Qualcosa di me – Norma Nassi

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Non avrebbe dovuto esserlo, eppure era così. La bella casa in pieno centro, arredata finemente e piena di luce, sembrava deriderla. Di più, prenderla letteralmente a schiaffi. Si guardò nello specchio grande della camera da letto: i capelli neri, lisci e lunghi, perfettamente acconciati, il filo di trucco che metteva in risalto il suo viso (di ordinaria bellezza, come dicevano da sempre), ed il fisico longilineo fasciato nel suo solito tailleur grigio antracite… era tutto come sempre. Come doveva essere e com’era sempre stato. Sarebbe rimasto tutto così anche adesso? NO.
La voce le veniva da dentro, chiara e forte, come tutte le volte in cui si era fatta sentire. Ed ogni volta l’aveva ignorata, nonostante la sua innegabile potenza. Poteva farlo anche stavolta?
Avrebbe di nuovo finto di essere come doveva? Non ne era certa, ma doveva provarci…. almeno così doveva essere per gli altri.
Lei, che da sola aveva riportato agli antichi fasti il nome della sua nobile famiglia… e poco importa quanto crudele e spietata aveva dovuto essere per riuscirci. Aveva semplicemente fatto quello che doveva alla memoria della sua defunta nonna di cui portava il nome. Sorrise al ricordo di come aveva affrontato Cornelia, la prozia, autoproclamatasi il perno della famiglia, per via di un vecchio torto fatto a sua madre. Sulle prime la donna non l’aveva riconosciuta, ma non appena si era presentata, l’aveva vista impallidire.
Che vuoi da me?
Conoscerti, per cominciare. E poi… beh, devo informarti su quello che accadrà a ciò che reputi di tuo diritto.
Neppure l’intervento delle due figlie della megera le avevano impedito di fare il suo dovere. Era bastato far capire di conoscere la verità sul suo conto e l’anziana prozia aveva abbassato le penne: i piani iniziali di Lorena erano ben diversi, ma ormai era soddisfatta. Sebbene una parte di sé volesse dare il colpo di grazia a quell’arpia, sapeva che farle rinunciare al nome di famiglia era una mera attestazione della verità. Quella donna, che si credeva il centro del mondo, non aveva fatto altro che contrarre un matrimonio vantaggioso e approfittarne. A Lorena era sempre importato poco del suo titolo, ma anche se fosse stata di umili origini, non avrebbe mai voluto essere accostata ad una donna simile dal termine più prezioso per lei: famiglia.
Aveva già concordato con l’avvocato la prassi per l’annullamento del matrimonio in base alle bugie che erano state dette al suo prozio, e aveva richiesto l’impugnazione del testamento: la voleva fuori dalla famiglia a tutti i costi, anche se il suddetto parente era morto da un pezzo. Voleva mostrare a tutti che quella donna, che tanto aveva detto a sua madre quanto non fosse una vera appartenente dei Della Croce, valesse meno di quanto credeva. E c’era riuscita, senza ombra di dubbio.
Una vecchia foto sul comò attirò la sua attenzione; prese la cornice argentata fra le mani e osservò le figure che vi erano ritratte, sentendo uno strano rimescolio alla bocca dello stomaco. Una coppia in abito da sera che guardava l’obbiettivo con occhi sognanti ed un sorriso radioso, stretti in un abbraccio che per Lorena era sempre stato difficile definire. Lui indossava una camicia bianca, senza alcuna cravatta (come sempre), ed il suo sorriso la diceva lunga su quanto fosse felice in quel momento. Lei, i capelli raccolti in uno chignon ordinato, con qualche ciocca che le ricadeva sulla fronte e sulla nuca, ed avvolta in un semplicissimo tubino nero, sorrideva raggiante mentre la sua guancia abbronzata sfiorava quella più chiara di lui. Persino i calici che tenevano in mano sembravano brillare alla luce di tutta quella gioia.
Lorena non riusciva a credere che quella fosse stata davvero la sua vita, dieci anni prima. E credeva ancora meno di essere riuscita a non impazzire dal dolore quando il suo amato Giorgio le era stato strappato via dal solito tumore bastardo in pochissimo tempo, otto mesi dopo il loro matrimonio.
Quanti anni erano passati? Ormai ben sei, purtroppo lo sapeva bene. E quella bella casa, che avrebbe dovuto vederli invecchiare insieme ai mobili che avevano scelto litigando sul colore esatto da abbinare, era abituata alla sua sola presenza. Come fosse riuscita a sopravvivere, non lo sapeva neppure lei.
Non hai un’anima. Sei cattiva e non sei in grado di provare alcun sentimento. Non hai neppure una volontà…non hai niente.
Le parole iraconde, sibilate dalla sua cara zietta Priscilla, le ricordava bene, nonostante fossero passati solo due anni dall’ultima volta in cui l’aveva vista. Viva, si intende. Quattro mesi prima la dolce parente si era decisa finalmente a tirare le cuoia, e Lorena aveva mantenuto la sua parola di non presenziare alla cerimonia. Qualche ora dopo la funzione, ci aveva pensato il caro zio Gianmaria a gettarle in faccia (seppure al telefono) tutto il fango che le aveva lasciato in eredità l’amata sposa dell’ormai vedovo. Lei si era limitata a ricordargli di non essere nulla per loro e poi aveva fatto quello che ormai le riusciva bene: andare avanti.
Certo, c’erano notti in cui si chiedeva se, in fondo, l’odiosa estinta non avesse un po’ ragione sul suo conto…
Quanto ci aveva messo a camminare per strada senza piangere, dopo la morte del marito? Quattro, forse cinque giorni? Aveva dovuto far fronte a parecchi problemi, dopo quel tragico evento…esternamente appariva forte e determinata, sicura di sé com’era sempre stata da quando ne aveva memoria, e poco importava se il pensiero dell’assenza di Giorgio faceva capolino una volta chiusa la porta di casa alle sue spalle. Le mancava soprattutto quel biglietto, con un nomignolo diverso a darle il buongiorno ogni mattina, e la sera un altro nome ancora quando si coricavano. Quando erano fidanzati, il biglietto le veniva consegnato la mattina nella cassetta delle lettere e la sera con un bacio sull’uscio di casa prima di salutarsi, col preciso ordine di non aprirlo fino a quando non fosse stata sotto le coperte.
È il mio abbraccio della buonanotte, solo tu puoi e devi leggerlo. Quando ci sposeremo, potrò stringerti tutte le volte che vorrò. – le aveva detto.
Ed era vero: da quando si erano sposati, per quel poco tempo che avevano passato assieme, l’aveva stretta tutte le volte possibili ed immaginabili. Nonostante la malattia, negli ultimi tempi continuava a chiamarla sussurrando un nome diverso ogni sera, perché la mattina spesso non riusciva neppure a tenere in mano la penna. Una volta gli aveva chiesto il perché di tutti quei nomignoli e lui con un filo di voce le aveva rivelato:
Così, ogni giorno, saprai che per tutti i tuoi lati, tutti i tuoi nomi, sarai comunque la persona che amo.
Tutti i suoi lati… l’odiosa estinta aveva torto. Lei un’anima l’aveva ed una persona senza volontà non sarebbe mai riuscita a vincere contro il dolore… e per quanto riguardava i sentimenti, il fatto che non li mostrasse spesso, non significava certo non possederli affatto. Anche se si era abituata all’assenza, continuava ad avvertirla, alcuni giorni più degli altri, quando aveva meno cose da fare e la mente era libera di vagare…
“E per il nulla?” si ritrovò a pensare.
Davvero non ho niente? – il sussurro sembrò riecheggiare fra le mura spesse della camera.
“Hai avuto molto e avrai altro ancora. Buono o brutto, resterà qualcosa di tuo. Resterai tu.”
Sfiorò i due libri sul comodino, i primi regali di Giorgio, e quelle copertine rigide, che custodivano abilmente da anni fragili pagine piene di significato, la rassicurarono del tutto.

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