare solo una cosa… e cioè, che era morta sul serio.

La mano ferma di lui prese la sua.

  • Sarah… Avanti, principessa, apri gli occhi.

Lei si morse un labbro e trattenendo il fiato, cercò di aprirli piano.

In un primo momento li fessurizzò, così da poter mettere a fuoco l’unica figura che rompeva tutto quel paradiso di luce.

Quando ci riuscì, sentì il sangue gelarsi nelle vene.

Gli occhi azzurrissimi di lui erano sempre gli stessi, ed anche i capelli biondi che ricadevano a tendina sugli occhi. Il sorriso gli si allargò ancora di più.

  • Ecco la mia Sarah. – commentò semplicemente.

  • Matteo… Tu… non puoi essere davvero qui… Tu sei…

  • Morto? Ma dai, Sarah. Alla fine la morte cos’è? Solo una limitazione mentale a cui diamo il nome quando ancora il cuore scandisce i suoi battiti, quasi come fosse un orologio svizzero. – continuò lui, sfoderando il suo solito sorriso sghembo.

Gli occhi le si velarono di lacrime.

  • Mi sei mancato così tanto…-

Lui si protese in avanti stringendola tra le braccia.

  • Era perché non riuscivi a sentirmi. La tua mente era così piena dei piccoli problemi, che ai tuoi occhi sembravano insormontabili, da non accorgerti che io sono sempre stato qui, al tuo fianco. – disse lui dolcemente, quasi sussurrandoglielo.

  • Ma se io sono qui con te, significa che sono morta, vero?

Temeva la risposta di lui più di qualsiasi cosa.

  • Ancora con questa storia? Smettila di pensare alla morte. Qui non esiste nulla, non vi è una scadenza come per i medicinali. Ci sei tu e ci sono io. E se ti sbrighi ad alzarti, ti porto a vedere altre cose.

Ecco un’altra risposta enigmatica, tipica di Matteo.
Probabilmente non voleva dirglielo perché aveva capito quanto temesse la cosa?

  • Non provare a dire che non ci riesci, sai! Dammi la mano. – continuò lui allungando la sua verso di lei.

Il punto è che Sarah davvero temeva di non farcela. Non riusciva a sentire il suo corpo, quasi come se la sua stessa anima fosse un mero ospite di quell’involucro inanimato.

Senza nemmeno rendersene conto, la sua mano aveva già preso quella di lui, che tirandola dolcemente riuscì a farla mettere in piedi. Solo allora voltò lo sguardo per vedere cosa la circondava e restò davvero senza fiato.

Una distesa verde si estendeva per chilometri sotto di loro e tutto era macchiato da fiori di mille colori ed alberi di ogni tipo. L’aria profumava di buono e dava una sensazione di pace e serenità senza eguali. Più in là poteva scorgere una scalinata, che in mezzo a quella meraviglia di colori sembrava quasi portasse in paradiso, mentre alla sua destra c’era un laghetto con una piccola cascata.

Ricordava di aver visto quel posto solo in fotografia, e la sensazione era stata completamente diversa.

  • The Butchart Gardens… avevo promesso che ti ci avrei portata un giorno, ed eccoti qui. Bello, no? – chiese lui, mentre la ragazza ancora non riusciva a dire mezza parola.

Dopo un po’ si riscosse, tornando a guardarlo.

  • Io… Wow, è tutto così meraviglioso da sembrare quasi un dipinto… – rispose infine.

  • Il mondo ha così tanti bei luoghi che aspettano solo di essere visti… Vieni con me.

Così dicendo le prese la mano camminando lentamente verso un sentiero contornato da archi pieni di fiori dalle diverse tonalità di rosa.

  • Sai, principessa… come ti ho detto, non ho mai smesso di esserti al fianco e di seguire tutti i tuoi passi. Quindi, voglio farti un paio di domande, sei pronta?

Lei annuì.

  • Bene, io ti conosco meglio di chiunque altro, eppure alle volte non sono riuscito davvero a capire determinate cose che hai pensato o fatto. Tipo: nonostante tutti i problemi che hai dovuto affrontare, come hai potuto pensare di essere sola? Come hai potuto non guardarti attorno e vedere che per tutte le persone che ti danno addosso, ce ne sono almeno il doppio pronte a sostenerti?

La ragazza sospirò profondamente prima di rispondere.

  • Non sono più la stessa Sarah che hai lasciato. Sono diversa… Più segnata, più debole… e sinceramente, anche se sono sicura che ci sono persone che mi amano, so per certo di non essere indispensabile per nessuno di loro.

Lui scosse la testa con forza.

  • Il punto è che non ti rendi conto di quanto tu sia indispensabile per te stessa. Alle volte abbiamo la risposta a tutte le domande proprio sotto gli occhi, ma non riusciamo a vederle.

Indicò un punto in lontananza, proprio dove la distesa multicolore del giardino incontrava il cielo mentre il sole, piano, si ritirava per lasciare spazio alla notte.

  • Cosa te ne pare? Non trovi che sia uno spettacolo meraviglioso? – le chiese girandosi a guardarla.

Il sole cominciava a calare lentamente, prendendo tonalità dall’arancione al rosso e di tanto in tanto si nascondeva dietro piccole nubi, illuminandone i profili, donava al panorama intorno un’aria completamente diversa da quella che aveva all’inizio, quando il sole era alto nel cielo.

  • Lo vedi? È semplicemente un tramonto, no? Eppure lo percepisci in modo diverso da come hai fatto sino ad ora. Perché non ti sei mai resa conto di quanto bello ed importante fosse, lo davi per scontato; era così solo perché lo avevi sotto gli occhi tutti i giorni. È questo il significato della vita stessa: devi prestare attenzione anche alle piccole cose perché proprio quelle di cui magari non ti rendi nemmeno conto possono farti capire quanto tu sia importante.

Le sue parole l’avevano toccata così profondamente che le lacrime avevano cominciato a solcarle le guance senza che potesse provare a fermarle.

  • Adesso è comunque troppo tardi… Io non posso tornare indietro… – disse lei con voce flebile.

  • Perché no?! Nonostante fino a prima di ritrovarti qui tu desiderassi morire, quando sei arrivata temevi anche solo sentirti dire che c’eri riuscita. Dentro di te c’è ancora quella voglia di vivere che ti spinge a sperare e credere, solo che non riuscivi a sentirla.

  • Cosa devo fare adesso? Come posso tornare indietro? – chiese, fissandolo intensamente.

  • Basta desiderarlo… ripeti con me. IO VOGLIO VIVERE.

Lei chiuse gli occhi e ripeté prima piano, e poi via via con maggior vigore:

  • Io voglio vivere… VOGLIO VIVERE!

L’immagine del ragazzo, seguita da tutto il resto, iniziò a sbiadire piano.

  • Ce l’hai fatta principessa e ricorda… Sii forte e vivi al massimo anche per me… Ti terrò sotto controllo, sai?

Lei annuì alzando il pollice e poi gli regalò un sorriso fra le lacrime, fino a quando quello di Matteo, i Butchart Gardens e tutto il resto sparirono del tutto.
Quando riaprì gli occhi, incrociò lo sguardo di sua madre, pieno di lacrime e poi quello dei suoi fratelli e delle sue amiche.

Era in ospedale e poco alla volta cominciò a ricordare l’incidente che l’aveva condotta lì.

  • Il medico ha detto che è stato un miracolo, e che solo la tua forza di volontà avrebbe potuto salvarti… – le disse sua madre poco dopo.

La sua forza di volontà, unita ad un piccolo aiuto del suo migliore amico di sempre: era quello il vero miracolo, pensò.
Non importava quanto forti fossero i dolori che sentiva in quel momento, quello che contava davvero, era il fatto che fosse ancora viva. Voltò lo sguardo verso la finestra e sussurrò piano:

  • Grazie Matteo…

Cose per cui vale la pena vivere – Melato Aisha Adelaide

Aisha

In quella tarda mattina di dicembre faceva un gran freddo.

Estella, raggomitolata tra le coperte, nascondeva il cellulare sotto il piumone blu. Gli stava scrivendo e non si era neppure accorta delle scaglie di ghiaccio che volteggiando, ammorbidivano il mondo.

Chiuse gli occhi sospirando ed appoggiando il telefono sul petto, aspettando con ansia che vibrasse.

I suoi erano stati i primi auguri di Natale che lei aveva ricevuto. Lo erano sempre stati, da quando lo aveva conosciuto.

Tanti auguri anche a te. Ci vediamo al solito posto tra un’ora. – gli aveva risposto.

Un’ora dopo erano seduti uno di fronte all’altra, al tavolo di un bar. Lei teneva tra le mani la tazza ancora calda, più attratta dal calore, che dal cappuccino. Lui invece addentava il cornetto al cioccolato.

  • Sei tutto sporco di zucchero a velo – lo avvertì ridacchiando.

Terminarono la colazione in silenzio. Gli anfibi neri di Estella si muovevano disegnando piccoli cerchi. Gli occhi scuri fissavano l’alone marroncino sul fondo della tazza ormai vuota. Del suo cappuccino caldo era rimasto solo quel triste alone.

Spostò lo sguardo sul braccio di Splinter, appoggiato al tavolo. Era coperto dal cappotto nero, ma lei sapeva che sotto quella stoffa c’erano delle cicatrici che in quel momento le ricordavano molto quell’alone. Stavano lì, aggrappate alla sua pelle come un fastidioso promemoria del suo passato.

Chissà se anche lui, come la tazza, si sentiva solo.

  • Come stai? – le chiese, stupendola.

Non erano soliti farsi quel tipo di domande. Lei si accigliò, riflettendo. Era un po’ che nessuno glielo chiedeva.

  • Quasi bene. E tu? – lui sorrise alzando gli occhi chiari.

  • Quasi bene.

Estella e Splinter non avevano niente in comune. Né l’aspetto né i gusti musicali, per non parlare del carattere. Loro erano due tazze vuote che lottavano, come solo due adolescenti riescono a lottare, per riempirsi di nuovo. Si erano conosciuti nello studio della loro psicologa. Era un ambiente piccolo, ma accogliente.

Ricordò quel giorno: Estella stava seduta sulla poltroncina in modo scomposto e scocciato. “La seduta sarebbe dovuta cominciare alle 8.30” pensava guardando l’orologio.

Sbuffando, cercò nella borsa i suoi auricolari e sbuffò nuovamente nel trovarli tutti intrecciati. Li appoggiò sulle ginocchia e iniziò a districare i fili.

Dopo pochi minuti sentì la porta aprirsi. Fu allora che vide Splinter, per la prima volta.

Estella ritornò al suo presente. Lui si mosse sulla sedia del bar, distogliendola dai suoi pensieri.

  • Ti ho preso una cosa – disse estraendo dalla tasca una scatolina avvolta in un delizioso involucro natalizio.

Lei allungò la mano imbarazzata e sorpresa, scuotendola accanto all’orecchio. Sorrise, sciolse il fiocco e strappò la carta impaziente. Appoggiato sopra uno strato di morbido tessuto bianco, stava un ciondolo dorato. Ne accarezzò con il dito tutta la circonferenza, poi si soffermò sulle piccole schegge, che vi erano incastonate al centro. Estella sentì gli occhi diventare umidi.

  • Auguri scheggia – disse lui a voce bassa, guardandola.

La mente di Estella vagò ancora: era il 17 luglio. Aveva già trascorso metà della sua estate, prima dell’università, tra film horror e maratone di serie televisive. Si ripeteva che stare un po’ a casa a rilassarsi le avrebbe fatto bene, eppure le sembrava di disubbidire alle raccomandazioni della sua analista. “Concentrati solo sulle cose belle” le aveva detto. Estella prese carta e penna, si raggomitolò di nuovo sul divano e cominciò a pensare. “Cose per cui vale la pena vivere” chiamò la sua lista.

Il mare, annotò istintivamente. Sorrise soddisfatta, poi si fermò a riflettere. Non avrebbe più potuto usare un costume. Il suo corpo non era un bello spettacolo dopo l’incendio. Così il mare venne cancellato.

La musica. , ma aveva bisogno di potersi aggrappare a qualcosa che non fosse un’idea astratta.

I libri. Certo. Ma quanto ci avrebbero messo gli e-book, gli i-pad e tutti quei congegni elettronici a rimpiazzare la carta?

Andò avanti così per un po’. Poi scosse la testa e si guardò intorno, cercando qualcosa per cui valesse davvero la pena reagire.

IO, scrisse prima di addormentarsi.

Splinter era arrivato portando con sé tutta la sua freddezza e la sua strafottenza. Avevano chiacchierato, discusso riguardo finali di libri o scelte del cast di film… Avevano trascorso del tempo insieme, parlando di cose che la facevano sorridere. La guardava come se non si accorgesse neppure del suo viso sfigurato. Era così naturale il suo modo di interagire con lei, così spontaneo, che riusciva a farla sentire quasi bella.

– Io e te non abbiamo niente in comune – gli aveva detto lei un giorno, ancora agitata per la discussione appena avuta a proposito di una vecchia band.

– Ti sbagli. Sai cosa vuol dire il tuo nome? – lei si era accigliata confusa, cercando invano di capire quale fosse il nesso tra il loro discorso e quella domanda.

  • Non lo so, penso “stella” – lui la guardò simulando con la bocca un rumore simile a quello dei buzz di certi talent.

– Sbagliato di nuovo. “Estella” in catalano vuol dire scheggia. – lei aveva annuito. Le piaceva “scheggia”, molto più di stella.

– E sai cosa vuol dire Splinter? – aveva continuato lui. Estella scosse la testa.

– Scheggia. Splinter in inglese vuol dire scheggia.

Estella sfiorò il ciondolo muovendolo. Era una delle cose più belle che avesse mai ricevuto. – E’ bellissimo – disse guardando il ragazzo seduto di fronte a lei.

– Ho anche io qualcosa per te – aggiunse rovistando nella borsa e tirando fuori un sacchettino.

Splinter accarezzò la copertina in cuoio marrone del diario che aveva appena sottratto al suo pacchetto. Non disse neppure una parola. Catturò con lo sguardo ogni dettaglio del prezioso regalo che gli era appena stato fatto.

– Voglio che tu scriva… – disse lei con tono severo. Splinter annuì, sorridendo senza sollevare lo sguardo.

La neve continuava a cadere, il mondo continuava a girare, le persone a respirare, i bambini a piangere, gli alberi a produrre ossigeno e loro continuavano a stare quasi bene. Forse un po’ meglio di prima.

Splinter ed Estella non avevano in comune né l’aspetto né il carattere né i gusti musicali. Erano due schegge, sapevano di appartenere a qualcosa di più grande e lo cercavano, insieme.

Eravamo solo dei mulas – Bertini Alessandra

DCF 1.0

Avevo undici anni quando sono entrato nelle schegge. Cercavano giovani veloci e furbi per consegne a domicilio, sull’annuncio c’era scritto compenso eccezionale.

Papà era morto da circa un anno in un incidente stradale, non si è mai saputo bene come fosse andata veramente, la versione ufficiale fu un colpo di sonno, ma su quel tratto di strada per Tijuana, quel giorno ci fu un gran casino, ed io non mi tolgo dalla testa che a sbattere contro quell’albero ce lo abbiano mandato.

Mamma non lavorava e senza lo stipendio di papà ogni giorno rischiavamo il digiuno, così non c’ho pensato due volte a calarmi nello stomaco una decina di ovuli gonfi di cocaina. Questa fu la mia prima consegna a domicilio ed entrare nelle schegge voleva dire, diventare un corriere della droga.

Il sistema era collaudato da molto prima del mio arrivo, ormai la nuova frontiera del narcotraffico eravamo noi giovani ragazzini affamati e quindi disposti a tutto, utilissimi ai signori della droga per essere sguinzagliati in quantità abbondante verso la frontiera con gli Stati Uniti. Più eravamo giovani, svelti e numerosi, meno probabilità c’erano che ci beccassero alla dogana, e in ogni caso, anche ci avessero scoperti, meglio noi che loro.

Ad entrare ci ho messo il tempo di un sì fatto con un cenno della testa ad un tizio dall’aspetto poco raccomandabile, appoggiato ad un lampione. Senza aprire bocca mi fece segno di salire su un‘auto scura parcheggiata lì vicino, dentro c’era il mio capo: El Chapo

«Allora, ragazzo, come ti chiami?»

«Héctor» risposi

«Conosci le schegge

«No»

«Da adesso sei una di loro, uno dei miei uomini di fiducia. Posso fidarmi di te?»

«…»

«Essere una scheggia vuol dire coraggio, scaltrezza, velocità di pensiero e azione. Non sono abilità che tutti hanno, ma solo chi le possiede, dammi retta, conta qualcosa. Pensi di avercele?»

«…»

«Ce le hai sì o no?»

Dissi di sì non per convinzione, ma per paura. Mi dette una pacca sulla spalla e un sacchettino di ovetti bianchi. Dovevo portarli a San Diego, dentro lo stomaco.

Presi il sacchetto in mano e rimasi per qualche istante immobile a fissarlo, giusto il tempo perché El Chapo si accorgesse della mia titubanza.

«Tieni, bevi questo prima di mandarle giù, anestetizza la gola ed evita di farti vomitare. È roba delicata, sbagliare non è consentito. Per tutto il viaggio ricorda di non bere o mangiare, vorrai mica che ti esplodano tutte e dieci in pancia?»

Finì con una fragorosa risata e una spinta, più o meno amichevole, per mandarmi fuori dall’auto. Ero anch’io una scheggia, adesso.

Per quanto vivere nella mia città e ancora di più la morte di un padre, ti facciano crescere in fretta, la mia giovinezza terminò esattamente nel momento in cui riuscii a mandar giù l’ultimo ovulo e mi misi in viaggio. Il liquido che mi aveva dato El Chapo, non solo fu un utile lubrificante per la gola ma ancora di più per la mente. Con andamento esponenzialmente inverso salì la sbornia e scese la paura, di essere preso, ma ancora di più, di rimanerci secco.

Seguii alla lettera le indicazioni che mi avevano dato e andò tutto meravigliosamente bene: i controlli all’aeroporto, alla dogana, l’incontro con l’altro corriere e pure l’espulsione. Così ho cominciato a sentirmi un gran figo, peggio ancora un figo con i soldi in tasca. Si arriva a fare i corrieri della droga per fame e si finisce per provarci gusto: nello sfidare la legge, quella dello stato e quella divina, oltre al fatto, ben più risaputo, che quando tocchi la droga difficilmente puoi smettere. Per arrivare a sentirsi invincibili il passo è breve, finché qualcosa non va storto e ti rendi conto che non ti chiamano scheggia per la velocità e la scaltrezza ma per l’insignificanza e la precarietà di chi, come noi, al futuro spesso non ci arriva e conta quanto un misero frammento di legno.

Ho cominciato a capirlo quando ho visto morirmi accanto Alfredo. Eravamo in missione insieme, stessa tratta verso San Diego. Poco dopo l’uscita dall’aeroporto ha iniziato a dire che gli faceva male lo stomaco, mi ha guardato con il terrore negli occhi, conosceva perfettamente cosa stava succedendo, qualche ovulo, aggredito dai succhi gastrici, doveva essersi rotto. Si è accasciato a terra, si è dimenato per un po’ e poi è svenuto. Sapevo benissimo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto ma sono scappato lo stesso per paura di essere preso. Ho proseguito la mia missione, consegnato la merce e sono tornato a casa con la paga, come se niente fosse successo, come se Alfredo non fosse morto.

Poi la notte ho sognato quegli occhi colmi di paura che mi fissavano. Non ricordo se è successo anche nella realtà, ma di sicuro in sogno l’ho sentito piangere e chiamare la mamma. Mi tendeva la mano come a chiedermi aiuto e più ci provava, più io mi allontanavo, fino a sparire dalla scena del sogno, dove restava Alfredo, solo, gli occhi aperti ma senza vita.

Oltre a me nessuno della banda ha mai perso tempo nel ricordarlo, nel dispiacersi della sua fine, tutt’al più ho sentito qualcuno lamentarsi del brutto casino in cui la perdita, non della sua vita, ma della partita di droga, ci aveva cacciati. Io invece ho continuato a vedere Alfredo in sogno per un numero di notti di cui non riesco a tenere il conto. Fino a quando, alla dogana, mi hanno arrestato.

Una delle prime cose che ti insegnano quando entri nelle schegge, è quella di non parlare, non fare nomi, solo tacere perché tanto verranno loro a salvarti dalla prigione, e invece se fai la spia la paghi gara. Così la tua bocca resta serrata di fronte alle domande della polizia, anche di fronte ai ceffoni e ai modi poco garbati che piacciono tanto agli uomini in divisa. Aspetti che la banda venga ad aiutarti, ma non ci pensano proprio, anzi si sono già dimenticati di te e ti hanno sostituito con un altro ragazzino. Una nuova giovane bestia da soma, perché in fondo non siamo altro che mulas carichi di immondizia, schiavi di un sistema che ci prende per fame, bidoni umani di spazzatura. Altro che schegge.

Io sottoscritta, Alessandra Bertini dichiaro che l’opera in concorso Eravamo solo dei mulas è frutto del mio ingegno e, contestualmente, autorizzo al trattamento dei dati personali ai sensi del D. Lg.n° 196/2003 per la tutela dello stesso. Autorizzo altresì, gli organizzatori del contest all’uso dell’elaborato per lo svolgimento dello stesso.

23.07.2014

Firma

Alessandra Bertini