Sciuscià

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Foto di Wayne F. Miller

Articolo scritto per 36th Div Texas Reenactment Napoli

Osserviamo una strada cittadina, concentriamo la nostra attenzione sui giovani. Cosa vediamo? Bambini e ragazzi che borsa a tracolla, vanno a scuola. Osserviamoli poi fra le quattro mura domestiche: quasi tutti intenti in attività quotidiane come lo studio, una conversazione al telefono o due chiacchiere in chat. Verrebbe da chiedere – Allora?

Questa domanda nasce dal fatto che ormai da più di due generazioni, studiare, divertirsi, passeggiare, rientrano nella quotidianità di un giovane. Ma facciamo un salto di nemmeno molto, a circa 70 anni fa e guardiamo la stessa strada. Cosa vediamo? Ragazzi con le mani vuote, spesso sporche, vestiti di stracci, scalzi o con scarpe di carta. A volte le braccia sono piene, della cassetta usata per pulire le scarpe dei passanti, nella maggior parte dei soldati americani.

Dove siamo? Nella Napoli del dopo 8 settembre 1943, quando fra essere bambini ed essere adulti non c’è alcuna differenza. Anteporre la sopravvivenza al gioco, inventare un lavoro, aiutare la famiglia.

Indossiamo gli abiti di un soldato americano, magari proprio di uno dei tanti bombardieri che hanno sganciato ordigni sulla città e passeggiamo nella Napoli “alleata”.

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Foto di Wayne F. Miller

La città è tra le più colpite dei bombardamenti, i nostri stivali calpestano detriti, i nostri occhi scorgono strade ancora macchiate di sangue, quello che hanno versato, non solo gli uomini, ma anche i giovani, “gli scugnizzi”, durante le quattro giornate di Napoli. Ora, dopo il tragico esodo dei tedeschi, che hanno lasciato la città al buio, senza acqua e con le fabbriche incenerite, questi scugnizzi li vediamo per strada ad arrabattarsi per sostituirsi al padre che in molti casi è in guerra o è stato deportato dai tedeschi o fucilato proprio davanti ai loro occhi. Ed ecco che li vediamo a venderci quotidiani in lingua inglese, a lustrarci le scarpe, come i famosi sciuscià (shoe-shine) di De Sica. Alcuni portano addosso i segni dei bombardamenti; la fame è dipinta sui volti e la disperazione può portare anche ad attività poco pulite e spesso i soldati, che combattono in una terra non loro, vengono picchiati e derubati da bande di scugnizzi. A volte sono gli stessi soldati che per poche am-lire vendono il loro pasto ai ragazzi. Ci troviamo, ricordiamolo, in una Napoli che ha visto nell’alleato il riscatto da una vita di stenti e cos’altro si può pensare, vedendo camionette ricche di cibo e militari intenti a regalare scatolette di carne, cioccolata, pane, chewingum e sigarette? Ma anche l’esercito americano ha i suoi limiti e la situazione per la città non migliora, salvo per questi ragazzini che fanno soldi accompagnando i militari dalle sorelle. In una città che stenta a rialzarsi, le donne vendono il proprio corpo, i giovani le madri e le sorelle. Condannarli? Perché? Quando tutti rasentano l’illegalità per mangiare?

Erano giovani in una città martoriata.

Annalisa Caravante

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