Il pianto del baobab – Serena Lavezzi

Serena

Le persone mi guardano in modo strano, so che è per colpa di quelle schegge che mi sono entrate nel cervello tanto tempo fa. Alzano le sopracciglia quando mi vedono e se mi riconoscono, le alzano ancor di più. Questo è un quartiere piccolo, pochi corpi, tante lingue e tutti sanno cosa è successo nove anni e mezzo fa.

Da ragazzina vivevo in una grande villa, poco fuori le mura. Avevamo cinque persone che lavoravano per noi, cani scorrazzavano nel cortile. Vivevo lì con i miei genitori, i miei fratelli, i miei nonni, gli zii e un bisnonno centenario. Qui da noi le tradizioni sono molto importanti e sebbene facesse quasi fatica a parlare, era ancora lui il capofamiglia e prendeva le decisioni rilevanti per tutti.

Adesso non ho più nessuno che mi dica quali sono le scelte migliori per me e per il mio futuro, l’unica scelta me l’ha data il Destino e io ho dovuto accettarla. Da qualche anno vivo all’ultimo piano di uno stabile lasciato a metà dall’impresa edilizia, che d’improvviso ha abbandonato tutto. Le scale sono molto pericolose, bisogna sempre tenersi legati con una corda ad un corrimano di fortuna, che hanno costruito gli inquilini con pezzi di legno e colla. Per questo motivo rimango in casa.

Spesso non faccio neanche la spesa, il ragazzino della famiglia che vive all’ultimo piano con me, esce e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Io accetto volentieri, penso siano le uniche persone ad essere gentili con me.

L’appartamento è composto da una grossa stanza, c’è il lavello, il fornello che funziona soltanto in alcune ore della giornata, un materasso buttato a terra, un tavolino basso. Un bagno, l’unica fortuna di tutto quello che mi circonda, anche se devo pulire il water con il secchio. C’è un balconcino pericolante che dà sul deserto, forse volevano farci un cortile ma c’è ancora la sabbia.

A volte, in certi giorni, i ricordi mi sfuggono e vedo solo delle ombre. Resta tutto a galleggiare sull’orlo della mia memoria, come un liquido bianco e viscoso, ma non riesco ad afferrare i dettagli. L’unica cosa che non dimentico mai, è quel giorno.

Mia nonna diceva sempre “Non si esce di casa quando il baobab piange” e forse, se quella mattina lo avessi ricordato, la mia vita sarebbe andata diversamente.

Ero uscita all’alba, dovevo prendere l’autobus per Abuja, per andare a portare dei pacchi ad una zia ricoverata in ospedale. C’era un forte vento che alzava polvere gialla e muoveva i rami dei baobab, l’aria, passandoci attraverso, creava un suono simile ad un lungo lamento.

Quando arrivò il bus, eravamo in trenta ad aspettarlo, quasi tutte donne, nessun bambino e qualche anziano. Un uomo portava una gabbia con dei pappagallini arancioni, non potrò mai scordarmi degli striduli acuti che avrebbero emesso di lì a poco.

Io presi posto nella prima metà della corriera, posai i pacchi sul sedile accanto al mio sperando che nessuno m’importunasse; avevo solo vent’anni ed ero uscita da sola poche volte: avevo paura di tutto. Questo mio atteggiamento remissivo e timido aveva convinto mio padre, e prima di tutti il bisnonno, a lasciarmi andare da sola fino ad Abuja.

Il viaggio sarebbe dovuto durare tredici ore, destino volle che dopo cinque l’autista ebbe un colpo di sonno. Viaggiavamo in mezzo a zone diroccate di un vecchio villaggio abbandonato, l’autobus iniziò a slittare sulla stretta strada di sabbia, il muso urtò a destra contro un enorme albero e venne sbalzato a sinistra. Girò su sé stesso cinque, forse sei volte e poi si schiantò contro un vecchio condominio diroccato che non resistette all’urto. Dei mattoni ci precipitarono addosso e una nuvola di fumo avvolse tutto, l’autobus venne schiacciato e ci fu solo buio, per tutti. Io vidi il cielo diventare nero e il tetto della corriera che mi veniva incontro, poi mi risvegliai in ospedale, ad Abuja.

Appena aprii gli occhi pensai che era proprio il posto dov’ero diretta, alla fine ci ero arrivata, non riuscivo a pensare ad altro che a mia zia. La sera venne un dottore e indicò il mio viso, ricordo bene il suo polpastrello, era nero come l’ebano e puntava al mio lato sinistro.

Mi disse che ero l’unica sopravvissuta, grazie ad Allah aggiunse, ma che purtroppo avevano dovuto intervenire chirurgicamente al cervello per via di grandi schegge che si erano infilate durante l’urto dalla guancia sino a metà cranio. Alla fine il tettuccio mi aveva raggiunto e squarciato a metà il viso, una linea diabolicamente perfetta mi aveva diviso.

A destra la pelle liscia, l’occhio scuro, le labbra carnose ancora s’innalzavano con un certo orgoglio; pensai alla prima volta che mi diedero uno specchio. Il lato sinistro era un’altra storia, potrei dire rattrappito, ma era qualcosa di più, la mia pelle appariva come la carta in cui avvolgono il pane gli ambulanti. Quando arrivi a casa, tiri fuori la pagnotta, accartocci l’involucro e lo butti via: la mia faccia era così, accartocciata, ma non avrei potuto disfarmene così facilmente.

Da quel giorno decisi che non mi sarei più guardata allo specchio e fu più facile del previsto. Rimanendo sola dovetti fare molta economia e non avrei potuto buttare via i soldi per un oggetto così inutile, né lo volevo.

Per il cervello, il dottore disse che avrei potuto avere sbalzi di memoria, ma che nel complesso non avrei avuto problemi. Ci penso spesso a quel giorno, credo sia normale, anche ora che sono seduta per terra sul balcone. Fumo un mozzicone di sigaretta e guardo il cielo, non c’è una nuvola.

Non so dire se sono stata troppo sfortunata o tanto fortunata, in fondo sono ancora viva. Ho una vita semplice, pochi pensieri, poche preoccupazioni, tutto ruota intorno a poche cose, il recipiente di latta colmo di latte fresco, una pagnotta calda, una banana fritta, un giornale nuovo. Mi va bene così, finché posso guardare l’orizzonte e sognare ad occhi aperti, scrutando il deserto.

Solo ogni tanto, inspiro dalla narice buona e mi sembra ancora di sentire il profumo di quando mia madre rovesciava il miele caldo sul riso.

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