L’incontro tra Claudia e Vanni

Una mattina mi alzai più assonnata della sera precedente, le altre erano già di sotto e mi lamentai perché anche quella volta avrei saltato la colazione. Ero un ghiro inguaribile. Dopo essermi preparata per la giornata, indirizzai lo sguardo verso la finestra e mi soffermai a osservare Capodimonte. Distrassi solo un attimo lo sguardo, quando qualcosa attirò la mia attenzione: un ragazzo attraversava il cornicione all’altezza della mia finestra. Aggrottai le sopracciglia e mi affacciai, mentre lui s’era già portato più avanti. Aggiustando gli occhiali, vidi che era alto e bruno e indossava la coppola. Lui s’accorse che qualcuno lo guardava e si voltò verso di me; restai folgorata dal suo sguardo, gli occhi erano neri, proprio come quelli di mio padre.

Uè, bambulella bella, che c’è? Ti ho spaventata? Scusami, non era mia intenzione. – mi disse.

Io non ho detto niente e comunque che cosa ci fai sul cornicione? – gli chiesi, mostrandogli l’altezza col dito. Lui guardò di sotto, poi sorrise e non potei fare a meno di ammirare la sua bella dentatura bianca che contrastava con la pelle arsa dal sole estivo.

Mi piaci, – commentò – un’altra al posto tuo avrebbe urlato. Qui sono tutte mocciose e fifone. Sei nuova? Non ti ho mai vista.

Sorrisi anche io. Mi sembrava tanto surreale parlare tranquillamente con un ragazzo attaccato al cornicione.

E infrangi spesso il regolamento per accorgerti che sono nuova?

Perché, esiste un regolamento?

Com’era simpatico e com’erano belli i suoi occhi.

Adesso scusa, – riprese – devo andare, altrimenti mi scoprono.

E dov’è che vai? Non ci sono le lezioni estive?

Bambolina bella, è luglio, con questo caldo me ne sto chiuso in aula? Me ne vado al mare. – mi strizzò l’occhio.

Al mare? Bello.

Lui socchiuse le palpebre, sembrava non credere alle mie parole; dopo un po’ continuò – Vuoi venire anche tu?

Lo ammetto, quella domanda mi sorprese e m’impaurì, però l’idea era buona per fare infuriare mio zio: Adele si sarebbe lamentata con lui.

Allora, bambulè?

Allora sì.

E brava! Vieni, ti aiuto.

Non avevo idea di dove si andava passando da lì, ma quando mi prese la mano e mi cinse la vita, per non farmi cadere, sentii che potevo fidarmi. La situazione era più pericolosa di quando mi arrampicavo sugli alberi e sebbene le chiome di questi ultimi ci nascondessero, qualcuno poteva sempre vederci.

Dopo poco arrivammo di fronte a un’altra finestra, lui mi guardò e mi chiese – Come ti chiami, cerasella?

Claudia.

Adoro questo nome, è il mio preferito.

Arrossii.

E tu come ti chiami?

Giovanni e per le belle ragazze come te, Vanni.

Cielo, è proprio lui!” pensai.

Entra prima tu e attenta a non fare rumori. – riprese.

Ma siamo ancora al terzo piano.

Sì? Dai, scherzo. In questa stanza c’è un passaggio segreto, delle scale di sicurezza che portano al cortile laterale, ma è chiusa a chiave, quindi, neanche tu dall’interno potevi entrare.

Feci come mi aveva detto; il passaggio c’era veramente e pochi minuti dopo eravamo su una via secondaria in discesa. Ci stavamo appena conoscendo e lui già mi teneva la mano, portandomi per i vicoli di Napoli.

Giungemmo a una spiaggetta di Bagnoli, alla fine della discesa Coroglio. Il mare era appena mosso e sbuffava nell’aria il suo odore brioso. Dalla battigia arrivava il vocio allegro dei bambini che giocavano a far schizzare l’acqua sul bagnasciuga. Delle barchette andavano verso Pozzuoli e di fronte a noi c’era Nisida, ovvero, Nesis, l’isola di Polifemo, con la sua bella campagna verdeggiante, piccolo paradiso terrestre.

Vanni si tolse la camicia e i miei occhi per poco uscivano fuori dalle orbite; poi cominciò a slacciarsi i pantaloni e spostai repentinamente lo sguardo da un’altra parte.

Allora, fragulè, non ti spogli? – mi chiese, ridendo. Non sapevo proprio come uscirmene, se mi avesse guardata in volto, avrebbe notato il mio imbarazzo.

Ti aspetto in acqua. – continuò, allontanandosi.

Mentre se ne andava, lo guardai: sembrava una statua greca tramutata in uomo. “Dio, cosa ci faccio qui, con un ragazzo che neppure conosco? Però, quanto è bello!” mi dissi, poi osservai il mio corpo e pensai che al suo confronto ero una sogliola: bassa, magra e senza seno. Mi avvicinai alla riva e molto lentamente mi tolsi l’abito, restando solo in biancheria. “E se stessi esagerando?” mi chiesi “Chissà papà cosa mi direbbe.”.

Misi il piede nell’onda che il mare aveva portato fino a me e rabbrividii. Vanni smise di nuotare e si voltò verso la riva per guardarmi. Che imbarazzo! Poi alzò il braccio e disse – Dai, Claudia, tuffati.

Portai avanti, esitante, anche l’altro piede e quando mi ritrovai immersa fino alla pancia, lui mi afferrò alla vita e mi tirò giù. Il freddo mi avvolse all’istante, l’acqua mi entrò dappertutto.

Che c’è? Ti sei avvilita? – rise Giovanni, attirandosi la mia contrarietà. – Per niente! – gli feci una linguaccia.

Nuotare mi aiutò a distendere i nervi, ma Vanni mi tormentava con i suoi scherzi: – Ecco il mostro degli abissi! – gridò.

Se se! – gli risposi e lui si buttò addosso, facendomi andare con la testa sott’acqua. Non faceva questo per provarci, lui era così: divertente, allegro. Nonna avrebbe detto pazzariello.

Nuotammo molto e quando ritornammo sulla spiaggia, ero esausta. Lui, invece, aveva la forza di un leone. Ci buttammo distesi sulla sabbia e osservai, esterrefatta, il suo profilo e i suoi capelli neri, ancora gocciolanti; non avevo mai visto un uomo così bello.

Sei di Napoli? – mi domandò.

Sì, certo. Be’, veramente sono greca, mamma era greca e io sono nata a Creta.

E dov’è che vivi?

Vicino al porto.

Non ti vedo come una collegiale. Non hai pensato alla punizione che ti daranno per essere uscita senza permesso?

Mmm… e che me ne importa? Anzi, più li faccio arrabbiare, più sono contenta. Tanto, peggio di come sto.

Vanni si mise sul fianco rivolto a me, poggiò il gomito sulla sabbia e mi guardò: – Perché parli così? Cosa ti è successo?

Il mio papà è morto e adesso lo zio ha la mia tutela. Solo che lui non vuole occuparsi di me, ha preferito chiudermi in istituto.

Sorrisi, fissandolo. I suoi occhi mi attraevano.

E tua madre?

Non ricordavo nulla di lei, la conoscevo solo dalle foto. I miei vicini ne avevano sempre parlato bene, mi avevano detto che era dolce e che amava dondolarsi sulla sedia, tenendomi fra le braccia.

Non me la ricordo, ero piccola quando morì.

Oh poverina. – esclamò Vanni, portandomi un ricciolo dietro l’orecchio.

E tu perché sei in istituto?

Per accontentare papà, ma ho quasi ventuno anni e sono indietro con gli studi. Poi, non ne ho per nulla voglia.

Alzai la testa dalla sabbia e lo fissai incupita. – Vuoi andartene? – gli chiesi, tremante. Mi portò tutto il ciuffo all’indietro e rispose – Se resti tu, resto anche io.

Ritrovai il sorriso e nascosi il volto dall’altra parte. Sentivo il cuore leggerissimo.

Fu così che io e Vanni ci conoscemmo. Adesso ci toccava la punizione e iniziava la mia vendetta contro lo zio e, sì, anche contro quell’arcigna della vicepreside.

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