Tersa – Anamnesi

anam

I

Follia

Elisa camminava barcollando, il padre le stringeva il braccio; la folta chioma castana spettinata le copriva le spalle come un manto, i piedi soffrivano in scarpe rovinate dalla sua insistente volontà di toglierle. Per tutto il viaggio Elisa non aveva fatto altro che dimenarsi e con mano lesta la madre aveva corretto il suo succo di frutta con una polvere dal sapore amaro.

Lasciata la nave spaziale, dopo giorni di viaggio, con un’andatura falsamente arrendevole, Elisa, sedata, seguiva i genitori verso l’uscita: un ponteggio di ferro a dieci metri d’altezza, con un ascensore in alternativa a scalini ripidi. Elisa si guardò intorno, un tranquillo andirivieni di uomini e mezzi riempiva l’hangar, ma la sua mente non l’aiutava a capire dove fosse, solo la sua anima le diceva che quel posto non era la Terra, ma un altro pianeta.

Luigi Zaccaro spinse la figlia oltre le porte dell’ascensore, torturandole il braccio, ormai rosso come le gote che, lasciato l’hangar, mostrarono lievi efelidi sotto i raggi della stella Orho.

— Non sono pazza! — le labbra tremanti della giovane bisbigliarono quella frase all’orecchio del padre.

— Nessuno ha detto che sei pazza, devi solo curarti.

Elisa provò a liberarsi, lui la strinse di più, la ragazza si voltò e lesse il nome del centro spaziale: “Cara”. Si guardò ancora intorno, ora la ragione cercava di aiutarla confermandole che quel cielo striato di viola non era quello della Terra, ma di Tersa e osservando di nuovo il posto, Elisa si sentì stranamente a casa.

I tre terrestri raggiunsero una donna alta, con i capelli biondi e sulla quarantina, lei li accolse con un caloroso benvenuto. Elisa la guardò e scorse il colore grigio dei suoi occhi; i suoi nervi già provati, le diedero una scossa. La tersiana si presentò come Mina Ghetly. Quel nome provocò come uno squarcio nella testa di Elisa, la vista andò via per mostrarle un insieme d’immagini simili e contrapposte di uno stesso luogo. La ragazza portò l’unica mano libera all’orecchio: — Zitti, zitti, zitti! — iniziò a gridare.

Mina osservò perplessa la giovane, chiese ai genitori di tenerla stretta e le aprì le palpebre osservando l’iride scura: — La sua mente è turbata, come avevo supposto.

La madre della giovane portò sconsolata una mano al volto per asciugare la lacrima che le rigava la guancia.

— Fatela salire in auto. — continuò Mina.

Elisa fu costretta ancora una volta a fare ciò che non voleva; un fiotto le imporporò il viso, la rabbia accentuò la sua “pazzia” che si mostrò con movimenti spasmodici. Stretta fra i due genitori, portò i piedi sul sedile e abbracciò le gambe: — Non sono pazza, non sono pazza… — ripeteva con una sequenza continua di respiri e suoni.

*

Un colpo di tosse rauca zittì il silenzio; due uomini anziani seduti, quasi abbandonati, su sedie di paglia, in una veranda, risero e si guardarono.

— Eh eh, sei vecchio, amico mio! — esclamò Alexander.

— E tu quanti anni hai, venti? — rispose l’altro, Mey — Dovresti provare gli starnuti, sono divertenti.

— Anche se potessi, me ne starei alla larga dai malanni dei terrestri.

— Ma non sai cosa ti perdi! Le allergie sono le più appaganti, ti danno un “meraviglioso” senso di spossatezza generale… Bah, preferisco le buone e tranquille influenze tersiane.

— Te l’ho sempre detto di non andare sulla Terra.

Dei passi interruppero il dialogo dei due, Alexander e Mey videro un giovane raggiungerli; si avvicinava con lentezza, la luce di Orho, filtrata dai vetri della veranda, rendeva più biondi i suoi capelli, gli occhi neri contrastavano col viso pallido.

— Davie, cos’è questa faccia triste? — Alexander gli scrutò il volto scorgendovi la bellezza di un viso liscio e non contorto dalle rughe. Lui, alto, slanciato, afferrò una sedia e si accomodò di fronte ai due.

— Voi che siete più saggi di me, consigliatemi.

— Ci ha ricordato che con la vecchiaia si acquista un altro pregio. — rise Mey.

Alexander, preoccupato, riportò la sua attenzione sul ragazzo che riprese: — Oggi dovrebbe arrivare la figlia di Luigi Zaccaro.

— Lo sappiamo.

— Mina mi ha detto che è matta. I suoi genitori l’hanno portata via dalla Terra per paura che fosse internata.

Alexander poggiò la mano sulla spalla di Davie: — Ho saputo anche io che la ragazza ha dei problemi, ma tu sii tranquillo. Hai promesso di prendertene cura e riuscirai ad aiutarla.

— Come? In che modo?

— Con la calma che ti contraddistingue, ma soprattutto ascoltando il suo delirio perché è con il delirio che l’anima si mostra.

Davie s’alzò, la lunga veste scura gli ballò addosso. Il cordoncino legato al fianco aveva un estremità che quasi giungeva a terra. Il Crocifisso al collo batté sul petto.

— Avete preso dunque la vostra decisione, non volete conoscerla?

— Sai come si chiama la ragazza? — gli chiese Alexander.

— Certo!

— Tu hai scelto di dedicarti ad una fede terrestre, ma il nostro crocifisso, che ci batte sul petto, è quel nome… Ora va’ da lei e aiutala.

Davie annuì, col passo di prima, forse più lento, se ne andò perso nei pensieri.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...