Cose per cui vale la pena vivere – Melato Aisha Adelaide

Aisha

In quella tarda mattina di dicembre faceva un gran freddo.

Estella, raggomitolata tra le coperte, nascondeva il cellulare sotto il piumone blu. Gli stava scrivendo e non si era neppure accorta delle scaglie di ghiaccio che volteggiando, ammorbidivano il mondo.

Chiuse gli occhi sospirando ed appoggiando il telefono sul petto, aspettando con ansia che vibrasse.

I suoi erano stati i primi auguri di Natale che lei aveva ricevuto. Lo erano sempre stati, da quando lo aveva conosciuto.

Tanti auguri anche a te. Ci vediamo al solito posto tra un’ora. – gli aveva risposto.

Un’ora dopo erano seduti uno di fronte all’altra, al tavolo di un bar. Lei teneva tra le mani la tazza ancora calda, più attratta dal calore, che dal cappuccino. Lui invece addentava il cornetto al cioccolato.

  • Sei tutto sporco di zucchero a velo – lo avvertì ridacchiando.

Terminarono la colazione in silenzio. Gli anfibi neri di Estella si muovevano disegnando piccoli cerchi. Gli occhi scuri fissavano l’alone marroncino sul fondo della tazza ormai vuota. Del suo cappuccino caldo era rimasto solo quel triste alone.

Spostò lo sguardo sul braccio di Splinter, appoggiato al tavolo. Era coperto dal cappotto nero, ma lei sapeva che sotto quella stoffa c’erano delle cicatrici che in quel momento le ricordavano molto quell’alone. Stavano lì, aggrappate alla sua pelle come un fastidioso promemoria del suo passato.

Chissà se anche lui, come la tazza, si sentiva solo.

  • Come stai? – le chiese, stupendola.

Non erano soliti farsi quel tipo di domande. Lei si accigliò, riflettendo. Era un po’ che nessuno glielo chiedeva.

  • Quasi bene. E tu? – lui sorrise alzando gli occhi chiari.

  • Quasi bene.

Estella e Splinter non avevano niente in comune. Né l’aspetto né i gusti musicali, per non parlare del carattere. Loro erano due tazze vuote che lottavano, come solo due adolescenti riescono a lottare, per riempirsi di nuovo. Si erano conosciuti nello studio della loro psicologa. Era un ambiente piccolo, ma accogliente.

Ricordò quel giorno: Estella stava seduta sulla poltroncina in modo scomposto e scocciato. “La seduta sarebbe dovuta cominciare alle 8.30” pensava guardando l’orologio.

Sbuffando, cercò nella borsa i suoi auricolari e sbuffò nuovamente nel trovarli tutti intrecciati. Li appoggiò sulle ginocchia e iniziò a districare i fili.

Dopo pochi minuti sentì la porta aprirsi. Fu allora che vide Splinter, per la prima volta.

Estella ritornò al suo presente. Lui si mosse sulla sedia del bar, distogliendola dai suoi pensieri.

  • Ti ho preso una cosa – disse estraendo dalla tasca una scatolina avvolta in un delizioso involucro natalizio.

Lei allungò la mano imbarazzata e sorpresa, scuotendola accanto all’orecchio. Sorrise, sciolse il fiocco e strappò la carta impaziente. Appoggiato sopra uno strato di morbido tessuto bianco, stava un ciondolo dorato. Ne accarezzò con il dito tutta la circonferenza, poi si soffermò sulle piccole schegge, che vi erano incastonate al centro. Estella sentì gli occhi diventare umidi.

  • Auguri scheggia – disse lui a voce bassa, guardandola.

La mente di Estella vagò ancora: era il 17 luglio. Aveva già trascorso metà della sua estate, prima dell’università, tra film horror e maratone di serie televisive. Si ripeteva che stare un po’ a casa a rilassarsi le avrebbe fatto bene, eppure le sembrava di disubbidire alle raccomandazioni della sua analista. “Concentrati solo sulle cose belle” le aveva detto. Estella prese carta e penna, si raggomitolò di nuovo sul divano e cominciò a pensare. “Cose per cui vale la pena vivere” chiamò la sua lista.

Il mare, annotò istintivamente. Sorrise soddisfatta, poi si fermò a riflettere. Non avrebbe più potuto usare un costume. Il suo corpo non era un bello spettacolo dopo l’incendio. Così il mare venne cancellato.

La musica. , ma aveva bisogno di potersi aggrappare a qualcosa che non fosse un’idea astratta.

I libri. Certo. Ma quanto ci avrebbero messo gli e-book, gli i-pad e tutti quei congegni elettronici a rimpiazzare la carta?

Andò avanti così per un po’. Poi scosse la testa e si guardò intorno, cercando qualcosa per cui valesse davvero la pena reagire.

IO, scrisse prima di addormentarsi.

Splinter era arrivato portando con sé tutta la sua freddezza e la sua strafottenza. Avevano chiacchierato, discusso riguardo finali di libri o scelte del cast di film… Avevano trascorso del tempo insieme, parlando di cose che la facevano sorridere. La guardava come se non si accorgesse neppure del suo viso sfigurato. Era così naturale il suo modo di interagire con lei, così spontaneo, che riusciva a farla sentire quasi bella.

– Io e te non abbiamo niente in comune – gli aveva detto lei un giorno, ancora agitata per la discussione appena avuta a proposito di una vecchia band.

– Ti sbagli. Sai cosa vuol dire il tuo nome? – lei si era accigliata confusa, cercando invano di capire quale fosse il nesso tra il loro discorso e quella domanda.

  • Non lo so, penso “stella” – lui la guardò simulando con la bocca un rumore simile a quello dei buzz di certi talent.

– Sbagliato di nuovo. “Estella” in catalano vuol dire scheggia. – lei aveva annuito. Le piaceva “scheggia”, molto più di stella.

– E sai cosa vuol dire Splinter? – aveva continuato lui. Estella scosse la testa.

– Scheggia. Splinter in inglese vuol dire scheggia.

Estella sfiorò il ciondolo muovendolo. Era una delle cose più belle che avesse mai ricevuto. – E’ bellissimo – disse guardando il ragazzo seduto di fronte a lei.

– Ho anche io qualcosa per te – aggiunse rovistando nella borsa e tirando fuori un sacchettino.

Splinter accarezzò la copertina in cuoio marrone del diario che aveva appena sottratto al suo pacchetto. Non disse neppure una parola. Catturò con lo sguardo ogni dettaglio del prezioso regalo che gli era appena stato fatto.

– Voglio che tu scriva… – disse lei con tono severo. Splinter annuì, sorridendo senza sollevare lo sguardo.

La neve continuava a cadere, il mondo continuava a girare, le persone a respirare, i bambini a piangere, gli alberi a produrre ossigeno e loro continuavano a stare quasi bene. Forse un po’ meglio di prima.

Splinter ed Estella non avevano in comune né l’aspetto né il carattere né i gusti musicali. Erano due schegge, sapevano di appartenere a qualcosa di più grande e lo cercavano, insieme.

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