2° capitolo Tersa – Anamnesi – Maracujá

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Un suono idiofono, con sequenza melodica, giunse alle orecchie di Davie. Il frate alzò il capo e osservò il campanile: — La grotta s’accende di luce del sol, la bella Signora la bimba a sé vuol… — le rosee e morbide labbra intonarono la strofa non staccando gli occhi dalle campane, che dondolando coprivano e liberavano l’angolo di cielo ancora buio.

Suor Ahalianna fece un respiro profondo, aprì il cancello e portò la mano al petto: — Frate Davie, la ragazza è arrivata ieri, l’ha accompagnata Mina. — disse la monaca mangiando delle sillabe. Davie, tuttavia, comprese e superò l’inferriata immettendosi nel cortile delle clarisse.

— Perché ti agiti così? — chiese il frate.

— Vieni con me, la badessa vuole parlarti.

I due attraversarono un colonnato, fiancheggiato da un chiostro dove monache e novizie meditavano coperte dalle chiome dei sempreverdi.

Davie spostò lo sguardo dalle nere e silenziose figure in giardino alla badessa, in piedi di lato all’ingresso laterale del coro. Dietro di lei Orho sorgeva illuminando la pianura di Pressi.

La priora alzò un sopracciglio, fece un cenno con la mano e una novizia le consegnò un foglio. La madre superiora diede il documento al giovane, salutò e se ne andò non dicendo una parola. Davie mosse le pupille seguendo attentamente la scrittura, mentre la figura grossa e alta della badessa spariva oltre il colonnato.

Il frate indirizzò lo sguardo verso suor Ahalianna, incredulo, quasi spaventato, mentre Orho adesso illuminava la sua bianca dentatura fra le labbra tremanti.

— Sorella, hai letto?

— La badessa lo ha fatto leggere a tutte. Firma e vai dalla ragazza. Sarà condotta nel chiostro.

— Ma c’è scritto “disturbo schizotipico di personalità”!

— Tu non l’hai vista ancora, dice delle assurdità. A volte sembra una pazza, altre se ne sta silenziosa a fissare il vuoto. Non parla con nessuno.

— Chi ha scritto questo?

— È la diagnosi di un medico terrestre.

— Non firmo.

Davie allungò il braccio verso la monaca restituendo il documento.

— Se non firmi, non puoi occuparti di lei.

— Non posso avallare la diagnosi, se non ho visto ancora la ragazza.

— Ma lo ha scritto un medico!

— E se già si conosce il male, perché volete il mio intervento?

— Lo hanno chiesto i genitori.

— Se lo hanno chiesto, vuol dire che sperano in qualcosa di meno grave.

— Ma…

— Firmerò quel documento solo se noterò i sintomi di quanto scritto.

— Frate Davie, la ragazza è nel chiostro. — disse suor Dahlia affiancando la consorella.

Il giovane lasciò cadere il foglio sul pavimento e voltò le spalle alle due che restarono ferme ad ammirare il corpo sinuoso, intravedendo le forme dalla lunga veste.

Davie sentì il rumore dell’erba sotto i piedi, delle novizie, poco distanti, lasciarono le litanie per osservarlo. Lui non se ne accorse, il suo sguardo fu catturato da una figura quasi diafana, piegata su sé stessa su una panca a fissare un punto preciso del marmoreo sedile. Davie guardò il viso niveo, i capelli fulvi sotto i raggi di Orho, castani dove la luce non giungeva. Gli occhi erano inespressivi.

— Elisa?

Non ebbe risposta.

— Sono frate Davie, credo di essere un tuo parente, ma possiamo essere anche semplicemente amici.

Silenzio.

— Mi fai un segno se almeno mi senti?

Elisa non si mosse. Davie seguì il suo sguardo e vide un frutto di un rossiccio che sfumava nel giallo e nel verde. Riportò la sua attenzione sugli occhi socchiusi della terrestre.

— Elisa, ti va di parlare con me?

Davie attese una risposta che non arrivò. Guardò ancora il frutto e lo prese esclamando — Maracujá, qui non crescono, lo hai portato tu? Elisa?

La giovane schiuse la bocca: — Vien l’autunno sospirando, sospirando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta?

Il viso del frate s’illuminò.

— Hai una bella voce. Non conosco questa canzone, me la canti ancora?

— Vien l’autunno sospirando, sospirando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta?

Davie aspettò altre strofe ma sembrava che la filastrocca terminasse lì.

— Come continua? — si accomodò di fronte a lei — Come fa? “Vien l’autunno…”?

Elisa permise ai suoi occhi di guardare altro e incontrò il viso bianco e giovane di Davie, con quell’iride nera che sfiorata da Orho, mostrava striature verdi attorno alle pupille contratte.

— Come continua la canzone? — riprese Davie — “Vien l’autunno alla tua porta…”?

Elisa drizzò le spalle con un movimento improvviso. Sgranò gli occhi e con la bava che colava dall’angolino destro delle labbra, gridò — Vien l’autunno sospirando, sospirando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Sai tu dirmi che ti porta? Sai tu dirmi che ti porta? Sai tu dirmi che ti porta?…

— Elisa, calmati… — Davie scattò in piedi. Ebbe qualche istante di timore, lei, col viso rosso, continuò attirando l’attenzione delle novizie. Il biondo frate afferrò un fazzoletto e l’abbracciò prendendola alle spalle.

— … Una pazza, una pazza, una pazza… — seguitò Elisa.

— Non sei pazza, non sei pazza! — rispose Davie asciugandole la bocca.  

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