Contest WXF Aspettando i vincitori, la classifica dal 24 all’11° posto

Classifica su Edizioni Arpeggio Libero

Annunci

Tersa – Anamnesi

Sangue

Al caro amico Gianluca Ingaramo

Un’ombra scura apparve da una delle finestre ad arco del monastero, un soffio di vento smosse le chiome degli alberi, l’aria calda salì mischiandosi alla terra svolazzante. Suonarono le campane, una scia di donne incupite dal nero abito, col capo mestamente basso, attraversò il colonnato fino al coro.

Elisa s’era piegata in due, sorretta da Davie. Il mento bagnato dalla furia delle sue parole. Voci di frati intonarono il primo canto del mattino. I raggi ballerini di Orho giocarono con le foglie illuminando a tratti le due figure nel chiosco, sottoposte allo sguardo smarrito e indagatore delle novizie.

Iniziava la messa. Sparirono tutti.

Elisa afferrò la mano destra di Davie con i denti, strinse forte, lui non riuscì a trattenere un lamento.

— Vuoi passare per un animale selvatico? Ma non mi spaventi! — la voce del frate non mostrò alcun tentennamento. L’uomo riuscì a drizzarla, a portarle il viso di fronte al suo, Elisa si dimenò e gli colpì il naso con la fronte.

— Sei una ribelle! — esclamò lui stringendola. Il sangue gli colò lungo le labbra.

L’ombra lasciò la finestra.

— “Di bianco candore recinta d’un vel, le cinge la vita un lembo del ciel. La bimba ai suoi piedi là sta ad ammirar, il segno di Croce impara a ben far. Sgranando un rosario, si muove la man, la via della prece non indichi invan.”. — cantò il frate portandosi il fazzoletto al naso e tenendo ben stretta la giovane.

Elisa si fermò all’istante osservando gli occhi di Davie. Chiuse le labbra umide. Il suono delle campane cessò.

— A-Alexander…

— No, io sono Davie.

La ragazza poggiò le dita sulle palpebre dell’uomo: lui tremò. La scritta “disturbo schizotipico di personalità” gli torturò mente e anima, ma restò immobile con le labbra nel sussurro di una preghiera. La vita di lei in occhi vaganti, quelli di Davie provarono a penetrare lo sguardo di Elisa, alla scoperta di quel segreto ch’ella gelosamente custodiva nella sua pazzia. La sua anima persa nel delirio.

— I tuoi occhi sono neri. — disse con calma Elisa. Davie sentiva le pulsazioni delle arterie aumentare, da ch’ella aveva preso a guardarlo. La paura, la pietà e lo sgomento lo invasero.

— Come mia madre. Mio padre li ha grigi. — rispose il frate.

Petto contro petto i due si scrutarono i volti. Il coro dei frati cessò.

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” si udì dalla vicina chiesa dove s’erano uniti clarisse e francescani.

— Mi sento come se fossi sulla Terra e su Tersa nello stesso momento. — la voce di Elisa ora era serena.

— Cosa?

La terrestre iniziò a muovere la testa in circolo, come se seguisse una musica: — La stella Cara splende in cielo, morta fra le fiamme per ammirare il suo amore.

“Disturbo schizotipico di personalità” Davie ripeté non volendolo nei suoi pensieri.

— Come ti chiami?

— Elisabetta Zaccaro.

— Quanti anni hai?

— Diciotto.

— Da dove vieni?

— Da Napoli… Aspettavo un treno, aspettavo un treno, aspettavo un treno…

— Quale treno?

— Io non sono matta!

Elisa fissò ancora il frate: — Io non sono matta, Davie. Aiutami.

— Non l’ho mai pensato.

*

Mina stendeva delle lenzuola sulle corde in giardino, cercando nel contempo di fumare; quel vizio terrestre lo aveva ereditato dal padre e non riusciva a liberarsene. Davie afferrò l’altra estremità delle lenzuola e fissò la mano tremante della sorella.

— Non deplorarmi! Non voglio prediche, già ci pensa nostro padre. — sbottò la donna.

— Non ti deploro. Mina, quella ragazza si chiama Elisabetta Zaccaro, a me fa male!

— E secondo te a me no?! Non volevo neppure vederla, ma quei due non si sono mossi da quelle maledette poltrone! Dovevo abbandonarla anche io?… Sei riuscito a parlarle?

— Per poco. C’è stato un momento in cui sembrava normale, poi s’è chiusa in un ostinato mutismo.

— Sembrava normale!… Quella ragazza è la nipote del fratello, ha il suo nome e già questo mi dà ansia. Ora mi dici che sembrava “normale”! Ti ho chiesto solo se sei riuscito a parlare con lei!

— Mi ha chiamato Alexander.

Mina sgranò gli occhi e lasciò cadere la sigaretta a terra: — Ma cosa dici?

— E ha detto una frase che credo non sia sua: “Mi sento come se fossi sulla Terra e su Tersa nello stesso momento”.

— No!… N-noo!… Non vuol dire nulla! Assolutamente nulla.

La donna s’agitò.

— Mina, ti prego, resta calma, ho bisogno di te!

La sorella voltò le spalle e si allontanò di qualche passo. Si voltò tremante ad osservare Davie e smosse la testa dissentendo. — Non vuol dire nulla, nulla, capito?

La donna ritornò in casa barcollando. Dall’erba del giardino risalì l’odore della sigaretta, Davie la spense con un piede.

— Cos’hai alla mano?

Il frate alzò la testa ed incontrò gli occhi grigi di Alexander. Poi si osservò la mano, dei segni rossi la deturpavano. — Non pensavo avesse stretto così tanto! — il suo commento fu accompagnato da una risatina.

— Non dire altro, per favore.

— Ma ciò che sta succedendo a quella ragazza, non ha nulla a che vedere con Lisa!

Su quel nome, Davie si accorse di avere alzato la voce.

– See more at: http://www.theincipit.com/2014/09/tersa-anamnesi-annalisacaravante/3/#sthash.vDIOEiCZ.dpuf

Sciuscià

1505533_796294460411597_202824285560128561_n

Foto di Wayne F. Miller

Articolo scritto per 36th Div Texas Reenactment Napoli

Osserviamo una strada cittadina, concentriamo la nostra attenzione sui giovani. Cosa vediamo? Bambini e ragazzi che borsa a tracolla, vanno a scuola. Osserviamoli poi fra le quattro mura domestiche: quasi tutti intenti in attività quotidiane come lo studio, una conversazione al telefono o due chiacchiere in chat. Verrebbe da chiedere – Allora?

Questa domanda nasce dal fatto che ormai da più di due generazioni, studiare, divertirsi, passeggiare, rientrano nella quotidianità di un giovane. Ma facciamo un salto di nemmeno molto, a circa 70 anni fa e guardiamo la stessa strada. Cosa vediamo? Ragazzi con le mani vuote, spesso sporche, vestiti di stracci, scalzi o con scarpe di carta. A volte le braccia sono piene, della cassetta usata per pulire le scarpe dei passanti, nella maggior parte dei soldati americani.

Dove siamo? Nella Napoli del dopo 8 settembre 1943, quando fra essere bambini ed essere adulti non c’è alcuna differenza. Anteporre la sopravvivenza al gioco, inventare un lavoro, aiutare la famiglia.

Indossiamo gli abiti di un soldato americano, magari proprio di uno dei tanti bombardieri che hanno sganciato ordigni sulla città e passeggiamo nella Napoli “alleata”.

10731129_796294493744927_6423333063543780460_n

Foto di Wayne F. Miller

La città è tra le più colpite dei bombardamenti, i nostri stivali calpestano detriti, i nostri occhi scorgono strade ancora macchiate di sangue, quello che hanno versato, non solo gli uomini, ma anche i giovani, “gli scugnizzi”, durante le quattro giornate di Napoli. Ora, dopo il tragico esodo dei tedeschi, che hanno lasciato la città al buio, senza acqua e con le fabbriche incenerite, questi scugnizzi li vediamo per strada ad arrabattarsi per sostituirsi al padre che in molti casi è in guerra o è stato deportato dai tedeschi o fucilato proprio davanti ai loro occhi. Ed ecco che li vediamo a venderci quotidiani in lingua inglese, a lustrarci le scarpe, come i famosi sciuscià (shoe-shine) di De Sica. Alcuni portano addosso i segni dei bombardamenti; la fame è dipinta sui volti e la disperazione può portare anche ad attività poco pulite e spesso i soldati, che combattono in una terra non loro, vengono picchiati e derubati da bande di scugnizzi. A volte sono gli stessi soldati che per poche am-lire vendono il loro pasto ai ragazzi. Ci troviamo, ricordiamolo, in una Napoli che ha visto nell’alleato il riscatto da una vita di stenti e cos’altro si può pensare, vedendo camionette ricche di cibo e militari intenti a regalare scatolette di carne, cioccolata, pane, chewingum e sigarette? Ma anche l’esercito americano ha i suoi limiti e la situazione per la città non migliora, salvo per questi ragazzini che fanno soldi accompagnando i militari dalle sorelle. In una città che stenta a rialzarsi, le donne vendono il proprio corpo, i giovani le madri e le sorelle. Condannarli? Perché? Quando tutti rasentano l’illegalità per mangiare?

Erano giovani in una città martoriata.

Annalisa Caravante

2° capitolo Tersa – Anamnesi – Maracujá

church-191407_640

Un suono idiofono, con sequenza melodica, giunse alle orecchie di Davie. Il frate alzò il capo e osservò il campanile: — La grotta s’accende di luce del sol, la bella Signora la bimba a sé vuol… — le rosee e morbide labbra intonarono la strofa non staccando gli occhi dalle campane, che dondolando coprivano e liberavano l’angolo di cielo ancora buio.

Suor Ahalianna fece un respiro profondo, aprì il cancello e portò la mano al petto: — Frate Davie, la ragazza è arrivata ieri, l’ha accompagnata Mina. — disse la monaca mangiando delle sillabe. Davie, tuttavia, comprese e superò l’inferriata immettendosi nel cortile delle clarisse.

— Perché ti agiti così? — chiese il frate.

— Vieni con me, la badessa vuole parlarti.

I due attraversarono un colonnato, fiancheggiato da un chiostro dove monache e novizie meditavano coperte dalle chiome dei sempreverdi.

Davie spostò lo sguardo dalle nere e silenziose figure in giardino alla badessa, in piedi di lato all’ingresso laterale del coro. Dietro di lei Orho sorgeva illuminando la pianura di Pressi.

La priora alzò un sopracciglio, fece un cenno con la mano e una novizia le consegnò un foglio. La madre superiora diede il documento al giovane, salutò e se ne andò non dicendo una parola. Davie mosse le pupille seguendo attentamente la scrittura, mentre la figura grossa e alta della badessa spariva oltre il colonnato.

Il frate indirizzò lo sguardo verso suor Ahalianna, incredulo, quasi spaventato, mentre Orho adesso illuminava la sua bianca dentatura fra le labbra tremanti.

— Sorella, hai letto?

— La badessa lo ha fatto leggere a tutte. Firma e vai dalla ragazza. Sarà condotta nel chiostro.

— Ma c’è scritto “disturbo schizotipico di personalità”!

— Tu non l’hai vista ancora, dice delle assurdità. A volte sembra una pazza, altre se ne sta silenziosa a fissare il vuoto. Non parla con nessuno.

— Chi ha scritto questo?

— È la diagnosi di un medico terrestre.

— Non firmo.

Davie allungò il braccio verso la monaca restituendo il documento.

— Se non firmi, non puoi occuparti di lei.

— Non posso avallare la diagnosi, se non ho visto ancora la ragazza.

— Ma lo ha scritto un medico!

— E se già si conosce il male, perché volete il mio intervento?

— Lo hanno chiesto i genitori.

— Se lo hanno chiesto, vuol dire che sperano in qualcosa di meno grave.

— Ma…

— Firmerò quel documento solo se noterò i sintomi di quanto scritto.

— Frate Davie, la ragazza è nel chiostro. — disse suor Dahlia affiancando la consorella.

Il giovane lasciò cadere il foglio sul pavimento e voltò le spalle alle due che restarono ferme ad ammirare il corpo sinuoso, intravedendo le forme dalla lunga veste.

Davie sentì il rumore dell’erba sotto i piedi, delle novizie, poco distanti, lasciarono le litanie per osservarlo. Lui non se ne accorse, il suo sguardo fu catturato da una figura quasi diafana, piegata su sé stessa su una panca a fissare un punto preciso del marmoreo sedile. Davie guardò il viso niveo, i capelli fulvi sotto i raggi di Orho, castani dove la luce non giungeva. Gli occhi erano inespressivi.

— Elisa?

Non ebbe risposta.

— Sono frate Davie, credo di essere un tuo parente, ma possiamo essere anche semplicemente amici.

Silenzio.

— Mi fai un segno se almeno mi senti?

Elisa non si mosse. Davie seguì il suo sguardo e vide un frutto di un rossiccio che sfumava nel giallo e nel verde. Riportò la sua attenzione sugli occhi socchiusi della terrestre.

— Elisa, ti va di parlare con me?

Davie attese una risposta che non arrivò. Guardò ancora il frutto e lo prese esclamando — Maracujá, qui non crescono, lo hai portato tu? Elisa?

La giovane schiuse la bocca: — Vien l’autunno sospirando, sospirando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta?

Il viso del frate s’illuminò.

— Hai una bella voce. Non conosco questa canzone, me la canti ancora?

— Vien l’autunno sospirando, sospirando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta?

Davie aspettò altre strofe ma sembrava che la filastrocca terminasse lì.

— Come continua? — si accomodò di fronte a lei — Come fa? “Vien l’autunno…”?

Elisa permise ai suoi occhi di guardare altro e incontrò il viso bianco e giovane di Davie, con quell’iride nera che sfiorata da Orho, mostrava striature verdi attorno alle pupille contratte.

— Come continua la canzone? — riprese Davie — “Vien l’autunno alla tua porta…”?

Elisa drizzò le spalle con un movimento improvviso. Sgranò gli occhi e con la bava che colava dall’angolino destro delle labbra, gridò — Vien l’autunno sospirando, sospirando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Sai tu dirmi che ti porta? Sai tu dirmi che ti porta? Sai tu dirmi che ti porta?…

— Elisa, calmati… — Davie scattò in piedi. Ebbe qualche istante di timore, lei, col viso rosso, continuò attirando l’attenzione delle novizie. Il biondo frate afferrò un fazzoletto e l’abbracciò prendendola alle spalle.

— … Una pazza, una pazza, una pazza… — seguitò Elisa.

— Non sei pazza, non sei pazza! — rispose Davie asciugandole la bocca.  

Tersa – Anamnesi

anam

I

Follia

Elisa camminava barcollando, il padre le stringeva il braccio; la folta chioma castana spettinata le copriva le spalle come un manto, i piedi soffrivano in scarpe rovinate dalla sua insistente volontà di toglierle. Per tutto il viaggio Elisa non aveva fatto altro che dimenarsi e con mano lesta la madre aveva corretto il suo succo di frutta con una polvere dal sapore amaro.

Lasciata la nave spaziale, dopo giorni di viaggio, con un’andatura falsamente arrendevole, Elisa, sedata, seguiva i genitori verso l’uscita: un ponteggio di ferro a dieci metri d’altezza, con un ascensore in alternativa a scalini ripidi. Elisa si guardò intorno, un tranquillo andirivieni di uomini e mezzi riempiva l’hangar, ma la sua mente non l’aiutava a capire dove fosse, solo la sua anima le diceva che quel posto non era la Terra, ma un altro pianeta.

Luigi Zaccaro spinse la figlia oltre le porte dell’ascensore, torturandole il braccio, ormai rosso come le gote che, lasciato l’hangar, mostrarono lievi efelidi sotto i raggi della stella Orho.

— Non sono pazza! — le labbra tremanti della giovane bisbigliarono quella frase all’orecchio del padre.

— Nessuno ha detto che sei pazza, devi solo curarti.

Elisa provò a liberarsi, lui la strinse di più, la ragazza si voltò e lesse il nome del centro spaziale: “Cara”. Si guardò ancora intorno, ora la ragione cercava di aiutarla confermandole che quel cielo striato di viola non era quello della Terra, ma di Tersa e osservando di nuovo il posto, Elisa si sentì stranamente a casa.

I tre terrestri raggiunsero una donna alta, con i capelli biondi e sulla quarantina, lei li accolse con un caloroso benvenuto. Elisa la guardò e scorse il colore grigio dei suoi occhi; i suoi nervi già provati, le diedero una scossa. La tersiana si presentò come Mina Ghetly. Quel nome provocò come uno squarcio nella testa di Elisa, la vista andò via per mostrarle un insieme d’immagini simili e contrapposte di uno stesso luogo. La ragazza portò l’unica mano libera all’orecchio: — Zitti, zitti, zitti! — iniziò a gridare.

Mina osservò perplessa la giovane, chiese ai genitori di tenerla stretta e le aprì le palpebre osservando l’iride scura: — La sua mente è turbata, come avevo supposto.

La madre della giovane portò sconsolata una mano al volto per asciugare la lacrima che le rigava la guancia.

— Fatela salire in auto. — continuò Mina.

Elisa fu costretta ancora una volta a fare ciò che non voleva; un fiotto le imporporò il viso, la rabbia accentuò la sua “pazzia” che si mostrò con movimenti spasmodici. Stretta fra i due genitori, portò i piedi sul sedile e abbracciò le gambe: — Non sono pazza, non sono pazza… — ripeteva con una sequenza continua di respiri e suoni.

*

Un colpo di tosse rauca zittì il silenzio; due uomini anziani seduti, quasi abbandonati, su sedie di paglia, in una veranda, risero e si guardarono.

— Eh eh, sei vecchio, amico mio! — esclamò Alexander.

— E tu quanti anni hai, venti? — rispose l’altro, Mey — Dovresti provare gli starnuti, sono divertenti.

— Anche se potessi, me ne starei alla larga dai malanni dei terrestri.

— Ma non sai cosa ti perdi! Le allergie sono le più appaganti, ti danno un “meraviglioso” senso di spossatezza generale… Bah, preferisco le buone e tranquille influenze tersiane.

— Te l’ho sempre detto di non andare sulla Terra.

Dei passi interruppero il dialogo dei due, Alexander e Mey videro un giovane raggiungerli; si avvicinava con lentezza, la luce di Orho, filtrata dai vetri della veranda, rendeva più biondi i suoi capelli, gli occhi neri contrastavano col viso pallido.

— Davie, cos’è questa faccia triste? — Alexander gli scrutò il volto scorgendovi la bellezza di un viso liscio e non contorto dalle rughe. Lui, alto, slanciato, afferrò una sedia e si accomodò di fronte ai due.

— Voi che siete più saggi di me, consigliatemi.

— Ci ha ricordato che con la vecchiaia si acquista un altro pregio. — rise Mey.

Alexander, preoccupato, riportò la sua attenzione sul ragazzo che riprese: — Oggi dovrebbe arrivare la figlia di Luigi Zaccaro.

— Lo sappiamo.

— Mina mi ha detto che è matta. I suoi genitori l’hanno portata via dalla Terra per paura che fosse internata.

Alexander poggiò la mano sulla spalla di Davie: — Ho saputo anche io che la ragazza ha dei problemi, ma tu sii tranquillo. Hai promesso di prendertene cura e riuscirai ad aiutarla.

— Come? In che modo?

— Con la calma che ti contraddistingue, ma soprattutto ascoltando il suo delirio perché è con il delirio che l’anima si mostra.

Davie s’alzò, la lunga veste scura gli ballò addosso. Il cordoncino legato al fianco aveva un estremità che quasi giungeva a terra. Il Crocifisso al collo batté sul petto.

— Avete preso dunque la vostra decisione, non volete conoscerla?

— Sai come si chiama la ragazza? — gli chiese Alexander.

— Certo!

— Tu hai scelto di dedicarti ad una fede terrestre, ma il nostro crocifisso, che ci batte sul petto, è quel nome… Ora va’ da lei e aiutala.

Davie annuì, col passo di prima, forse più lento, se ne andò perso nei pensieri.