Capitolo 3 – Tersa Anamnesi – Sangue

Al caro amico Gianluca Ingaramo

Un’ombra scura apparve da una delle finestre ad arco del monastero, un soffio di vento smosse le chiome degli alberi, l’aria calda salì mischiandosi alla terra svolazzante. Suonarono le campane, una scia di donne incupite dal nero abito, col capo mestamente basso, attraversò il colonnato fino al coro.

Elisa s’era piegata in due, sorretta da Davie. Il mento bagnato dalla furia delle sue parole. Voci di frati intonarono il primo canto del mattino. I raggi ballerini di Orho giocarono con le foglie illuminando a tratti le due figure nel chiosco, sottoposte allo sguardo smarrito e indagatore delle novizie.

Iniziava la messa. Sparirono tutti.

Elisa afferrò la mano destra di Davie con i denti, strinse forte, lui non riuscì a trattenere un lamento.

— Vuoi passare per un animale selvatico? Ma non mi spaventi! — la voce del frate non mostrò alcun tentennamento. L’uomo riuscì a drizzarla, a portarle il viso di fronte al suo, Elisa si dimenò e gli colpì il naso con la fronte.

— Sei una ribelle! — esclamò lui stringendola. Il sangue gli colò lungo le labbra.

L’ombra lasciò la finestra.

— “Di bianco candore recinta d’un vel, le cinge la vita un lembo del ciel. La bimba ai suoi piedi là sta ad ammirar, il segno di Croce impara a ben far. Sgranando un rosario, si muove la man, la via della prece non indichi invan.”. — cantò il frate portandosi il fazzoletto al naso e tenendo ben stretta la giovane.

Elisa si fermò all’istante osservando gli occhi di Davie. Chiuse le labbra umide. Il suono delle campane cessò.

— A-Alexander…

— No, io sono Davie.

La ragazza poggiò le dita sulle palpebre dell’uomo: lui tremò. La scritta “disturbo schizotipico di personalità” gli torturò mente e anima, ma restò immobile con le labbra nel sussurro di una preghiera. La vita di lei in occhi vaganti, quelli di Davie provarono a penetrare lo sguardo di Elisa, alla scoperta di quel segreto ch’ella gelosamente custodiva nella sua pazzia. La sua anima persa nel delirio.

— I tuoi occhi sono neri. — disse con calma Elisa. Davie sentiva le pulsazioni delle arterie aumentare, da ch’ella aveva preso a guardarlo. La paura, la pietà e lo sgomento lo invasero.

— Come mia madre. Mio padre li ha grigi. — rispose il frate.

Petto contro petto i due si scrutarono i volti. Il coro dei frati cessò.

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” si udì dalla vicina chiesa dove s’erano uniti clarisse e francescani.

— Mi sento come se fossi sulla Terra e su Tersa nello stesso momento. — la voce di Elisa ora era serena.

— Cosa?

La terrestre iniziò a muovere la testa in circolo, come se seguisse una musica: — La stella Cara splende in cielo, morta fra le fiamme per ammirare il suo amore.

“Disturbo schizotipico di personalità” Davie ripeté non volendolo nei suoi pensieri.

— Come ti chiami?

— Elisabetta Zaccaro.

— Quanti anni hai?

— Diciotto.

— Da dove vieni?

— Da Napoli… Aspettavo un treno, aspettavo un treno, aspettavo un treno…

— Quale treno?

— Io non sono matta!

Elisa fissò ancora il frate: — Io non sono matta, Davie. Aiutami.

— Non l’ho mai pensato.

*

Mina stendeva delle lenzuola sulle corde in giardino, cercando nel contempo di fumare; quel vizio terrestre lo aveva ereditato dal padre e non riusciva a liberarsene. Davie afferrò l’altra estremità delle lenzuola e fissò la mano tremante della sorella.

— Non deplorarmi! Non voglio prediche, già ci pensa nostro padre. — sbottò la donna.

— Non ti deploro. Mina, quella ragazza si chiama Elisabetta Zaccaro, a me fa male!

— E secondo te a me no?! Non volevo neppure vederla, ma quei due non si sono mossi da quelle maledette poltrone! Dovevo abbandonarla anche io?… Sei riuscito a parlarle?

— Per poco. C’è stato un momento in cui sembrava normale, poi s’è chiusa in un ostinato mutismo.

— Sembrava normale!… Quella ragazza è la nipote del fratello, ha il suo nome e già questo mi dà ansia. Ora mi dici che sembrava “normale”! Ti ho chiesto solo se sei riuscito a parlare con lei!

— Mi ha chiamato Alexander.

Mina sgranò gli occhi e lasciò cadere la sigaretta a terra: — Ma cosa dici?

— E ha detto una frase che credo non sia sua: “Mi sento come se fossi sulla Terra e su Tersa nello stesso momento”.

— No!… N-noo!… Non vuol dire nulla! Assolutamente nulla.

La donna s’agitò.

— Mina, ti prego, resta calma, ho bisogno di te!

La sorella voltò le spalle e si allontanò di qualche passo. Si voltò tremante ad osservare Davie e smosse la testa dissentendo. — Non vuol dire nulla, nulla, capito?

La donna ritornò in casa barcollando. Dall’erba del giardino risalì l’odore della sigaretta, Davie la spense con un piede.

— Cos’hai alla mano?

Il frate alzò la testa ed incontrò gli occhi grigi di Alexander. Poi si osservò la mano, dei segni rossi la deturpavano. — Non pensavo avesse stretto così tanto! — il suo commento fu accompagnato da una risatina.

— Non dire altro, per favore.

— Ma ciò che sta succedendo a quella ragazza, non ha nulla a che vedere con Lisa!

Su quel nome, Davie si accorse di avere alzato la voce.

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